Il Papa: non venga mai meno la bella tradizione del presepe

Condividi questo articolo sui social o stampalo

di Sergio Centofanti

“Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia”: inizia così la Lettera apostolica Admirabile signum sul significato e il valore del presepe, che Papa Francesco ha firmato questa domenica a Greccio.

“Rappresentare l’evento della nascita di Gesù – si legge nel testo – equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia”. “Mentre contempliamo la scena del Natale – scrive il Papa – siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui. Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata”. 

Il Papa, rievocando le origini della rappresentazione della nascita di Gesù, sottolinea l’etimologia latina della parola: “praesepium”, cioè mangiatoia, e cita Sant’Agostino che osserva come Gesù, “adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo”. E ricorda il presepe vivente voluto da San Francesco a Greccio nel Natale del 1223, che riempì di gioia tutti i presenti: “San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità”.

Il presepe – scrive il Papa – “suscita tanto stupore e ci commuove” perché “manifesta la tenerezza di Dio” che “si abbassa alla nostra piccolezza”, si fa povero, invitandoci a seguirlo sulla via dell’umiltà per “incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi”. La Lettera passa in rassegna i vari segni del presepe. Innanzitutto il cielo stellato, nel buio e nel silenzio della notte: è la notte che a volte circonda la nostra vita. “Ebbene, anche in quei momenti – scrive il Papa – Dio non ci lascia soli, ma si fa presente” e “porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza”.

Ci sono poi, spesso, i paesaggi fatti di rovine di case e palazzi antichi, “segno visibile dell’umanità decaduta” che Gesù è venuto “a guarire e ricostruire”. Ci sono le montagne, i ruscelli, le pecore, a rappresentare tutto il creato che partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che “noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore”. I pastori ci dicono che sono “i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione”, così come le statuine dei mendicanti. “I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi” mentre il palazzo di Erode “è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe – afferma Francesco – Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza”.

Nel presepe vengono messe spesso statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici, a dirci – osserva il Papa – che “in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano”, a rappresentare “la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina”.

Nella grotta ci sono Maria e Giuseppe. Maria è “la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio”, così come Giuseppe, “il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia”.

Nella mangiatoia c’è il piccolo Gesù: Dio “è imprevedibile” – afferma il Papa – “fuori dai nostri schemi” e “si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma” con l’amore. “Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia”.

Infine, l’ultimo segno. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi che “insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo”.

“Il presepe – conclude Papa Francesco – fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede”: non è importante come si allestisce, “ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita”, raccontando l’amore di Dio per noi, “il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi”, e a dirci che “in questo sta la felicità”.

Condividi questo articolo sui social o stampalo

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *