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Don Vincent: “L’immigrazione come opportunità per l’ecumenismo in Italia”

Di Don Ifeme, Chukwumamkpam Vincent, docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Redemptoris Mater, Ancona e il Direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo, Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto. Articolo pubblicato su Paralellus, Brazil.

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L’attuale fenomeno dell’immigrazione ci offre la presenza, qui in Italia, dei “nuovi cristiani” della tradizione non-cattolica. Con la forte presenza degli immigranti della chiesa ortodossa, maggiormente provenienti dall’est Europa, seppur in netta flessione sia per l’ingresso di alcuni paesi dell’Europa orientale nell’Unione Europea (EU) sia per le cresciute opportunità di lavoro in questi paesi, e degli immigranti delle tradizioni evangeliche – perlopiù pentecostali e delle chiese della tradizione protestante dal Sud del mondo – si intravvede una grande opportunità per l’ecumenismo in Italia.

Le (im)migrazioni offrono una straordinaria ed inedita opportunità all’ecumenismo, perché negli anni a venire i cristiani italiani saranno sempre più chiamati ad esercitare il “dialogo” nella sua dimensione globale ed esistenziale attraverso la testimonianza evangelica, l’accoglienza e la fraternità, in un dialogo di carità: perché il dialogo non è soltanto scambio di idee, ma in qualche modo, è anche uno scambio di doni (Cfr. Lumen Gentium, 13, Ut Unum Sint, 8).

Introduzione
Nel 70o anniversario della fondazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese – CEC –  (1948 – 2018) è opportuno riflettere sul cammino ecumenico nel XX e XXI secolo. Si pensa che uno dei fenomeni attuali del nostro secolo che richiede l’attenzione per la sua portata antropologica-sociale-religiosa è la questione migratoria o  mobilità umana.
Si potrebbe dire, dal punto di vista della Chiesa cattolica romana, che essa ha agganciato il movimento ecumenico moderno “lentamente, attraverso un processo di prudente discernimento”[1] ed a volte anche conflittuale. L’apertura della Chiesa cattolica romana, specialmente dal Concilio Ecumenico Vaticano II, al movimento ecumenico come viene espresso dal CEC, candida ormai la Chiesa cattolica ad essere uno dei veri protagonisti del cammino ecumenico contemporaneo.
Proponiamo dunque di esaminare brevemente in seguito come la Chiesa cattolica, specialmente nel contesto Italiano, intravvede in questo fenomeno migratorio la mano Provvidente di Dio, un’opportunità per un’autentica e concreta testimonianza cristiana ed un’occasione per la promozione del cammino ecumenico delle chiese nel prestare attenzione ai segni del tempo.

I “Nuovi Cristiani” in Italia
Un italiano medio, quando si parla della Chiesa cristiana, la intende semplicemente soltanto come la Chiesa Cattolica Romana. Il contesto religioso italiano potrebbe essere descritto come un “monopolio completo” oppure, per essere meno sbilanciato, come un “pluralismo imperfetto”. Per questo, nell’opinione pubblica, a parte la Chiesa cattolica, ogni altra comunità ecclesiale o religione è considerata meno conosciuta o addirittura di un valore inferiore. In alcuni casi, queste altre comunità di fede non-cattolica sono disprezzate e svantaggiate in confronto alla “tradizionale” Chiesa cattolica[2].

Il cristianesimo del contesto italiano, quasi totalmente cattolico, presenta una peculiarità che consiste nel fatto che, prima di ora, non ha veramente avuto un contatto significativo con altri “cristianesimi” o con la presenza di altre comunità ecclesiali, come si evince invece da altri paesi europei quali l’Inghilterra, la Germania e la Svizzera, ecc. Se non si considera il gruppo di minoranza della chiesa Valdese, collocato prettamente nel nordest d’Italia e nato storicamente durante il primo risveglio riformatore, possiamo dire, in generale, che il contesto religioso italiano è “monolitico”.

A livello giuridico, mentre la Chiesa cattolica gode del “Concordato” o “Patto Lateranense” dell’11 febbraio 1929 – con le successive modifiche –  fra la Santa Sede (Chiesa cattolica) e lo Stato italiano – tranne il gruppo di minoranza Metodista –Valdese e l’Assemblea di Dio in Italia (ADI – riconosciuto ufficialmente nel 1960 e lo stato giuridico nel 1988) –  nessun’altra comunità religiosa possiede un vero status giuridico in Italia. Ciò vuole dire che queste altre comunità di fede sono penalizzate perché il loro bisogno rituale, religioso/devozionale con quello economico, non è specificamente e giuridicamente garantito.

La Situazione e la Statistica

Venti anni fa, gli abitanti indigeni dell’Europa rappresentavano il 20% della popolazione mondiale. Oggi, ne costituisce circa il 10%. Fra 50 anni, la popolazione indigena europea, potrebbe scendere fino al 5% della popolazione mondiale. In questo senso, l’Europa sta diventando sempre più piccola. L’Italia, nello specifico, è uno di quei paesi a grande rischio di forte diminuzione nella sua popolazione indigena. Dal 1993, la popolazione di italiani indigeni è oggettivamente in continua discesa ma risulta poco evidente o meno considerato per il continuo arrivo dei migranti nel Belpaese. Infatti, solo grazie ai migranti presenti, la differenza fra il numero delle nascite e delle morti in Italia potrebbe risultare in equilibrio.

Nel 2010, gli immigranti rappresentavano il 7% della popolazione dei residenti in Italia (Istat 2010). Nel 2003 erano il 3,4%. La statistica ufficiale dimostra una crescente percentuale degli immigranti residenti in Italia negli ultimi anni[3].

La prima posizione degli immigranti in Italia è riservata ai Romeni (circa il 21% di tutti gli immigranti), la seconda posizione è occupata dagli Albanesi e la terza dai Marocchini. Con l’entrata di alcuni paesi dell’est Europa nell’Unione Europea (EU), l’immigrazione verso l’Italia è in calo da Polonia e Romania per esempio,  ma in continuo aumento con gli immigranti provenienti specialmente da Africa e Sud America.

Secondo l’Istat, nel 2016 c’erano circa 5 milioni immigranti regolari e circa 500.000 clandestini o irregolari in Italia. Ci sono più di 50.000 bambini nati da matrimoni fra gli immigranti e gli italiani e circa 150.000 immigranti (dal 1992 al 2005) che hanno acquisito la cittadinanza italiana, specialmente per via dei matrimoni con cittadini italiani, e che quindi non sono più considerati stranieri.

Nel 2009, il 52% degli immigranti erano cristiani (Migrantes, 2009) ed il 53,8% nel 2013 (circa 2,7 milioni di immigranti). Questi dati dimostrano come sia infondata la paventata opinione popolare dell’invasione dei musulmani in Italia, in particolare, o in Europa, in generale. Nel 2013 gli immigranti di fede musulmana erano circa il 32,2% di tutti gli immigranti (circa 1,6 milioni). Gli immigranti appartenenti alle religioni orientali (Induisti, Buddisti, Sikh, ecc.) erano circa il 6,7% (330.000) e quelli di religione Giudaica erano circa 7.000 persone[4].

Al momento la più numerosa delle comunità cristiane fra i migranti appartiene alla tradizione ortodossa. La maggior parte dei membri della chiesa ortodossa (circa 1,2 milioni nel 2009 e 1,6 milioni nel 2016) è dei paesi dell’est Europa, specialmente della Romania[5]. I cattolici migranti, erano circa 770.000 nel 2007 e 1 milione nel 2016 e provenivano perlopiù dall’America latina, dalle Filippine e dalla Polonia. Gli immigranti protestanti ed evangelici sono circa 121.000, e vengono maggiormente dai paesi dell’Africa e dal Sud America. Dal Medio Oriente, dall’Egitto, dall’Eritrea e dall’Etiopia, proviene un piccolo numero di migranti appartenenti alle antiche chiese di tradizione non-calcedonese, specialmente dalla chiesa Copta (circa 19.000 fedeli[6] in Italia).

Le chiese delle tradizioni protestante ed evangelica, originariamente presenti in Italia, si radunano sotto la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI). Ma le chiese protestanti degli immigranti sono spesso, a livello giuridico, delle comunità di fede autonoma e spesso non si identificano con la FCEI. Bisogna dire comunque che alcune di queste chiese di immigranti dalle radici protestanti e dalle tendenze pentecostali, si connettono alle chiese protestanti già presenti sul territorio italiano, attivando una certa collaborazione. Di solito, sono accettati e inclusi con la libertà e la flessibilità delle usanze culturali delle loro origini.

È importante notare che alcune di queste chiese pentecostali costituite dai migranti sorgono spontaneamente e si manifestano, a volte, come imprese religiose (Energetic Religious enterprises), specialmente nei luoghi dove questi migranti si sentono esclusi, emarginati o addirittura minacciati (in modo particolare fra i Nigeriani e i Ghanesi). A motivo di questa loro spontaneità e della loro indipendenza, ufficialmente si sa molto poco su di loro. Alcune di queste chiese pentecostali potrebbero giungere ad appartenere alla Federazione delle Chiese Pentecostali (FCP) senza alcuna imposizione rigida esterna sulla loro giurisdizione, ma solo in un secondo momento. Questa libertà religiosa, cultuale e teologica permette ad esse di integrare, in alcuni casi, degli elementi espressivi di animismo, possessione, esorcismo, benedizioni, unzione con olio, sessioni di preghiere miracolose e la diffusione del cosiddetto“vangelo di prosperità” (prosperità gospel), cioè, quell’interpretazione del messaggio evangelico che promette ai fedeli una via sicura per ottenere i successi e l’opulenza tipicamente ambiti nei gruppi delle loro origini.

Immigrazione come Opportunità per l’Ecumenismo

Nel 2010 il tema del convegno nazionale per i direttori/delegati diocesani per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso, organizzato dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo ed il Dialogo Interreligioso (UNEDI) della Conferenza Episcopale Italiano (CEI), ad Ancona (1 – 3 marzo), era “L’ortodossia in Italia: Nuove Sfide Pastorali, Nuovi Incontri Spirituali”[7].

Nell’introdurre il tema del convegno, l’allora direttore dell’UNEDI, don Gino Battaglia, spiegava che “Le migrazioni offrono una straordinaria e inedita opportunità all’ecumenismo perché negli anni a venire i cattolici italiani saranno sempre più chiamati ad esercitare l’accoglienza, la fraternità, quello che si chiama il ‘dialogo della carità’”[8]. Don Battaglia sottolineava che l’incremento della presenza degli ortodossi in Italia è un fatto ormai evidente e questi fedeli orientali non cattolici costituiscono la seconda comunità religiosa italiana. Questa rilevante presenza di cristiani, provenienti dai paesi del Medio Oriente e soprattutto dall’Est Europa, sta cambiando certamente la geografia religiosa italiana. Questa presenza moltiplica le occasioni per gli incontri e la possibilità di collaborazione. Per di più, i cattolici e gli ortodossi vivono insieme, vicini gli uni gli altri e i cristiani orientali sono spessi animati dal desiderio di integrarsi nei diversi ambiti della vita del nostro paese. Provvidenzialmente, l’Italia torna ad essere terra di incontri tra diverse tradizioni e culture cristiane. Perciò, la presenza dei cristiani della tradizione orientale diventa un’opportunità per l’arricchimento e per l’ecumenismo.

Successivamente all’introduzione di don Battaglia, era illustrata la relazione del cardinale Dionigi Tettamanzi, incentrata sulla presenza degli ortodossi in Italia e sulla loro incidenza sull’ecumenismo. Il cardinal Tettamanzi sottolineava come il panorama religioso italiano in passato era caratterizzato dalla sostanziale omogeneità, mentre oggi appare segnato dall’incontro, non di rado carico di difficoltà e di tensioni, tra diverse culture e religioni. In una simile situazione, i cristiani sono chiamati ad offrire una testimonianza unanime e concorde, attraverso concrete opere di accoglienza nei confronti di migranti, dei più poveri e dei più deboli. In questo modo, l’impegno ecumenico deve trovare un posto fra le diverse forme in cui si dispiega l’azione della Chiesa, cosicché le prospettive aperte dai dialoghi ecumenici possano diventare patrimonio di tutta la Chiesa attraverso l’investimento sulla formazione ecumenica di una nuova generazione di pastori e fedeli che si preparano ad assumere responsabilità nella vita ecclesiale[9]. Il cardinal Tettamanzi concordando con santo Papa Giovanni Paolo II, sosteneva che l’ospitalità fa incontrare le persone e tra loro fa crescere conoscenza e fiducia reciproca. Questo è vero perché il dialogo non è soltanto uno scambio di idee. In qualche modo, esso è sempre uno scambio di doni (Cfr. Ut Unum Sint, n. 28)[10].

Già nell’introduzione della presentazione del materiale per la “Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani” del 2010, firmata dall’allora presidente della commissione per l’ecumenismo ed il dialogo interreligioso della CEI, Mons. Vincenzo Paglia (vescovo di Terni-Narni-Amelia) insieme con l’arcivescovo Gennadios Zervos (Metropolita della chiesa ortodossa Italia – Malta e Esarca della chiesa ortodossa del Sud Europa) ed il Prof. Domenico Maselli (presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), al nome di tutti i cristiani in Italia, si notava che:

“Vi è poi un altro fenomeno che ci riguarda da vicino e che chiede a noi tutti una rinnovata generosità. Ci riferiamo alla immigrazione cristiana nel nostro Paese. Si tratta di centinaia di migliaia di fratelli e sorelle sia ortodossi che evangelici, oltre che cattolici, che sono approdati in Italia per cercare una vita migliore. La loro venuta è come una preghiera rivolta anche a noi perché ricevano una risposta di amore. Anche l’ecumenismo italiano deve ascoltare questo grido: dobbiamo affinare le orecchie del nostro cuore, allargare la nostra mente e unire le nostre braccia per accogliere questi nostri fratelli e aiutarli a crescere anche nella fede”[11].

Per noi cristiani, l’immigrazione è una grazia, un segno dei tempi, un’occasione nel tempo di Dio ove Lui ci sta dicendo qualcosa di molto importante:

“Per noi credenti cristiani, l’immigrazione si presenta come un autentico kairos, un tempo di grazia, una situazione a partire dalla quale Dio vuole dirci qualcosa, ci sta chiedendo qualcosa, ci si sta rivelando in qualche modo. L’immigrazione è oggi una parabola in atto scritta sulle righe secolari dei processi sociali ed economici mondiali attraversati da un’ingiustizia strutturale”[12].

Questo significa che le migrazioni offrono una strada ed un’opportunità per l’ecumenismo in Italia, oggi. È dunque un tempo opportuno per smantellare il mito-condanna della Torre di Babele per poter ricostruire una casa comune, l’oikumene.

La Chiesa cattolica in Italia non si fa cogliere di sorpresa da questo fenomeno di migrazioni e per esercitare la sua funzione di mater et magistra. Pastoralmente, la Chiesa cattolica si prepara ad ascoltare la voce di Dio nell’occasione che le migrazioni offrono per poter agire di conseguenza. Nella “Lettera alle comunità cristiane su migrazioni e pastorale d’insieme”, dal titolo “Tutte le genti verranno a te”, pubblicata dal Consiglio Episcopale Permanente della CEI il 21 novembre 2004, si riportava che:

“Uno spazio concreto di esercizio del cammino ecumenico, che sollecita gesti concreti di fraterna accoglienza, ci è offerto dal numero rilevante tra gli immigrati di cristiani non cattolici. […] La comunione di fede e di esperienze esistenziali è facilitata nei loro riguardi dalla condivisione di radici culturali comuni e dal riconoscimento della presenza tra loro di essenziali elementi di santificazione e di verità. Su questa base va fatto crescere il dialogo e la fraternità, aiutando queste comunità nell’esercizio della loro vita di fede, approfondendo la reciproca conoscenza, cercando momenti di comune lode del Signore Gesù”[13].

Precedentemente, il 3 maggio 2004, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, aveva emanato l’istruzione Erga Migrantes Caritas Christi (la carità di Cristo verso i migranti)[14]. Notiamo dai numeri 56 a 58 che in maniera particolare si tratta di “Migranti di altre chiese e comunità ecclesiali”. Si ricorda al riguardo che:

“La presenza, sempre più numerosa, anche di immigrati cristiani non in piena comunione con la Chiesa Cattolica, offre alle Chiese particolari nuove possibilità di vivere la fraternità ecumenica nella concretezza della vita quotidiana e di realizzare, lontani da facili irenismi e dal proselitismo, una maggiore comprensione reciproca fra Chiese e Comunità ecclesiali. Si tratta di possedere quello spirito di carità apostolica che da una parte rispetta le coscienze altrui e riconosce i beni che vi trova, ma che può attendere anche il momento per diventare strumento di un incontro più profondo fra Cristo e il fratello. I fedeli cattolici non devono dimenticare infatti che è anche servizio e segno di grande amore, quello di accogliere i fratelli nella piena comunione con la Chiesa. In ogni caso ‘se sacerdoti, ministri o comunità che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica non hanno un luogo, né oggetti liturgici necessari per celebrare degnamente le loro cerimonie religiose, il Vescovo diocesano può loro permettere di usare una chiesa o un edificio cattolico e anche prestar loro gli oggetti necessari per il loro culto. In circostanze analoghe può essere loro consentito di fare funerali o di celebrare ufficiature in cimiteri cattolici’”[15].

È molto importante mettere in evidenza qui, le espressioni di tipo: “fraternità ecumenica” e “concretezza della vita quotidiana”. Questi gesti sono espressi generosamente ed in vari modi, nella testimonianza evangelica oggi in Italia. Menzioniamo brevemente solo cinque istanze:

i.) Centri d’accoglienza Caritas: Ci sono più di 3.000 centri d’accoglienza Caritas in Italia. La maggior parte degli ospiti e dei visitatori di questi centri sono migranti. Per ricevere aiuti da questi centri, uno non viene considerato dal punto di vista dell’appartenenza religiosa. Simile alla Caritas sono alcuni apostolati parrocchiali, diocesani e centri religiosi come le sorelle/suore di madre Teresa di Calcutta, la San Vincenzo dei Paoli, la Comunità di Sant’Egidio, l’Api-Colf, l’Acli-Colf, altre associazioni d’ispirazione cristiana, i consultori famigliari, ecc. La maggior parte delle persone che operano in questi centri sono volontari. E nel mettere in pratica la morale della parabola del “buon samaritano” offrono testimonianze concrete del vangelo che fanno parte di un autentico ed esistenziale dialogo e di una sensibilizzazione ecumenica.

ii.) Le chiese cattoliche concesse in uso alle chiese ortodosse: L’istruzione Erga migrantes caritas Christi aveva citato il “Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’Ecumenismo” numero 137:

“… se sacerdoti, ministri o comunità che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica non hanno un luogo, né gli oggetti liturgici necessari per celebrare degnamente le loro cerimonie religiose, il Vescovo diocesano può loro permettere di usare una chiesa o un edificio cattolico e anche prestar loro gli oggetti necessari per il loro culto. In circostanze analoghe può essere loro consentito di fare funerali o di celebrare ufficiature in cimiteri cattolici”[16].

Quest’indicazione è già in vigore in diverse diocesi italiane. Alcuni edifici della Chiesa cattolica romana sono già concesse in uso da alcune chiese ortodosse (Chiesa ortodossa Romena, Serba, Ucraina, Russa e le chiese Copte). Il nostro ufficio per l’ecumenismo nella diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto ha negoziato ed ottenuto luoghi di culto per alcune di queste nostre chiese-sorelle.

Inoltre, esiste anche un Vademecum[17] su come le parrocchie cattoliche possono assistere pastoralmente i membri delle chiese non-cattoliche orientali provveduto dall’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo ed il Dialogo Interreligioso in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per i Problemi Giuridici della Conferenza Episcopale Italiana.

In Italia, da alcuni anni c’è la presenza del Vescovo della diocesi ortodossa romena in Italia, Siluan Şpan. Questo vescovo ortodosso è stato invitato più volte al Sinodo dei vescovi in Vaticano. Questi gesti di accoglienza (ecumenica) sono stati apprezzati moltissimo dalla chiesa ortodossa del patriarcato di Bucarest, alla quale il vescovo Şpan appartiene. Osserviamo similmente alcune chiese con radici protestanti che accolgono ed ospitano alcune di queste nuove chiese (protestanti e pentecostali dell’immigranti) nel segno della fraternità ecumenica.

iii.) I Corridoi Umani: Ciò che oggi si delinea comunemente come “ecumenismo della carità” o “corridoio umano”, è frutto dell’accordo tra la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), la chiesa Valdese e la Comunità di Sant’Egidio (partner della Chiesa cattolica romana) con lo Stato italiano ed ora operativo anche in Francia. L’accordo si propone di aiutare le persone in situazione di emergenza, a partire dalla fascia più vulnerabile, specialmente provenienti dai luoghi devastati dalla guerra e dal terrorismo come Siria, Iraq, ecc., trasferendole in Italia come rifugiate nelle strutture designate e sotto determinate condizioni, finché perdurino le situazioni di pericolo nel loro paese. Si attendono circa 1.000 persone in Italia, nell’arco di due anni.

Ricordiamo che, il 16 aprile 2016, Papa Francesco aveva portato con sé ben 16 Siriani sul volo di ritorno dall’isola di Lesbo, Grecia. Tutti i 16 siriani erano musulmani: il gesto è una dimostrazione concreta e reale della carità cristiana.

iv.) Apostolato ospedaliero ed in Carcere: In Italia, i cristiani di varie denominazioni ricevono aiuti spirituali e temporali che occorrono loro, senza discriminazioni, dai cappellani degli ospedali o delle carceri, che sono perlopiù sacerdoti cattolici. Ultimamente, in collaborazione con il movimento dei Focolari e con altre associazioni, anche nella nostra zona stiamo cercando di trovare un posto comune negli ospedali, per fare fronte ai bisogni umani e spirituali dei pazienti delle diverse fedi.

v.) Celebrazioni Ecumeniche: Durante la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e nella settimana della Pentecoste, notiamo una partecipazione attiva nelle celebrazioni ecumeniche per le quali l’invito viene esteso alle nuove chiese degli immigranti; ciò allo scopo di promuovere l’ecumenismo e scambiare i vari doni della diversità elargiti dallo Spirito Santo alla Chiesa.

Nell’intento di rafforzare una vera amicizia, dove “il dialogo sincero e fraterno genera fiducia, elimina le paure e i preconcetti, scioglie le difficoltà e apre al confronto sereno e costruttivo”[18], si rende necessario, a volte, organizzare momenti di distensione e relax, come “la cena ecumenica”, per vivere quell’atmosfera che permette una condivisione umana e spirituale essenziale nel consolidare la stima e la fiducia e per promuovere le collaborazioni ecumeniche fra le diverse comunità cristiane.

Conclusione
Considerando la situazione pre-Concilio del cammino ecumenico in generale, è ovvio che, ad oggi, siano stati colmati tanti divari nella prassi e nell’approccio teologico fra la Chiesa cattolica e le altre comunità ecclesiali e queste altre comunità ecclesiali fra di loro.

Si percepisce nel cammino ecumenico nel XX e XXI secolo il desiderio di passare dall’ostilità alla fraternità e alla comunione. Perciò, i cristiani di una confessione non considerano più gli altri cristiani come nemici oppure come rivali, ma come fratelli e sorelle con i quali si possono cooperare nella testimonianza di fede concreta e nella pratica di vita cristiana.

In Italia, per esempio, le comunità cristiane oggi, nel segno dell’ecumenismo, collaborano su diversi progetti concreti già brevemente menzionati, tipo: l’“Ecumenismo della Carità” nel “corridoio umano”; l’organizzare i convegni ecumenici insieme; il progetto di preparazione del libro di canto ecumenico; l’organizzazione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ed altri momenti di spiritualità e di condivisione umana; il vedere la mano provvidente di Dio nell’immigrazione come una nuova opportunità per l’ecumenismo nel nostro paese; ecc.

Tuttavia rimangono ancora tanti aspetti sui quali bisogna lavorare per migliorare i rapporti: il tavolo dell’Eucarestia, segno di comunione, ancora diviso fra i cristiani, rimane come una grande piaga o addirittura come uno scandalo, nel cammino verso l’unità dei cristiani. Infatti, coloro che si professano membri di una famiglia, non possono ancora condividere insieme il sacramento della cena del corpo e del sangue del Signore. Oggi si comincia a percepire l’urgenza di affrontare anche questa sfida. Inoltre, ci sono ancora alcune comunità cristiane che non fanno parte del Consiglio delle Chiese Cristiane regionali, che non partecipano alle preghiere ecumeniche con le altre così come ad altre iniziative di cooperazione che vengono proposte. Ci sono alcune comunità cristiane che guardano ancora gli altri con sospetto e sono molto reticenti nella cooperazione.

Positivamente è da sottolineare che, oggi l’espressione “fratelli-separati” sembra essere sostituita da espressioni che evocano la comunione connessa al carattere battesimale che lo Spirito infonde nonostante le divisioni storiche e canoniche. Oggi, si parla di “altri cristiani”, “altri che hanno ricevuto il battesimo”, “cristiani di altre comunità”[19] e addirittura di “altre comunità ecclesiali”.

Sotto la guida di Papa Francesco, possiamo dire che il cammino ecumenico sta gradualmente passando dall’era di una mera firma di dichiarazione congiunta fra le chiese ad un’epoca di un approccio più pragmatico di cooperazione concreta sui programmi esistenziali che promuovono l’ecumenismo di e da base. Questo è reso molto evidente dalla semplicità e dall’essenzialità che caratterizzano il pontificato di Papa Francesco, che dà priorità all’incontro ed alla possibile comune collaborazione invece di rimanere incentrati solamente sulle dispute teologiche. Questo è vero perché “la realtà è più importante dell’idea”(Cfr. Evangelii Gaudium, 231 – 233) [20].

Sulla medesima scia, oggi, qui in Italia, dobbiamo vedere la mano della Provvidenza nel fenomeno dell’immigrazione ed afferrare l’occasione come un’opportunità per una autentica testimonianza cristiana e per una concreta collaborazione e promozione ecumenica fra le comunità cristiane. In questo modo, non possiamo limitare il dialogo ecumenico solo alle questioni teoricamente dottrinali, altrimenti, il Signore Gesù Cristo tornerà nella Sua parusia per incontrarci ancora divisi ed in discussione, senza essere arrivati a nessun consenso fra di noi.

[1] Rossi, Teresa Francesca, Manuale di Ecumenismo, Queriniana, Brescia 2012, 257.

[2] Vedi: Trombetta, Pino Luca. “Aspetti Conflittuali del Dialogo Ecumenico con le Religioni degli Immigrati”. Un intervento a CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), Torino 2010, http://www.cesnur.org/2010/to-luca-trombetta.htm#_ftn3, accesso 25 aprile 2018. Secondo Franco Garelli nel libro L’Italia Cattolica nell’Epoca del Pluralismo, (Mulino, Bologna 2006) 86% degli italiani si identificano come cattolici, meno del 5% come fedeli di altre chiese o religioni e 9% come appartenenti a nessuna fede religiosa.

[3] Cfr. Istituto Nazionale di Statistica (Istat), http://www4.istat.it/it/immigrati, accesso 6 aprile 2018.

[4] Cfr. Redattore Sociale, 02 marzo 2016, http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/502296/Migranti-e-religioni-in-Italia-2-6-milioni-di-cristiani-e-1-6-milioni-di-musulmani, accesso 26 aprile 2018.

[5] Cfr. Cerquerti, Giulia, “Immigrati, I Cristiani Ortodossi Superano I Musulmani”, in Famiglia Cristiana, 20 luglio, 2016, http://www.famigliacristiana.it/articolo/religioni-immigrati.aspx, accesso 26 aprile 2018.

[6] Cfr. ibid.

[7] Cfr. Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e Dialogo Interreligioso della Conferenza Episcopale Italiana, http://ecumenismo.chiesacattolica.it/2009/09/18/lortodossia-in-italia-nuove-sfide-pastorali-nuovi-incontri-spirituali/, accesso 26 aprile 2018.

[8] SIR, “Nuove Sfide al Dialogo”, 2 marzo 2010, https://www.agensir.it/archivio/2010/03/02/nuove-sfide-al-dialogo/, accesso 30 marzo 2018.

[9] Cfr. Cardinale Dionigi Tettamanzi, in SIR, “Nuove Sfide al Dialogo”, ibid.

[10] Papa Giovanni Paolo II, Ut Unum Sint, n. 28, lettera enciclica, 25 maggio 1995, AAS 87 (1995) 921 – 982.

[11] Centro Pro Unione, “Settimana di Preghiera per L’Unità dei Cristiani 2010, presentazione, Voi sarete testimoni di tutto ciò”, http://www.pro.urbe.it/att-act/i_sett-preg_2010a.html, accesso 11 maggio 2018.

[12]Tabares, Estéban, “il Senso Biblico dell’immigrazione: Ecumenismo Umano”, in Adista Documenti, 91 di 19/09/2009, http://www.adista.it/articolo/45913, accesso 11 maggio 2018.

[13] CEI – Consiglio Episcopale Permanente, “Tutte le Gente verranno a te”, lettera del Consiglio Episcopale Permanente alle comunità cristiane su migrazioni e pastorale d’insieme, n. 3, http://www.siti.chiesacattolica.it/siti/allegati/890/Lettera%20alle%20comunit%E0%20cristiane%20-%20su%20migrazioni%20e%20pastorale%20d’insieme.pdf, accesso 11 maggio 2018.

[14] Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migrante e gli Itineranti, Istruzione Erga Migrantes Caritas Christi, 03 maggio 2004, Roma, http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/migrants/documents/rc_pc_migrants_doc_20040514_erga-migrantes-caritas-christi_it.html.

[15]Erga Migrantes Caritas Christi, n. 56. Enfasi è nostra. Si veda anche: Pontificio Consiglio per la Promozione dell’unità dei Cristiani, Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’Ecumenismo, 25 marzo 1993, AAS 85 (1993) 1039 – 1119. Dunque, Direttorio.

[16]Direttorio, n. 137.

[17]Cf. Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – Ufficio nazionale per i problemi giuridici della CEI, Vademecum per la pastorale delle Parrocchie Cattoliche Verso gli Orientali non Cattolici, EBD, Bologna 2010.

[18] Papa Benedetto XVI, “Discorso di Sua Santità Benedetto XVI ai Partecipanti alla Riunione dei Delegati delle Chiese, Conferenze Episcopali, Comunità e Organismi Ecumenici D’Europa”, Sala Clementina, Vaticano 26 gennaio 2006, https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/january/documents/hf_benxvi_spe_20060126_ecumenical-assembly.html, accesso 4 aprile 2018.

[19]Cfr. Ut Unum Sint, n. 42.

[20]Cfr. Papa Francesco, Evangelii Gaudium, esortazione apostolica, 24 novembre 2013, AAS 105 (2013) 1019 – 1137.

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