In Famiglia il Salmo 46

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Il salmo 46 è un canto corale che coinvolge tutto il popolo: “Dio è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce” (v.1). Sembrerebbe un canto per una vittoria già ottenuta e l’interpretazione storica farebbe pensare a quella avvenuta contro Sennacherib, nel 701 a. C. Il re di Assiria era sotto le mura di Gerusalemme e stava espugnandola, ma dovette tornare a Ninive perché moltissimi suoi soldati furono trovati misteriosamente cadaveri. Si realizzava così una profezia che aveva assicurato la salvezza del popolo se avesse confidato solo in Dio. Se questa può essere la storia, i versi con cui il salmo prosegue ci fanno capire che il componimento travalica l’evento e si pone a difesa di chi lo canta anche nelle più avverse condizioni di vita. “Perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare. Fremano, si gonfino le sue acque, si scuotano i monti per i suoi flutti” (vv. 3-4).

È impossibile non correre con la mente ai tanti tragici cataclismi nel mondo. Alluvioni e terremoti non sono forse fenomeni che ci terrorizzano e di fronte ai quali ci pare che Dio non intervenga? Invece proprio di fronte ad essi il salmista ripete di non temere. Da dove nasce questa fiducia ostinata? Con quale preghiera i fratelli della tradizione ebraico-cristiana possono essere vicini alle vittime delle innumerevoli calamità naturali che non hanno un Dio a cui rivolgersi? Ecco una spiegazione: “Un fiume e i suoi canali rallegrano la città di Dio, la più santa delle dimore dell’Altissimo” (v. 5). È importante questo versetto perché già gli studiosi ebrei, fin dai primi tempi, constatavano che Gerusalemme non è attraversata da un fiume. Ciò induceva ad una interpretazione allegorica: il riferimento è al fiume che scaturirà dal lato destro del tempio e che darà frutti ogni mese (secondo la profezia di Ezechiele), ma poi, l’interpretazione cristiana ha voluto vedere nell’acqua quella di cui parla Gesù alla samaritana: “un’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14). E ancora quella che esce dal costato di Gesù, morto in croce (Gv 19,34). C’è, dunque, un’acqua che fa vivere e si contrappone a quelle che seminano morte e quest’acqua è portata dal Messia che è l’Emmanuele, il Dio con noi” (Mt 1, 22-23), un’affermazione che sembra proprio essere consequenziale ai versi del nostro salmo: “Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare.” (v. 6) “Il Signore degli eserciti è con noi” (v. 8).

Sappiamo con quanto tremore si possa pronunciare ciò senza montare in superbia. Che Dio sia con noi non è accaparrarselo ma sapersi fidare. Egli “ha bisogno” della nostra fiducia come un padre quella di un figlio. Ecco cosa potrebbe dire un marito abbracciando la moglie e i figli, dopo lo scampato pericolo: “Venite, vedete le opere del Signore, egli ha fatto cose tremende sulla terra. Farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi” (vv. 9-10). Non potrebbero queste parole unire gli uomini e le donne anche oggi? Riconoscersi creature, spesso impotenti di fronte agli eventi e nello stesso tempo “credenti” in un Dio che ha come desiderio più profondo quello che i suoi figli smettano di combattere fra loro. Ma come pregare queste parole, mentre si segue uno dei nostri telegiornali? Ancora un verso: “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra” (v. 11). Il verbo “fermatevi” non invita solo a far tacere le armi, ma ad entrare in se stessi, a lasciare uno spazio e un tempo in cui far posto a Dio e riconoscerci incapaci da soli di fare la pace perfino con la nostra stessa coscienza. “Eccelso”, poi, significa “innalzato” e ci mostra la Croce come unica via per la salvezza. Perché, dunque, scorra il fiume della pace che è solo in Dio, non basta che egli sia “con noi” ma è necessario riconoscerlo umilmente come Signore della vita e della storia, ammettendo che da soli non possiamo fare niente.

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