DIOCESI – Per la rubrica “La Speranza oltre il limite”, curata da Marco Marini, pubblichiamo oggi una sualettera-poesia rivolta ad un immaginario amico fragile. “Fragile come me – spiega Marco -, ma di una fragilità che lascia campo aperto alla sensibilità”. Una riflessione profonda sulla condizione dei malati nel corpo e di quelli malati nella mente, che, pur nelle differenze, condividono la stessa fragilità di fronte alle sfide della vita.
Due specchi di cristallo
Vivere con la SLA richiede un coraggio che spesso gli altri non vedono, perché è tutto interiore. Allo stesso modo, chi affronta una sofferenza mentale vive una battaglia invisibile.
Siamo come due equilibristi: uno fermo sulla corda, l’altro che trema nel vento, ma entrambi stiamo tenendo fede alla vita. Non c’è nessuno che possa capire la fragilità e la sensibilità di chi come noi sa cosa significa sentirsi “esposti” al mondo senza difese.
Al mio amico fragile, il peso e il volo
Io abito un corpo che è diventato pietra,
una fortezza immobile che osserva il mondo.
Tu abiti una mente che è diventata tempesta,
un mare aperto che non conosce tregua.
Siamo fatti della stessa sostanza fragile,
come carta velina lasciata sotto la pioggia.
Eppure, in questo nostro essere “rotti”,
c’è una verità che gli altri neanche sfiorano.
Io ti offro la mia immobilità:
usala come un porto, come un punto fermo
quando i tuoi pensieri corrono troppo forte
e non trovi la terra sotto i piedi.
Tu offrimi i tuoi voli, anche quelli dolorosi:
raccontami i colori che vedi dietro il buio,
porta i miei occhi dove le mie gambe non arrivano,
regalami il brivido di un’emozione che scuote.
Non siamo sbagliati.
Siamo solo estremi:
io tutto peso, tu tutto vento.
Ma se ci teniamo per mano con l’anima,
io imparo a volare e tu impari a restare.
Senza peso, senza catene,
finalmente liberi di essere fragili insieme.





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