Parco Marino del Piceno, intervista a Massimo Rossi: “Prosperare proteggendo le nostre risorse naturali”

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RIVIERA Massimo Rossi portavoce dell’associazione “Promotori del Parco Marino del Piceno ODV” ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione del progetto inerente il tratto costiero ricco di biodiversità delle Provincie di Ascoli e di Fermo, lungo 26 Km, da Marina di Altidona sino alla foce del fiume Tronto, per un’estensione di tre miglia marine. In particolare “Promotori del Parco Marino del Piceno Odv” è un’organizzazione di volontariato che persegue la finalità dell’istituzione dell’Area Marina Protetta e ha fra i suoi obiettivi quello di colmare il deficit di informazione della collettività locale in merito al significato ambientale e ai vantaggi economici e sociali che ne deriverebbero.

Massimo Rossi, lo scorso giugno è stato sottoscritto un importante documento.
Esatto, sensibilizzati da un ampio comitato rappresentativo dell’associazionismo, del mondo dell’università e la ricerca, delle categorie del turismo e della piccola pesca, sette sindaci della costa del Piceno, hanno sottoscritto, il 22 giugno scorso, un documento congiunto per chiedere al Ministero della Transizione Ecologica di riattivare il procedimento per l’istituzione del Parco Marino del Piceno.

Quando è nata l’idea di istituire l’Area Marina Protetta?
L’idea di istituire un’Area Marina Protetta nella fascia costiera del Piceno nasce alla fine degli anni ’80 in seguito ai gravi fenomeni di eutrofizzazione che ebbero un forte impatto negativo sul sistema economico e favorirono una presa di coscienza riguardo la necessità di salvaguardare l’ambiente marino. Questa proposta, avanzata formalmente da parte dei Comuni interessati, fu poi recepita dal Parlamento Italiano con l’inserimento del “Parco Marino del Piceno” tra le aree marine “di reperimento” elencate dall’art.36 della “Legge quadro sulle aree protette” approvata il 6 dicembre 1991. Ne seguì un lungo e partecipato iter progettuale finanziato dagli stessi enti locali e da altri enti e curato dall’Ismar Cnr che ha coinvolto oltre alle istituzioni politiche e scientifiche, anche le categorie economiche del mondo della pesca e del turismo. Purtroppo però, una volta completato il lungo percorso progettuale con il parere favorevole espresso nell’aprile 2010 dalla Conferenza Stato Regioni Autonomie Locali, sul testo del Decreto istitutivo predisposto dal Ministro dell’Ambiente d’intesa con il Ministro dell’Economia, l’istituzione dell’Amp fu sospesa su richiesta dell’Amministrazione Provinciale di Ascoli Piceno che sulla scia delle clamorose proteste dei pescatori di vongole, unica categoria contraria al progetto, il 30 giugno 2010, inoltrò al Ministero una richiesta di altro tempo per effettuare ulteriori verifiche e consultazioni, peraltro mai messe in atto in alcun modo.

Negli ultimi tempi il progetto è stato rilanciato, perché?
A seguito della pubblicazione da parte della Commissione Europea, il 20 maggio 2020, del documento che nel definire la “strategia dell’UE sulla biodiversità per il 2030” stabilisce gli obblighi e le misure di supporto finanziario finalizzate a raggiungere entro il 2030 l’obiettivo della protezione di almeno il 30% della terra (attualmente al 26%) e il 30% del mare (attualmente all’11%!). Nell’ambito dello stesso documento si afferma che “proteggere e ripristinare lo biodiversità e il buon funzionamento degli ecosistemi è fondamentale per aumentare la nostra resilienza e prevenire l’insorgenza e lo diffusione di malattie future” e che pertanto “per il bene del nostro ambiente e della nostra economico e per sostenere lo ripresa dell’UE dalla crisi COVID_19”. Va sottolineato che l’attuale progetto del “Parco marino del Piceno”, comprendente il tratto di costa lungo 26 km dei comuni di Altidona, Pedaso, Campofilone, Massignano, Cupramarittima, Grottammare e San Benedetto del Tronto,  essendo certamente il più soggetto alla pressione antropica ed economico-produttiva tra le aree protette già istituite nel nostro Paese rappresenta un originale progetto innovativo, non certo concepito come un “santuario” in cui “congelare” un ambiente naturale ancora integro e di straordinaria valenza estetica, impedendo in sostanza qualsiasi attività.  Esso infatti, pur nella previsione di alcune aree di tutela integrale, generale e parziale, si ispira all’idea di una riserva a scacchiera integrata, dinamica, altamente innovativa, concepita in modo tale da conciliare le esigenze di conservazione e salvaguardia delle risorse marine con la loro necessaria fruizione.

Ci spieghi meglio.
Basti considerare che i km di costa preclusi alla pesca delle vongole, praticata con turbosoffianti fortemente impattante sull’ecosistema costiero, sarebbero appena 5 su un totale di 50 di tutto il compartimento marche sud e sui 169 dell’intera costa marchigiana.  Una riduzione che rappresenta un sacrificio limitato, ma prezioso ed indispensabile, se vogliamo dar retta alla scienza che, presentando il conto degli errori già commessi, ci dice che l’unico modo per salvaguardare la biodiversità, quindi in prospettiva la nostra salute e la nostra vita, nonché la stessa consistenza e qualità degli stock ittici, è quello di sottrarre piccoli tratti di terra e di mare, a scacchiera, alla pressione delle attività umane.  All’interno di questi brani di mare le specie animali e vegetali possono infatti crescere e riprodursi indisturbate contribuendo così alla rinaturalizzazione degli ambienti circostanti.

Dunque quali opportunità potrebbe offrire l’Area Marina Protetta?
Sono notevoli quelle di valorizzazione del pescato in relazione alla sua conseguente identificazione in termini di salubrità e sostenibilità della sua produzione. Concetti questi, invece, recepiti della marineria della piccola pesca artigianale, in sofferenza per il calo del pescato a causa dello sfruttamento eccessivo delle risorse marine che, unitamente ai riflessi dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento connesso alla forte urbanizzazione costiera, hanno oramai ridotto la capacità di rigenerazione dell’ambiente naturale con il rischio di una compromissione irreversibile. Un comparto, quello della piccola pesca artigianale, per il quale a fronte dell’impegno ad una programmazione delle attività di prelievo ed alla sperimentazione di attrezzi di pesca più selettivi l’Amp rappresenta una concreta possibilità di rilancio e di apertura di nuovi scenari di “multifunzionalità”.

In tutto questo quale ruolo hanno gli operatori turistici?
Sicuramente non può mancare il loro sostegno alle prese con la necessità di convertire e caratterizzare maggiormente l’offerta del sistema locale nella direzione di una più grande sintonia con la domanda di natura, ambiente, salute, sempre più forte nell’opinione pubblica. Una conversione attraverso la quale poter offrire in modo efficace e credibile non solo “l’ombrellone”, ma pescaturismo, itinerari in mare, osservazione dei fondali, musei ittici e della storia della pesca, percorsi enogastronomici, e tanto altro.  Senza considerare che il Parco Marino del Piceno, attraverso i sistemi fluviali dell’Aso e del Tronto, le cui foci sono incluse nella perimetrazione, sarebbe direttamente collegato con i due parchi nazionali montani dei Sibillini e della Laga, andando a costituire un unicum a livello nazionale ed europeo con tutte le immaginabili ricadute oltre che ambientali anche in termini di attrattività turistica.

Lei ritiene che Amp del Piceno può essere vista quindi come una forma di gestione innovativa e partecipata dello spazio marino?
Certo, alla ricerca degli usi sostenibili delle risorse, dove mettere in atto “buone pratiche” trasferibili alle tante realtà costiere italiane ed europee caratterizzate da analoghe pressioni antropiche.  Un progetto quindi di straordinaria importanza non solo per il territorio di riferimento ma utile per avviare realmente quella riconversione ecologica tanto citata e di cui c’è un inderogabile bisogno. Dunque rimbocchiamoci le maniche per realizzarlo tutti insieme.

 

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