(Foto SIR)

Di Riccardo Benotti

Ventisei anni. Un melanoma diagnosticato a ventitré, un matrimonio celebrato nonostante la prognosi infausta, due anni di malattia attraversati senza retorica. E una scia di testimonianze che non si è esaurita con la morte, sopraggiunta il 3 agosto 2007. “Federico Bazzan. Le stagioni della felicità” (Edizioni Ares), firmato da Emilia Flocchini e Matteo Liut, raccoglie in 288 pagine la vicenda di un giovane di Granzette, frazione di Rovigo, che è stato bancario, educatore, animatore, catechista, membro della Gioventù francescana e amico di don Oreste Benzi. Flocchini e Liut, entrambi voci consolidate dell’agiografia contemporanea su “Avvenire”, scelgono la via di una biografia polifonica: il volume non è un profilo costruito a posteriori, ma il montaggio paziente di una memoria condivisa.

Il libro è introdotto da mons. Pierantonio Pavanello, vescovo di Adria-Rovigo, che parla di “effetto calamita” – l’espressione, ricorrente nelle testimonianze raccolte, dà la cifra del volume – e prefato da mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona. È quest’ultimo a fissare il registro: “C’è un modo di vivere che non fa rumore, eppure lascia un’eco lunga, come questa di Federico Bazzan”. Le parole di Pompili non sono di circostanza: collocano la testimonianza dentro una “rottura silenziosa ma profonda” della trasmissione della fede, in cui mancano “i corpi che le incarnano”. È in questa cornice che il libro chiede di essere letto.

La struttura è la sua scelta più felice. Anziché la consueta sequenza cronologica, gli autori adottano le quattro stagioni – Estate, Autunno, Inverno, Primavera – riprendendo il titolo dello spettacolo che Federico aveva ideato per i suoi Clown4. Estate: le radici, l’infanzia a Granzette, il fratello minore Filippo, l’animazione parrocchiale. Autunno: l’incontro con Sara Isolan, il fidanzamento, le nozze del 10 settembre 2005, celebrate quando il melanoma era già un fatto. Inverno: la malattia vissuta “consegnata”, come dirà suor Barbara, e gli ultimi giorni. Primavera: ciò che è rimasto. Ogni stagione è accompagnata da una canzone degli 883 o di Max Pezzali, gli stessi brani che Federico portava nei campiscuola. La scelta non è leziosa: è un atto di fedeltà al linguaggio del protagonista.

Il cuore del volume sono le voci. Decine di amici, familiari, colleghi, religiosi – fra Lucio, fra Matteo Marcheselli, fra Simone Ceccobao, suor Barbara, suor Lidia Ferraro, don Adriano Galvan, don Francesco Todeschini – intrecciano un ritratto coerente. Emerge la stessa parola, ripetuta da chi non si è coordinato: “solare”, “affidabile”, “sorridente”, “trascinatore”. Non è una galleria di apologie. Filippo, il fratello, ammette di non condividere fino in fondo la fede di Federico e di aver sofferto il confronto con quel “gigante”. Il padre Valter racconta gli errori dei paragoni tra figli. La forza del libro sta proprio in queste smagliature: la santità ordinaria non viene levigata, ma restituita con le sue ombre familiari.

Le pagine più intense restano quelle dell’Inverno. La diagnosi del melanoma a dicembre 2004, il matrimonio celebrato comunque, le chemioterapie che non fermano l’animazione degli adolescenti, il divano arancione di Oppeano dove i ragazzi continuano ad andare. E poi la frase pronunciata in ospedale il 1° agosto 2007, davanti al collega Massimo e al padre: “Mamo, sono morto, ma sono carico!”. Pompili la definisce “fiducia nei legami che tengono”. Le ultime parole alla moglie Sara – “in qualunque posto dove sarai io ci sarò; non ti lascerò mai sola” – non sono pietra di edificazione, ma cifra di un rapporto coniugale che il libro racconta senza enfasi.

Resta una domanda che il volume non chiude. Quanto della “sproporzione” di Federico – parola scelta da Pompili: “non l’eccesso, ma la coerenza spinta fino in fondo” – è leggibile come traccia per un cammino ecclesiale? Flocchini e Liut non avanzano ipotesi di causa di beatificazione, non costruiscono agiografia: lasciano che siano le voci a parlare. Il libro è una testimonianza affidata, non un dossier. E forse è proprio questa sobrietà la sua maggiore qualità. In un tempo segnato dal bisogno di icone giovani della fede – dopo Carlo Acutis, dopo Pier Giorgio Frassati – la storia di Federico Bazzan arriva senza pretese di canonizzazione anticipata. Una vita normale, attraversata fino in fondo, raccontata da chi l’ha vista da vicino. È in questa misura discreta che il libro consegna il suo “effetto calamita”

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