SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nuova appuntamento con la rubrica “Libri da leggere di autori locali” per conoscere le opere letterarie scritte da chi vive nel territorio. Questa settimana abbiamo intervistato Mario Di Vito. Il giornalista lavora per “Il manifesto” ed è autore di documentari e programmi radiofonici e televisivi. “Colpirne uno. Ritratto di famiglia con Brigate Rosse” per Edizioni Laterza è il suo recente lavoro letterario. Tutto ha inizio nel giugno del 1981, a San Benedetto del Tronto, quando le Brigate Rosse rapiscono Roberto Peci, fratello di Patrizio, primo pentito della storia dell’organizzazione.

Mario, parli di una storia vera incartata in un’altra storia vera. Al centro di tutto il caso Peci, un episodio lungo, sanguinario. Prendi spunto, nel descrivere le vicende, dal diario di tua nonna Loreta, moglie dell’allora magistrato Mario Mandrelli. Che rapporto hai con lei?
Secondo me la vera protagonista del libro è lei, anche perché, appunto, il contesto familiare l’ho ricostruito soprattutto attraverso i suoi diari. Lei, maestra elementare, da oltre mezzo secolo ha questa sana abitudine di compilare una pagina al giorno per descrivere quello che le accade: lo fa in maniera molto precisa, una grande cronista. È così che, confrontando quello che lei aveva scritto con i giornali dell’epoca e i documenti giudiziari, è venuto fuori questo libro. Era una tosta, lo è ancora: a novant’anni vive ancora nella casa in cui è ambientato Colpirne uno. E fuma due pacchetti di sigarette al giorno, almeno. Una cosa che le invidio parecchio.

Ad un certo punto definisci San Benedetto “la provincia dell’impero, in fondo, un luogo in cui non deve accadere nulla di eccezionale per definizione. E, se proprio deve avvenire un fatto rimarchevole, deve spingere all’esaltazione della città e dei suoi abitanti “. Credi sia ancora così?

È così nella misura in cui è così tutta la provincia italiana, che a ben guardare costituisce almeno l’ottanta percento del paese: in fondo, ecco, il nostro paese è una grande provincia. I fatti eccezionali accadono, spesso nel male (le cronache ne sono piene), ma forse per senso di orgoglio o forse perché la propria normalità viene vissuta come un valore da tutelare, si tende sempre a mettere la polvere sotto al tappeto e ad andare avanti. A tutti piacciono le belle storie, quelle che finiscono bene, purtroppo nella maggior parte dei casi le cose non vanno così. Il caso Peci, da quello che mi è parso di capire vivendo a San Benedetto, si è preferito rimuoverlo invece che affrontarlo per la tragedia che è stato. Ricordo bene quando nel 2011 via Boito, teatro del rapimento, venne intitolata a Roberto Peci. C’erano il sindaco, la giunta, i giornalisti, Veltroni… Ma la città rimase sostanzialmente indifferente. Non lo dico come una nota di biasimo, ma come un fatto di cronaca. La memoria è un affare delicato, ognuno la affronta a modo suo, credo.

In queste pagine emerge la sofferenza di tuo nonno durante tutto il periodo del rapimento: “Mario sperimenta quello che poi sarebbe stato definito ‘un attacco di panico’”. Questa vicenda che ripercussioni ha avuto nel suo ruolo di marito e padre?
Il tentativo che fecero lui e sua moglie fu di preservare in casa un clima di assoluta normalità. Ovviamente non sempre era possibile: la vita sotto scorta, le minacce, i piantoni sotto al palazzo… Tutte cose che segnano inevitabilmente la quotidianità. Va detto, comunque, che di casi del genere ne erano pieni sia gli anni ’70 sia gli anni ’80, un periodo in cui ogni giorno arrivavano notizie di omicidi, sequestri, agguati, gambizzazioni. Anche lì, in qualche modo, il tempo è arrivato a coprire tutto. Più che dimenticare si è preferito andare avanti e basta. Quando si parla di quegli anni in famiglia ormai si dice semplicemente che era un periodo in cui “si viveva così”. Poi, meno male, è passato.

Che effetto ti fa avere il nome di tuo nonno, padre di tua madre, il magistrato che all’epoca seguì le indagini portando a processo i brigatisti responsabili dell’omicidio?
Più che altro ho sempre vissuto con una certa sorpresa la differenza tra come lo vedevo io e come lo vedevano le persone che hanno lavorato con lui, o che comunque ci hanno avuto a che fare in quanto magistrato. Credo sia normale che, quando uno fa quel lavoro, debba dare una certa immagine di sé. Erano comunque anni molto diversi, oggi i procuratori finiscono spesso sui giornali con nome, cognome e fotografia, ai tempi si preferiva la dicitura generale: non interveniva mai il procuratore Tal de’ Tali, ma “la procura della Repubblica”. Spesso di lui me ne hanno parlato come un duro, una persona molto severa. Io, dentro casa, l’ho sempre visto in maniera diversa, anche piuttosto spiritosa. Del processo Peci, quando era in vita, non ne abbiamo parlato poi tanto. Del resto lui è morto che io non avevo nemmeno 18 anni e non ho avuto, diciamo, la prontezza di spirito di approfondire il caso con lui in precedenza. Cioè, avevo molti aneddoti sulla sua vita in quel periodo, poi, certo, c’è anche molta leggenda familiare, come credo sempre accada in casi del genere. È nei diari di mia nonna che ho trovato lo sguardo in presa diretta sull’uomo che era allora e su quello che gli è successo.

Mario hai pubblicato il romanzo giallo “Due minuti a mezzanotte” (Fila 37, 2018), il reportage narrativo “Dopo. Storie da un terremoto negato” (Poiesis Editrice, 2019) e il libro-inchiesta “Nostro Signore dell’emergenza. Dispacci dall’Italia dei disastri sulle tracce di Guido Bertolaso” (Aut Aut, 2021). Dopo quest’ultimo volume hai altri progetti sui quali stai già lavorando?
Non sono lento a scrivere, ma sono lento a capire cosa devo scrivere. Ho alcune idee, e mi piacerebbe comunque proseguire sul terreno della non fiction, come si dice adesso. Penso sia un buon modo per mischiare il giornalismo con il racconto, una questione di tono più che di temi. In questo momento, tra il lavoro e la promozione di Colpirne uno, sono un po’ saturo di cose da fare, ma prima o poi troverò una storia che secondo me varrà la pena raccontare.

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