DIOCESI – Per la rubrica “La Speranza oltre il limite”, curata da Marco Marini, pubblichiamo oggi una sua riflessione sull’uso eccessivo della tecnologia e sulla necessità di sconnettersi da ciò che consuma, per riconnettersi a ciò che nutre.
Lettera aperta sulla riconquista della nostra umanità
A chi sente il peso del tempo che sfugge,
a chi vive con uno schermo tra sé e il mondo.
Vi scrivo queste righe non da una cattedra, né con la presunzione di chi si ritiene immune alla grande seduzione del nostro tempo. Vi scrivo da immerso, come tutti voi, in questo oceano di notifiche, luci blu e algoritmi affilati come bisturi, progettati per catturare ciò che abbiamo di più caro: il nostro tempo e la nostra presenza.
Ci siamo abituati a chiamare tutto questo “progresso” e abbiamo accettato l’idea che l’iperconnessione fosse il prezzo inevitabile da pagare per vivere nel presente; se però guardiamo con sincerità le nostre giornate, se osserviamo i gesti automatici che compiamo dall’istante in cui apriamo gli occhi al mattino a quello in cui li chiudiamo la sera, non possiamo nasconderci la verità: abbiamo barattato la profondità dell’esistenza con una stimolazione continua, la presenza reale con una reperibilità perenne.
Non è una colpa individuale, né una debolezza di carattere o una mancanza di volontà ma ci troviamo di fronte alle più imponenti architetture di persuasione della storia umana, concepite per monetizzare ogni singolo frammento di attenzione. Eppure, accettare che la nostra mente e il nostro tempo siano ridotti a merce significa rassegnarsi a un’esistenza impoverita.
Per questo serve una via d’uscita. Non una fuga anacronistica verso il passato, né una sterile distruzione dei mezzi tecnologici, ma una riconquista attiva e consapevole della nostra sovranità interiore.
Riconquistare il proprio tempo non è un atto passivo; richiede intenzione, disciplina e il coraggio di essere anticonformisti in una società che premia la reattività immediata.
La prima forma di difesa consiste nel tracciare linee nette tra il mondo digitale e il proprio spazio vitale: riservare la prima e l’ultima ora del giorno al mondo fisico; svegliarsi con la luce del sole, anziché con il bagliore delle notifiche; addormentarsi con un libro o nel silenzio, permettendo al cervello di rielaborare il vissuto, senza l’ennesimo carico di
dopamina sintetica. Dichiarare i momenti dei pasti, dell’incontro e della conversazione come zone prive di dispositivi; guardarsi negli occhi mentre si mangia o si parla non è una galateo formale, ma il fondamento dell’empatia umana.
Abbiamo dimenticato che la noia è il terreno fertile della creatività, dello spirito critico e dell’autoconsapevolezza; accettiamo di attendere senza estrarre il telefono di tasca: in coda, alla fermata dell’autobus, nei minuti di pausa. Lasciamo che il pensiero vaghi, che si soffermi sui dettagli di un paesaggio, sull’architettura di una strada, sulle espressioni dei passanti. Il “tempo vuoto” non è tempo perso; è il momento in cui la mente respira, elabora e crea.
In un mondo di pillole da quindici secondi e concetti masticati, la capacità di sostenere un’attenzione prolungata è diventata la forma più alta di resistenza culturale: tоrnare a leggere testi complessi, libri, saggi, articoli che richiedono sforzo e lentezza.
Dedicarsi ad attività che chiedono presenza manuale e mentale: la scrittura su carta, la cura di un giardino, la pittura, la musica, il camminare senza meta e senza auricolari.
Gli algoritmi del mondo digitale si nutrono di risposte emotive veloci: rabbia, indignazione, approvazione incondizionata. Conquistare la propria mente significa rifiutare la logica delle tifoserie digitali: imparare a sospendere il giudizio di fronte alle notizie lampo, cercare le fonti, approfondire le sfumature, coltivare il dubbio. La realtà è complessa e frammentata: pretendere di comprenderla attraverso uno scorrimento veloce di titoli è un’illusione dannosa.
Occorre allora trasformare la connessione in comunità fisica: il fine ultimo dello smartphone è stato spesso quello di sostituire la comunità con la rete e sta a noi invertire questa rotta, utilizzare la tecnologia come puro strumento di coordinamento per poi vedersi di persona, sostituire il “segui” virtuale con la partecipazione reale alla vita di quartiere, all’associazionismo, alle relazioni di prossimità, dove i corpi, i volti e le voci ritrovano la loro
collocazione naturale.
Ecco allora il mio invito all’atto politico più rivoluzionario: sconnettersi da ciò che ci consuma, per riconnettersi a ciò che ci nutre. Non è un semplice esercizio di benessere personale, bensì un vero e proprio atto politico. Significa dire no a un sistema che considera la nostra attenzione un giacimento da prosciugare e la nostra mente una cavia da profilare. Significa rivendicare il diritto a un’esistenza non quantificabile, fatta di momenti che non devono essere fotografati, condivisi o monetizzati per avere valore. Il futuro non appartiene a chi sarà più veloce a rispondere a una notifica, ma a chi saprà proteggere la propria capacità di pensare profondamente, di amare con presenza e di vivere con consapevolezza.
La via d’uscita è a portata di mano e non serve attendere permessi o riforme: basta posare quel rettangolo di vetro, alzare lo sguardo e tornare a vivere ed occupare il posto che è sempre stato la nostra naturale collocazione, nel pianeta che ci nutre senza chiederci nulla in cambio.
Con speranza e determinazione,
un compagno di strada di questa era digitale, che deve alla tecnologia l’estensione del suo essere.
Marco Marini
Cenni biografici
Marco Marini è un ingegnere informatico di 56 anni, residente a Martinsicuro, marito e padre, che da due anni è affetto da sclerosi laterale amiotrofica (SLA) , una malattia neurodegenerativa che colpisce le cellule nervose che controllano i muscoli, causando una progressiva perdita di forza muscolare e paralisi, pur lasciando intatte le facoltà cognitive.
Nonostante tutto il resto del corpo sia paralizzato, Marco comunica con il mondo attraverso gli occhi. Grazie ad una moderna e supertecnologica strumentazione, riesce a dare voce ai suoi pensieri fissando con gli occhi le lettere delle parole che vuole pronunciare. E così, lentamente, sullo schermo appaiono i suoi pensieri e sul suo viso un bel sorriso, l’unico altro mezzo che ha per comunicare le sue emozioni.
La redazione de L’Ancora lo ringrazia per aver accettato l’invito di curare una rubrica, condividendo con i nostri lettori e le nostre lettrici le sue parole profonde ed ispirate.