Le periferie esistenziali della Terra Santa meritano la solidarietà

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page
VescovoDi Daniele Rocchi
“Umanizzare il conflitto favorendo una maggiore interazione tra israeliani e palestinesi. La pace si realizzerà solo quando tutte le parti rispetteranno il fatto che la Terra Santa è sacra per tre religioni e casa di due popoli”: è questo l’appello contenuto nella dichiarazione finale, “La dignità umana fondamento della pace”, della visita dei 16 vescovi di Usa, Ue, Canada e Sudafrica dell’Holy land Coordination che si è chiusa oggi (dall’11 gennaio) a Gerusalemme. Gaza, Hebron, Betlemme, e la città israeliana di Sderot, colpita dai razzi lanciati dalla Striscia, sono state le tappe di questo pellegrinaggio alle “periferie esistenziali di Terra Santa” rese ancora più difficili dal clima di conflitto e di instabilità politica di tutta la regione. Lo scopo dei vescovi è quello di sostenere più efficacemente nei rispettivi Paesi di provenienza un’azione per la giustizia e la pace. Quella stessa pace che i politici “nazionali e internazionali” non sono riusciti a conseguire in tanti anni di diplomazia.
La dichiarazione finale. Un fallimento che i vescovi dell’Hlc denunciano con chiarezza nel loro documento finale. “Il conflitto in corso – scrivono – minaccia la dignità dei palestinesi e degli israeliani, ma in modo particolare il nostro impegno per i poveri ci chiama a sostenere le persone sofferenti di Gaza” dove “decine di migliaia di famiglie non hanno un alloggio adeguato. In questo ultimo periodo di freddo gelido, almeno due bambini sono morti per ipotermia”. Nonostante il blocco che “impedisce drammaticamente la ricostruzione e contribuisce alla disperazione che mina la legittima speranza degli israeliani per la sicurezza” i presuli affermano che “la speranza è viva in Gaza. Abbiamo visto famiglie ricostruire con caparbietà le proprie vite. Abbiamo visto una piccola comunità cristiana con un’enorme fede. Abbiamo ammirato la tenacia di molti volontari”. “I leader politici – si ribadisce nel testo – devono difendere la dignità umana della popolazione di Gaza. Le persone di buona volontà di entrambe le parti in conflitto vogliono una vita degna della persona umana”. Dai vescovi arriva anche l’opposizione “alla costruzione del muro previsto nella valle di Cremisan” che provocherebbe la perdita di terre e di mezzi di sussistenza di molte famiglie cristiane e “all’espansione del programma d’insediamento, illegale secondo il diritto internazionale, di cui siamo stati testimoni diretti in Hebron. Il suo impatto sulla libertà di movimento dei palestinesi e sulla confisca delle terre è semplicemente ingiusto”. “Dopo il fallimento dei negoziati e la conseguente violenza del 2014 – si legge nel documento – invitiamo con urgenza i funzionari pubblici ad essere creativi, ad avere nuovi approcci per costruire ponti, non muri”. “La via della pace – ricordano i vescovi che citano le recenti parole di Papa Francesco al Corpo diplomatico – esige il rispetto dei diritti umani di israeliani e palestinesi. La nostra preghiera alimenta la speranza che rende possibile la pace. Facciamo appello a tutti i cristiani a pregare per gli ebrei, i cristiani e i musulmani di questa Terra che chiamiamo Santa”.
Difendere e promuovere la dignità. “Abbiamo incontrato persone che soffrono e visto luoghi distrutti, come Gaza, che ci hanno provocato nel profondo. Sappiamo che dobbiamo unire le nostre voci davanti a questa situazione complessa, senza scelte di campo se non quella della pace e della giustizia. Non vogliamo la vittoria di uno sull’altro ma cercare una soluzione giusta e pacifica per tutti”, spiega monsignor Duarte da Cunha, Segretario generale del Ccee, l’organismo europeo che raccoglie l’episcopato del Vecchio Continente, presente all’incontro. “A Gaza le cose sono peggiorate. È stato sconvolgente vedere una terra distrutta e questo ci impegna a non dimenticare quella popolazione nella quale vive anche una piccola comunità cattolica”. “Ma abbiamo visto anche la forza di tante famiglie che vogliono andare avanti – aggiunge il Segretario del Ccee – e che grazie a tante opere di carità della Chiesa locale, che è molto viva e attiva, non si lascia sopraffare dai problemi e dalla situazione”. “Abbiamo una responsabilità come membri dell’Hlc di farci portavoce di ciò che abbiamo visto e sentito. Come Ccee cercheremo di sensibilizzare le nostre conferenze episcopali, soprattutto quelle che non hanno un rappresentante nell’Hlc, riportando questa esperienza. La dignità delle persone va rispettata, riconosciuta, promossa politicamente e socialmente – aggiunge – è questo l’unico modo per contribuire alla costruzione della pace e del bene comune”. Per questo deve seguire una forma di persuasione a livello politico, diplomatico, di opinione pubblica nei rispettivi Paesi perché non ci si dimentichi di quanto accade in questa terra”. Un rischio che per mons. da Cunha si corre quando “si vive un tempo come quello attuale in cui guerre vicine, particolarmente cruente, come in Siria e Iraq oscurano conflitti decennali che attendono di vedere una soluzione”. “La scelta di celebrare la prossima assemblea plenaria dei Presidenti di tutte le Conferenze episcopali dell’Europa, a Gerusalemme (11-16 settembre 2015) rientra in questa logica”. Si tratta di “una novità storica e di un’occasione per tutti i vescovi di confermare la loro fede in un momento difficile per tutta l’Europa”. “Venire a Gerusalemme – conclude il Segretario generale del Ccee – vuole dire infatti riconoscere le proprie radici e quelle dei popoli che i presidenti rappresentano. Nella città santa, poi, pregheremo per la famiglia in vista del Sinodo”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *