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FOTO Ripatransone, Madonna di San Giovanni, il messaggio di pace del vescovo Palmieri tra fede, storia e tradizione

RIPATRANSONE – Si è onorata Domenica 12 Aprile, a Ripatransone, la solennità dell’Ottava di Pasqua, giornata da sempre definita Domenica in Albis, che negli ultimi decenni è stata intitolata alla Divina Misericordia, ma che nel Comune ripano è storicamente dedicata alla Madonna di San Giovanni, co-patrona della città e patrona della Diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto.

I festeggiamenti religiosi sono culminati con la processione per le vie del borgo e la solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal vescovo Gianpiero Palmieri alle ore 18:30 presso la concattedrale dei Santi Gregorio Magno e Margherita. La Santa Messa è stata concelebrata da don Nicola Spinozzi don Yvon Mbungia, rispettivamente parroco e vicario parrocchiale delle comunità di Ripatransone, e don Claudio Capecci, collaboratore parrocchiale della comunità di Trivio e Cossignano. A servire l’altare sono stati i diaconi Walter Gandolfi ed Emanuele Imbrescia, mentre ad animare la Celebrazione è stato il coro parrocchiale.

Presenti anche le autorità civili: il primo cittadino Alessandro Lucciarini De Vincenzi, il vicesindaco Roberto Pasquali e la consigliera Roberta Capocasa.

I festeggiamenti civili si sono conclusi alle ore 22:00 con il tradizionale e suggestivo spettacolo pirotecnico denominato “Cavallo di Fuoco“.

Domenica in Albis vestibus depositis

Anche se generalmente è conosciuta come “Domenica in Albis“, il nome completo dell’Ottava di Pasqua è “Domenica in Albis vestibus depositis“, che letteralmente significa “Domenica in cui vengono deposte le vesti bianche“.

Nei primi secoli del cristianesimo, infatti, il Battesimo veniva amministrato durante la Veglia di Pasqua. I neofiti, cioè i nuovi battezzati, indossavano una tunica bianca che portavano per un’intera settimana come simbolo della purezza ricevuta e della loro nuova vita. La Domenica successiva alla Pasqua, durante una cerimonia solenne, i battezzati deponevano finalmente la veste bianca per tornare ai loro abiti comuni, portando però nel cuore la luce del Sacramento.

Domenica della Divina Misericordia

Dal 2000, per volontà di papa Giovanni Paolo II, la Domenica in Albis è stata intitolata alla Divina Misericordia, ispirandosi alle visioni di Santa Faustina kowalska, mistica polacca che, nel suo diario, riportò il desiderio di Cristo, a lei espresso durante una delle Sue apparizioni,  di istituire la “Festa della misericordia”, affinché fosse “di riparo e di rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della mia misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della mia misericordia. L’anima che si accosta alla confessione ed alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. […] Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto”. (Diario 699)

Da quella data l’accento dell’Ottava di Pasqua è posto proprio sul perdono e sull’amore gratuito di Dio. Ed è proprio sulla grande ed infinita misericordia di Dio, che il vescovo Palmieri ha incentrato la sua omelia.

I festeggiamenti religiosi: le parole del vescovo Gianpiero

Mons. Palmieri, commentando la pericope del Vangelo del giorno, ha spiegato nel dettaglio le azioni e le parole di Gesù Risorto durante le sue due apparizioni ai discepoli.  

Il dono della pace
“La comunità cristiana è rifugiata nel cenacolo, perché è sconvolta per la morte del Maestro. Solo le donne coraggiose escono, ma il resto dei discepoli e delle discepole resta chiuso nel cenacolo, insieme e pieni di paura. Gesù Risorto, allora, entra a porte chiuse e la prima cosa che dice è: ‘Pace a voi!’“.
A proposito di pace, durante l’embolismo, cioè l’orazione che si fa subito dopo la preghiera del Padre Nostro e prima del rito dello scambio della pace, il vescovo Gianpiero ha ripetuto per ben due volte l’invocazione “Concedi la pace ai nostri giorni“, sottolineando l’urgenza del dono della pace in questo particolare momento storico in cui la situazione geopolitica internazionale è  molto preoccupante.

Il soffio dello Spirito Santo
Palmieri ha poi proseguito spiegando il secondo gesto compiuto dal Risorto durante l’apparizione nel cenacolo: “Gesù poi fa il gesto di soffiare lo Spirito Santo. Un gesto significativo che ricorda Dio che, all’inizio della creazione, con il soffio divino, trasforma il fango – terra e acqua – in una nuova creatura: l’essere umano. Il soffio di Dio è la potenza del suo Spirito, per cui l’uomo diventa vivo. E così Gesù Risorto, a questa comunità impaurita e chiusa nel cenacolo, soffia nuovamente lo Spirito Santo, che la rialza in piedi, fornendole una nuova vita”.

La missione di misericordia
Infine il vescovo Gianpiero ha parlato della missione affidata da Gesù Risorto alla Chiesa: “Gesù, alla piccola comunità dei discepoli dice: ‘Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi‘. Allora la passione di Gesù continua. Nessuno può fermare la missione di Gesù. La missione del regno di Dio, la missione della vita nuova. Comincia così il viaggio della Chiesa, comincia la sua missione, che la porta in tutto il mondo, che la porta fino a qui, oggi”.

“Si tratta di una missione di salvezza – ha spiegato mons. Palmieri -. Il messaggio che Gesù dà alla Chiesa, di tutti i tempi e in tutti i luoghi, anche a questa comunità, oggi, è bellissimo: ‘Nel mio nome, nel nome di Cristo Risorto, perdonate i peccati!’. È una missione di misericordia, è una missione di perdono. Perché di questo hanno bisogno gli uomini: di sentirsi amati. Ogni uomo e ogni donna ha bisogno di sentirsi amato, di sentire le parole di misericordia di Dio. Abbiamo bisogno di questo. Papa Francesco diceva a noi preti di perdonare tutto, tutto, tutto, perché – dice Dio – ‘Io ho già perdonato tutto sulla croce’.

Un corpo che parla d’amore
Significativo è anche il momento bellissimo in cui Tommaso dice che crederà solo se entrerà in contatto con il corpo ferito di Gesù Cristo. Si crea, allora, un corpo a corpo tra Tommaso e Gesù Cristo. Ma questo corpo a corpo è proprio la fede. Che cos’è la fede, se non credere che Gesù Risorto sia qui davanti a me ed iniziare un corpo a corpo nuziale con Lui, che sappia di abbraccio, che sappia di amore, in modo tale che il nostro corpo sia un solo corpo col corpo ferito di Gesù Risorto?!
Il corpo di Gesù Risorto porta i segni della passione ed è come se Gesù dicesse alla Chiesa: ‘Vieni qui, diventiamo un solo corpo io e te. Tu sei il mio corpo nel mondo, tu devi significarmi. Tu sei i miei occhi, il mio sguardo, il mio corpo, il mio cuore, le mie mani, i miei piedi, la mia voce nel mondo‘. E anche noi partecipiamo alle ferite di Gesù. Anche la Chiesa viene ferita. Anche la comunità cristiana è perseguitata, ancora oggi, perché la voce di Dio può essere rifiutata. Noi siamo il corpo di Cristo e quindi abbiamo le sue stesse ferite impresse nel nostro corpo. Ma, ciò nonostante, come Lui, non ci scoraggiamo e andiamo nel mondo a diffondere il messaggio di bene, di fraternità, di giustizia e di pace, che Gesù ci ha insegnato. È Lui che ci prende, che ci uccide a sé e ci rimanda nel mondo”.

Chiamati ad essere casa di Dio aperta a tutti, come Maria
L’ultimo pensiero mons. Palmieri lo ha rivolto a Maria, “immagine e modello della Chiesa, che, come Lei, è chiamata a diventare casa per tutti“. “Questa casa – ha spiegato il vescovo – passa attraverso le case degli uomini, vola sopra ogni città e ogni paese, raggiunge il mondo intero, perché il mondo intero sappia che fa parte della casa del Dio. E in questa casa possa entrare, se vorrà, con l’aiuto del Vangelo e la misericordia di Dio. Ma che bellezza! Ma che splendore è il nostro Vangelo! È un Vangelo che dice il cuore aperto di Dio, che non chiude niente a nessuno, che non chiude mai le porte. Per questo la casa è aperta. Aperta a tutti. Ad ogni vicenda umana. Ad ogni cuore umano. Sempre e comunque. È la casa di Maria, è la casa del Signore Risorto, è la casa del Padre”.

I festeggiamenti civili: il tradizionale “Cavallo di Fuoco”

Al termine della Santa Messa, i numerosi fedeli e i turisti accorsi hanno potuto consumare la cena grazie agli stand enogastronomici allestiti per l’occasione.

Alle ore 21:30 la piazza antistante il Duomo si è riempita di gente curiosa di ammirare il tradizionale spettacolo del “Cavallo di fuoco“. La sagoma equina, piena di fuochi pirici, è uscita dalla rimessa, accolta da giovani del luogo che nel frattempo cantavano cori. Poi, seguito da una folla numerosa, il Cavallo ha percorso la circonvallazione panoramica fino a Largo Speranza, dove la Banda della Città di Ripatransone lo ha accolto eseguendo la Marcia 23, divenuta ormai l’inno ufficiale della manifestazione. Si è diretto quindi, attraverso corso Vittorio Emanuele, fino a piazza Matteotti-Condivi, dove migliaia di persone erano pronte ad attenderlo.

Nella piazza centrale del paese, dopo un “giro di ricognizione” da parte del Cavallo, si sono spente le luci ed è iniziato lo spettacolo dei fuochi pirotecnici, che è durato circa mezz’ora. Tra zampilli di fuoco e scintille che si irradiavano ovunque verso la folla e scoppi pirotecnici intensi che si alzavano in cielo nel buio della notte, la comunità ha dato luogo ad uno scenario affascinante e magnetico. Il borgo ripano è apparso ancora più suggestivo grazie alla fitta nebbia che si è alzata all’ultimo momento e che ha reso l’atmosfera misteriosa e magica.

Il rito, che rievoca l’audacia di un antico artificiere che nel 1682 decise di cavalcare tra le piazze tra fuochi improvvisati, ha coinvolto la folla in un clima di allegria e di festa, durante la quale i presenti hanno suonato campanacci e fischietti, creando un’atmosfera rumorosa, vibrante e di forte coinvolgimento emotivo.  Anche quest’anno la manifestazione del “Cavallo di fuoco” si è riconfermata essere un forte e sentito simbolo identitario della comunità ripana.

Foto di Tonino Sofia e Carletta Di Blasio

 

Carletta Di Blasio: