C’era un silenzio strano quella mattina. Non il silenzio della paura, né quello della guerra appena finita. Era un silenzio nuovo, teso come l’attesa di un respiro. Un silenzio che, però, durò poco. Già nelle prime ore del mattino, infatti, le strade dei paesi e delle città cominciarono pian piano a riempirsi e, tra passi incerti e altri decisi, ce ne furono milioni che, per la prima volta, andarono alle urne: quelli dei 13 milioni di donne che si recarono a votare. Molte avevano trascorso la vita a sentirsi dire che la politica non era cosa per loro, che non ne capivano molto. Eppure quel giorno decisero di votare.
Quel 2 Giugno 1946 me lo raccontava così mia zia Nerina, che all’epoca non aveva ancora 14 anni e che, curiosa come una scimmia, ascoltava i discorsi delle donne più grandi: sua madre Pierina, cioè mia nonna, le sue zie, le vicine di casa. Suo padre Nicola, cioè mio nonno, continuava a dire a mia nonna che non serviva andare a votare, che sarebbe bastato il voto degli uomini e che lei non sapeva nulla di politica e quindi non avrebbe saputo cosa votare. Ma mia nonna non lo ascoltò. Andò a votare insieme alle altre donne della zona, per farsi coraggio. Immagino mia nonna come Delia, la protagonista del film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani“, che si sente ripetere: “Tu pensa a casa tua”. E invece, quel giorno, la casa diventava il Paese intero.
Il diritto di voto non fu un regalo, ma il risultato di un percorso lungo e spesso silenzioso. Le donne italiane avevano già dimostrato, durante la guerra e la Resistenza, di essere pilastri della vita civile, capaci di assumersi responsabilità sociali, politiche e familiari. Il voto del 1946, però, cambiò la storia, perché riconobbe ufficialmente il loro valore e la loro dignità al pari degli uomini. E fu così che andarono a votare circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% dei 28.005449 aventi diritto al voto con almeno 21 anni di età. Molte donne per la prima volta erano uscite di casa per compiere un gesto pubblico, politico, decisivo. Non fu solo un atto formale: fu un rito di passaggio collettivo, un ingresso nella vita democratica del Paese.
Oggi, 2 Giugno 2026, ad 80 anni dal quel primo voto delle donne in Italia, ricordiamo quel traguardo fondamentale per la democrazia, iniziato con le elezioni amministrative del 10 Marzo 1946 e culminato con il referendum istituzionale del 2 Giugno dello stesso anno. Una conquista storica! Le donne, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza e alla lotta di liberazione, si presentarono ai seggi in massa. E non furono solo elettrici, ma anche elette: ben 21 donne , infatti, entrarono a far parte dell’Assemblea Costituente, contribuendo a scrivere la Carta Costituzionale. Quelle 21 donne arrivarono a Roma con valigie leggere e idee pesanti: parità giuridica, lavoro, famiglia, tutela della maternità, dignità. Non alzarono mai la voce, ma la fecero sentire.
Ottant’anni dopo, molto è cambiato. Le donne votano, lavorano, studiano, guidano imprese ed istituzioni. Eppure, la parità resta un cantiere aperto: la rappresentanza politica è ancora disomogenea, i divari salariali persistono, i carichi di cura sono assolutamente sproporzionati, la violenza di genere è una ferita sociale ancora aperta. Ricordare quel primo voto a suffragio universale, allora, significa riconoscere che ogni contributo conta, ma che la partecipazione non è scontata; che ogni diritto può essere perso, se non viene esercitato; che la politica non è un mondo distante, ma un luogo da abitare; che la democrazia non è mai un traguardo, ma un cammino.
Buon cammino a tutte noi, allora! Alle nostre amiche, alle nostre figlie, alle nostre nipoti! E a tutte le donne che seguiranno!