DIOCESI – Un’occasione di riflessione, condivisione e fraternità ha riunito i religiosi e le religiose della regione Marche a Loreto, presso il Santuario Pontificio della Santa Casa, lo scorso Sabato 30 Maggio 2026, in occasione della Giornata regionale per la Vita Consacrata, promossa dalla CEM (Conferenza Episcopale Marchigiana) e curata dalla Commissione per la Vita Consacrata delle Marche.
Al centro dell’appuntamento, l’importanza di un duplice percorso: quello personale di aspirare alla santità, e quello comunitario, di camminare insieme. A relazionare sul tema è stato don Michele Gianola, sottosegretario della CEI e direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della CEI, il quale ha spiegato che la vita consacrata non è mai un’esperienza isolata, ma un cammino che si nutre di relazioni, confronto, sostegno ed ascolto reciproco.
Presenti numerose suore e parecchi frati provenienti dai diversi istituti e monasteri delle Diocesi del Piceno, che hanno concluso la mattinata con la Santa Messa presieduta da mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo di Loreto, e concelebrata da padre Simone Giampieri, provinciale della Provincia Picena San Giacomo della Marca.
Desiderare cose grandi
Dopo un momento di preghiera comunitaria, la giornata si è aperta con l’esortazione di papa Leone XIV ad aspirare alla santità, senza accontentarsi di una vita spirituale mediocre: chi punta in alto, infatti, vede crescere in sé la luce del Vangelo.
L’incontro è entrato nel vivo con la meditazione della Lettera ai Filippesi in cui Paolo invita a vivere nella gioia del Signore, a coltivare amabilità e fiducia, a presentare a Dio ogni richiesta con preghiera e gratitudine, a custodire pensieri orientati al vero, giusto, puro, amabile. La promessa che ne consegue è che “la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù“.
Vedere nell’altro il volto di Cristo
Suor Maria Alfonsa Fusco, delegata dell’Usmi (Unione Superiore Maggiori d’Italia) per la Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, racconta:
“Dopo una presentazione ricca e profonda della tematica, don Michele Gianola ci ha fatto riflettere sull’importanza, per ciascuna persona, di conoscere la propria identità individuale, di riscoprire la propria umanità e poi anche la bellezza della vita consacrata.
Attraverso le parole di Paolo VI, ci è stato ricordato che Nazareth è la scuola del Vangelo, dove si impara ad osservare, ascoltare, meditare, penetrare il mistero dell’incarnazione. Dio è reale, vivo, personale, provvido. La contemplazione è l’atto più alto dello spirito e ordina tutta l’attività umana.
Ci è stata quindi ribadita la centralità di un umanesimo che veda nel volto di ogni uomo il volto di Cristo: il Concilio Vaticano II, infatti, ha unito l’amore per l’uomo con la centralità di Dio, affermando che per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo e quindi anche le sue fragilità. A questa umanità don Michele ha proposto dei rimedi, degli esercizi, per poterla superare.
Attraverso le parole di Sant’Agostino, ci è stato suggerito di costruire silenzi interiori, così da percepire, scavare, illuminare la propria identità nello Spirito, perché Dio ci ha creato non per scherzo, quindi anche la propria fragilità va accolta. In questo processo è importante anche riconoscere la preziosità altrui e lottare contro la disistima dell’altro. Siamo chiamati a valorizzare l’altro, esercitando la delicatezza, la discrezione, il prendersi cura di sé e dell’altro“.
I tre rimedi per superare le fragilità
“Per superare questa fatica quotidiana – prosegue suor Maria Alfonsa Fusco – è necessario contrapporre qualche rimedio.
L’umorismo dell’amore
Il primo è l’umorismo, cioè sorridere e diffondere sorrisi alla fragilità propria ed altrui. La mistica Madeleine Delbrêl mostra la nostra fragilità con ironia spirituale: siamo incoerenti, buffi, spesso pronti a grandi slanci, ma non ai piccoli gesti quotidiani. Dio ci ama con un amore ‘eterno e terribile’, che chiede dono di sé e capacità di sorridere dei nostri fallimenti. La pace nasce al crocevia tra lacrime di gioia e risate su noi stessi.
La finitudine come risorsa
Un altro rimedio ci viene attraverso le parole del Santo Padre, il quale ci ricorda che la nostra finitudine non ci impoverisce, bensì ci apre al volto di Dio e degli altri, ci fa riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e ci permette di intuire una fraternità più grande. La vita spirituale cresce attraverso prove, cadute, sogni e delusioni: da questo intreccio nascono i ‘prodigi dell’animo’. Tutti noi siamo chiamati a cogliere questo bisogno di spiritualità e a curare le relazioni, vivendo la concretezza, il dinamismo, la gestualità, la costanza della vita quotidiana, perché la vita non è concettualità, ma concretezza.
La responsabilità reciproca nella preghiera
L’ultimo rimedio è la responsabilità reciproca. Attraverso le parole del cardinale Carlo Maria Martini, abbiamo riflettuto sul fatto che Dio desidera che gli esseri umani si prendano realmente a cuore, vivano una mutua responsabilità, si sostengano non solo con l’azione, ma anche con la preghiera di intercessione. L’intercessione non cambia Dio, ma apre la creatura ai suoi doni e costruisce una comunione profonda tra gli uomini. Ecco, allora, che diventa essenziale recuperare la preghiera e il cammino comunitario nella vita di ogni giorno. Siamo chiamati ad avere il coraggio di richiamare volti, persone e relazioni vissute.
Come scalfire il nostro cuore di pietra?
Conclude suor Maria Alfonsa Fusco: “Al termine della meditazione, abbiamo compreso che l’intercessione ha la forza di scalfire il cuore di pietra. Ci è stato quindi proposto un esercizio semplice: lasciar emergere i volti e i nomi delle persone che hanno attraversato la nostra vita. Li abbiamo scritti uno per uno; abbiamo ricordato amici, lontani, feriti, feritori, bisognosi, compagni di cammino. È stato un atto di memoria e di misericordia che ha aperto il cuore alla pace“.
Durante il dibattito che ne è seguito, è emerso che ciò che impedisce la santità, è una diffusa rassegnazione nella vita consacrata, unita ad una scarsa condivisione del bene. La soluzione più immediata potrebbe essere quella di recuperare il proprio potenziale e di rafforzare la comunicazione del bene, così da facilitare la cura delle relazioni buone e la conoscenza della ricchezza spirituale che c’è nella Chiesa.
Uno sguardo al futuro
Dopo la celebrazione della Santa Messa, la mattinata si è conclusa con un’agape fraterna, un momento conviviale che ha permesso di rinsaldare i legami di amicizia e stima reciproca tra le diverse congregazioni. La giornata si è chiusa con una convinzione precisa: la santità non è perfezione, ma un cammino umano e divino insieme, fatto di gioia, preghiera, contemplazione, umorismo, fragilità accolta, responsabilità reciproca, intercessione. È un percorso in cui Dio plasma il cuore attraverso la vita concreta. Molto chiaro, quindi, il mandato che ne è conseguito: tornare nelle proprie comunità e nei propri luoghi di missione con un rinnovato entusiasmo, pronti a essere, insieme, testimoni credibili della gioia e della pace di Cristo.
Foto di suor Maria Alfonsa Fusco