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“Salviamo il Madonna del Soccorso”, Don Patrizio Spina: «C’è timore e credo che una risposta debba essere data»

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In marcia, in ascolto. Tra le tante persone che, sabato, hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal comitato “Salviamo il Madonna del Soccorso” – in difesa dell’ospedale civile e per un rilancio dei servizi sanitari pubblici nell’hinterland sambenedettese – c’erano anche don Patrizio Spina e monsignor Romualdo Scarponi della parrocchia Santa Maria della Marina. Ambedue sottolineano come la loro partecipazione non debba essere interpretata come un appoggio  dell’istituzione ecclesiastica locale in questa vertenza.

Entrambi, infatti, rimarcano di essere scesi in strada a titolo strettamente personale. «Prima ancora che come sacerdote, ho partecipato da cittadino che vive a San Benedetto da 51 anni – ha detto Don Romualdo – perché credo che il diritto alla salute vada tutelato». Idem per il neo-parroco Don Spina: «Ero curioso di sapere e d’informarmi meglio. Sono nuovo in questo territorio e mi sembra opportuno essere tra la gente, senza pregiudizi, anche semplicemente per ascoltare». Cos’ha ricavato da questo ascolto? «Ho sentito che c’è timore e credo che una risposta a questi timori debba essere data».

Fin qui le parole dei due religiosi. Ma vediamo quali sono le rivendicazioni alla base di questa importante manifestazione che, va detto, ha visto una partecipazione trasversale del mondo politico locale, da destra a sinistra, compresi i sindaci di S. Benedetto e Monteprandone (Piunti e Loggi) con tanto di fascia tricolore, così come Massimo Vagnoni da Martinsicuro. «A parte il fondamentale ripristino dei servizi depotenziati al Madonna del Soccorso, i nostri obiettivi prevedono un ospedale di primo livello nella zona con maggiore densità di popolazione, cioè sulla costa – spiegano dal comitato promotore del corteo di sabato scorso -. Il dove, se San Benedetto o Monteprandone, lo decideranno i tecnici dopo avere trovato la zona migliore per farlo. Se c’è a San Benedetto si fa a San Benedetto,  se c’è a Monteprandone si fa lì e non più lontano di lì».

«Aggiungiamo per completezza – proseguono dal sodalizio civico – che, se a differenza di Macerata e Civitanova dove ci sono 2ospedali di primo livello, la Regione qui ne vuole fare uno (e ci dovranno spiegare perché), saranno gli ascolani a doversi muovere per ottenere le tutele riconosciute alla zona montana, ma al bacino costiero spetta comunque per legge un primo livello. Se invece la Regione deciderà di mantenere l’attuale ospedale unico su due plessi (cosa che pare irrealizzabile solo qui) sulla costa ci dovrà essere tutta l’emergenza, come dice la programmazione, ad Ascoli tutto il programmato».

Come riporta lanuovariviera.it il presidente del comitato civico, Nicola Baiocchi, nel corso del suo intervento al termine della manifestazione, ha snocciolato qualche cifra a sostegno della tesi che vuole un costante impoverimento della Sanità pubblica nel Sud delle Marche: «Nel 2019 l’area vasta 5 ha avuto 41 figure di personale in meno, l’area vasta 3, 39 in più. Come ha fatto in tre anni l’area vasta 3 ad avere 21 primari in più? Chi lo ha deciso? A San Benedetto abbiamo 43 posti letto in meno, ufficialmente per lavori in corso che non ci sono più».

Marco Braccetti:

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