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Dopo l’alluvione in Serbia manca di tutto

Iva Mihailova
Un disastro mai visto: cittadine e paesi sott’acqua, vittime in ogni villaggio, e il numero è in costante aumento. Fiumi straripati, case inondate, strade e ponti bloccati, campi allagati. È il quadro drammatico della situazione in Serbia colpita dalle più forti piogge negli ultimi 120 anni che hanno sommerso il Paese balcanico. Finora, secondo gli ultimi dati, si contano 20 vittime, mentre nella vicina Bosnia-Erzegovina, pure duramente colpita dall’alluvione, la cifra è già salita a una trentina di morti. Decine di migliaia di persone sono state evacuate dalle loro abitazioni: le case inagibili potrebbero essere tra le 100 e le 200mila. In Serbia sono già 25mila gli sfollati, più di 20mila in Bosnia-Erzegovina e 15mila nell’est della Croazia. Numeri destinati a salire nei prossimi giorni perché in alcune zone oltre alle strade, sono interrotte anche le comunicazioni.
Fermare il fiume. “La situazione rimane a rischio, soprattutto in alcune località dove il fiume Sava potrebbe irrompere e colpire moltissime città e paesi”, racconta al Sir Darko Tot, coordinatore nazionale della Caritas in Serbia. E aggiunge: “In questo momento milioni di sacchi di sabbia sono collocati sulle rive del fiume e le forze dell’ordine, aiutate da numerosi volontari, sono in allerta giorno e note”. In altre aree del Paese, fuori Belgrado, l’acqua lentamente si sta ritirando, lasciando dietro di sé fango, frane e molti animali morti. Anche in quel caso le persone non possono ancora tornare nelle proprie abitazioni a causa dell’alto rischio di infezioni ed epidemie.
In salvo le centrali. Almeno per ora sembrano al sicuro le due grandi centrali elettriche – “Nikola Tesla” sulla Sava e “Kostolac” sul Danubio -, che producono buona parte dell’energia del Paese, minacciate nei giorni scorsi dall’acqua alta e dalle piene dei due grandi fiumi. “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo – ha detto Djina Trisovic dall’impianto Tesla -. Ora siamo nelle mani di Dio”.
Senza alimentari a Valjevo. L’impianto “Tesla” si trova vicino alla città di Obrenovac, a 30 chilometri da Belgrado, la località più colpita, quasi interamente coperta dal fiume. Nella città di Valjevo, invece, il fiume Kolubara ha superato gli argini e ha inondato una parte del centro, ma la situazione non è così grave. Rade Ljubicic, della Caritas locale, racconta che “nel weekend le persone sono state prese dal panico, poiché erano finiti i prodotti alimentari nei negozi e le strade che portano alla città erano allagate”. “Praticamente – continua – siamo rimasti isolati per due giorni”.
Caritas in prima linea. “Sia il governo sia diverse istituzioni specializzate e la stessa Caritas si sono dati subito da fare”, afferma al Sir l’arcivescovo di Belgrado, monsignor Stanislav Hocevar. La Caritas “ha creato un comitato nazionale per l’emergenza che coordina le varie operazioni di soccorso” concentrandole in cinque delle località più colpite: Valjevo, Krupanj, Ub, Sabac e Obrenovac. Negli ultimi giorni sono stati distribuiti migliaia di pacchi con generi alimentari, oggetti per l’igiene, vestiti e coperte, oltre che il foraggio per gli animali sopravvissuti. “Per i contadini riuscire a salvare il resto del loro bestiame è fondamentale – spiega mons. Hocevar -, se lo perdessero, ora che tutti i campi sono inondati, non avrebbero più niente”. “Il nostro staff sta aiutando anche i volontari sulle dighe e gli sfollati distribuendo pasti e bevande calde”, aggiunge Darko Tot.
Soccorsi che dovranno continuare. In tutte le strutture della Chiesa cattolica in Serbia da ieri è partita la raccolta di fondi, ma anche di cibo, vestiti, coperte, cibo per animali. L’appello dell’arcivescovo di Belgrado è rivolto anche “a tutti quelli che possono dare una mano perché si tratta della peggiore alluvione che la Serbia abbia mai visto”. E aggiunge che “da soli non ce la faremo perché le nostre risorse sono limitate”. Dunque serviranno anche aiuti dall’estero. Darko Tot spiega che nei prossimi giorni “si vorrebbe offrire anche un aiuto più stabile perché le persone possano tornare alla loro vita normale. Serviranno lavori di riparazione nelle case, mobili e molte altre cose”.
La solidarietà del Papa. Anche il Papa domenica nella recita del Regina Coeli ha espresso la sua solidarietà alle popolazioni balcaniche colpite dalle inondazioni, ribadendo la sua “personale vicinanza a quanti stanno vivendo ore di angoscia e tribolazione”. “È stato un bellissimo gesto di solidarietà e di preghiera nei nostri confronti e ne siamo profondamente grati al Santo Padre”, commenta mons. Hocevar. “Così non ci sentiamo soli in questa tragedia”. Per ora almeno il tempo ha dato un po’ di tregua alla Serbia. Quando l’acqua scenderà spunteranno i campi allagati, le case inondate, le industrie ferme. “Già prima della calamità queste zone erano abbastanza povere e gli abitanti contavano sull’agricoltura e sul loro bestiame per vivere”, conclude Hocevar, che si chiede: “Ora che l’acqua li ha portati via, come faranno?”.
Redazione: