X

L’unità che nasce dalla differenza

DIOCESI – La giornata di domenica ha avuto un sapore speciale, quello delle cose che restano. Non solo una ricorrenza liturgica, non solo un appuntamento in calendario: è stata una scintilla spirituale, un intreccio di volti, memorie e parole che hanno toccato il mio cuore.

La solennità dei Santi Pietro e Paolo ha riportato alla mente la forza di due vite così diverse e così necessarie, due uomini che hanno lasciato che Dio trasformasse la loro fragilità in missione. Le loro storie – lette, ascoltate e meditate – hanno aperto uno spazio interiore fatto di gratitudine, di domande, di desiderio di camminare con più coraggio.

E nello stesso giorno, un incontro dedicato a Vittorio Bachelet, ha aggiunto un’altra luce: quella di un uomo che ha creduto nella responsabilità come forma alta di amore e nella collaborazione come via per costruire il bene comune. Le sue parole, la sua testimonianza, hanno risuonato come un invito a non accontentarsi, a scegliere ogni giorno la via dell’impegno, della fiducia e della comunione.

Così, tra la memoria degli apostoli e la voce di Bachelet, ieri è diventato, per me, un tempo di grazia.

Pietro e Paolo sono come due colonne diverse per forma e materiale, ma capaci di sostenere lo stesso edificio. Le loro vite mostrano due percorsi che non potrebbero essere più distanti: da una parte un pescatore della Galilea, un uomo impulsivo e concreto; dall’altra parte un fariseo colto della diaspora, un intellettuale appassionato ed itinerante. Eppure, proprio da questa distanza nasce una forza che ancora oggi parla alla Chiesa.

La storia di Pietro è la storia della sua umanità: un pescatore nel pieno della vita, sposato, abituato al lavoro duro e alle notti sul lago di Genezaret, che all’improvviso incontra Gesù. Da qui in poi la sua vita è segnata da cadute e rinascite: l’entusiasmo che lo porta a scendere dalla barca per raggiungere Gesù sulle acque, la paura che lo fa affondare, la promessa di fedeltà, il triplice rinnegamento, il pianto che lo ricostruisce.
Pietro diventa guida non perché perfetto, ma perché perdonato. La sua autorità nasce dalla vicinanza quotidiana con il Maestro e dalla capacità di rialzarsi. Negli Atti degli Apostoli appare trasformato: guida la comunità, annuncia con coraggio, apre la Chiesa ai pagani. Pietro è la pietra su cui Gesù edifica la sua Chiesa, una pietra che ha imparato a reggersi sulla misericordia.

Quella di Paolo, invece, è tutta un’altra storia: un ebreo della diaspora, cittadino romano, formato alla scuola di Gamaliele, capace di muoversi tra lingue e culture. Prima persecutore, poi apostolo: la sua vita è segnata da una conversione improvvisa, una luce che lo rovescia e lo rimette in piedi come uomo nuovo.
Paolo è il missionario instancabile: viaggia, fonda comunità, scrive lettere che diventano la prima riflessione organica sulla fede cristiana. Lavora con le sue mani per non pesare su nessuno, collabora con uomini e donne, affronta tensioni e opposizioni.
La sua è una fede che apre orizzonti, che traduce il Vangelo in linguaggi nuovi, che attraversa confini geografici e culturali.

Eppure, nonostante le evidenti differenze, Pietro e Paolo arrivano a Roma come fratelli nella missione.
Pietro rappresenta la radice: la memoria viva di Gesù, la custodia dell’unità, la concretezza della comunità.
Paolo rappresenta la spinta: l’annuncio che corre, la fede che dialoga con il mondo, la capacità di interpretare la storia.
Sono diversi, talvolta in tensione, ma entrambi sanno che il Vangelo è più grande delle loro differenze.

Nelle parole di Vittorio Bachelet che ieri sera ho ascoltato e che invitavano a “servire e non servirsi“, a “costruire insieme con responsabilità e fiducia“, come custodi di “una promessa di bene”, ho ritrovato la stessa logica che ha permesso a Pietro e Paolo di camminare fianco a fianco. La loro storia ricorda che la comunità non nasce dall’assenza di differenze, ma dalla capacità di riconoscere nell’altro un alleato, non un avversario.
Come Bachelet insegnava nella sua vita civile e cristiana, l’unità non è un sentimento astratto: è un impegno quotidiano, fatto di ascolto, di rispetto, di collaborazione. Pietro e Paolo lo hanno vissuto nella loro missione; noi siamo chiamati a viverlo nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità, nella nostra società.
Il loro incontro a Gerusalemme, la scelta di riconoscersi reciprocamente, il martirio vissuto nello stesso anno e nella stessa città: tutto questo dice che l’unità non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di mettere le differenze a servizio.

Ce lo ha ricordato anche papa Leone IVX ieri, nella sua riflessione che ha preceduto l’Angelus, quando ha detto: “Forse Pietro e Paolo non avrebbero potuto essere più diversi l’uno dall’altro. Diversi per provenienza, per formazione, per carattere; non soltanto prima, ma anche dopo essere stati chiamati, e il loro unico Signore non li ha uniformati. Il Vangelo è compreso e annunciato da ognuno di loro con uno specifico accento; e lo Spirito Santo, ispirando gli autori biblici, ha voluto che non fossero nascoste le loro divergenze, che in effetti ci vengono narrate come una buona notizia. Nel collegio degli Apostoli, Pietro e Paolo non furono però avversari. Al contrario, divennero quasi il simbolo di molte altre diversità che l’unico Spirito compone in unità. Così, i Patroni della Chiesa di Roma hanno vissuto il travaglio della comunione, l’hanno conosciuta, servita e annunciata come sacramento della vita divina. La loro testimonianza ha contribuito in modo determinante a far sì che la presenza cristiana nella storia sia tesa non al dominio, ma al servizio, all’unità e alla riconciliazione”.

Pietro e Paolo non diventano uguali. Diventano alleati, compagni di una missione che li supera. La Chiesa di Roma si fonda su di loro proprio perché sono diversi: una comunità che custodisce e una comunità che annuncia, una fede che resta e una fede che parte.

Viviamo in un tempo di forti polarizzazioni, dove spesso il dibattito pubblico si muove per categorie contrapposte legate al genere (donne o uomini), all’età (giovani o anziani), agli ideali politici (Destra o Sinistra), alla provenienza geografica (Nord o Sud, Italiani o Stranieri), alla condizione economica (ricchi o poveri), al credo religioso (credenti o no, cristiani o musulmani, …). Categorie che non si incontrano, bensì si scontrano. I Santi Pietro e Paolo ci offrono invece un’immagine sorprendentemente diversa.

I loro temperamenti, letti con le categorie del nostro tempo, sembrerebbero inconciliabili: tradizione e innovazione, radice e slancio, stabilità e movimento. Eppure, nella loro vicenda, accade qualcosa che smentisce la logica delle polarizzazioni: non si annullano, non si combattono, non si escludono. Pietro e Paolo si riconoscono. Questi due apostoli non sono un compromesso: sono una sintesi più alta, quella che nasce quando si accetta che l’altro non è una minaccia, ma una possibilità.

Per questo, oggi più che mai, Pietro e Paolo parlano alla Chiesa e al mondo: mostrano che la differenza non è un ostacolo, ma una strada; che la comunione non è un’utopia, ma una responsabilità; che camminare insieme è possibile quando si riconosce che ciò che unisce è più forte di ciò che divide.

E così, da duemila anni, la Chiesa cammina con due passi: quello saldo di Pietro e quello veloce di Paolo. Due ritmi diversi, ma che vanno in una sola direzione e che, al momento opportuno, sanno camminare insieme, fianco al fianco.

Carletta Di Blasio: