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Scopriamo cosa si sono detti il Papa e i Vescovi a porte chiuse

“Un intervento molto bello. Un intervento in cui il Papa ha dipinto il profilo del pastore, il profilo di una Chiesa che deve calare la scialuppa nell’umanità. Una Chiesa che cammina verso il Regno, che cerca l’unità nello Spirito”. È stato un battesimo di fuoco quello di monsignor Marco Arnolfo ieri alla Assemblea plenaria dei vescovi italiani: è stato ordinato arcivescovo di Vercelli appena una settimana fa e fino ad allora era un semplice parroco come ce ne sono a migliaia nel Paese. Ieri, per la prima volta seduto nell’Aula del sinodo, ha ascoltato il Papa. “stata un’occasione straordinaria trovarmi subito nel cuore della Chiesa in cui ho sentito un clima di piena libertà. Il Papa ha messo tutti a nostro agio. E quindi non c’era nessuna soggezione ad intervenire”. Dopo il discorso del Santo Padre, gli interventi dei vescovi in aula sono andati avanti a “raffica” fino alle 19 e un quarto: “ognuno aveva a disposizione solo due minuti, poi il microfono veniva spento. Quindi tutto si è svolto in maniera estremamente incalzante. Il Papa è andato via sereno con il sorriso sul volto, salutando tutti i vescovi, ad uno ad uno. Si ricordava di tutti con una memoria di ferro e a ciascuno ha rivolto una parola particolare”.
Perché secondo lei, il Papa ha voluto fare la prolusione?
“Questo Papa ormai lo conosciamo tutti. E quindi sappiamo che lui ci sorprende sempre. Quindi, essendo stato invitato, non ha perso l’occasione per incontrare i vescovi e la Conferenza episcopale e dare orientamenti, uno stile, un metodo”.
Lei viene da tanti anni di vita passata parrocchia. Che tipo di Chiesa si attende la gente?
“Sì, fino ad una settimana fa, ero in parrocchia. E quello che la gente si aspetta è quello che poi trova in questo Papa. Un Pastore che manifesta un’immagine di Chiesa che è quella di Cristo, una Chiesa che cammina in mezzo agli uomini e con gli uomini. Una Chiesa fatta di uomini ma dove è presente quel Gesù che continua la sua avventura e la sua storia di salvezza ponendosi accanto ad ogni uomo”.
Si ha invece l’impressione che le istituzioni della Chiesa si siano allontanate dalla vita reale della gente.
“Certo, c’è questo rischio: il rischio di presentarsi come Chiesa distaccata. Se il Papa insiste su questo, vuol dire che è una tentazione e quindi dobbiamo assolutamente vigilare noi pastori perché la Chiesa rimanga espressione di un popolo in cammino con il Signore, guidato dallo Spirito. Altrimenti guai”.
Che cosa hanno detto i vescovi al Papa nel dibattito a porte chiuse che è seguito al suo discorso?
“Nelle domande e negli interventi che sono seguiti, è emersa la situazione di una Chiesa molto umana, anche molto fragile, fatta di peccatori. Sono quindi emersi i diversi problemi che si vivono nella varie comunità. Il Papa ha risposto con molta franchezza, con molto equilibrio, con molta sincerità. Veramente da padre, da pastore. È emersa quindi una Chiesa che con tutti i suoi problemi vuole vivere e continuare a camminare per il mondo con una grande fiducia, con una grande speranza”.
Quanto è durato il dibattito?
“Fino alle 19 e un quarto. Ci sono state tante domande. Sono partiti tutti gli interventi e ciascuno ha portato la propria esperienza. È emersa chiaramente l’espressione di una Chiesa viva, incarnata. Non una Chiesa disincarnata che vive lontano. Tutta questa serie di interventi, ci ha fatto vedere una Chiesa che è calata nelle diverse problematicità e situazioni di fragilità legate al lavoro, al problema della disoccupazione, alla vita quotidiana, ai tanti nostri fratelli e sorelle che sono provati nella sofferenza, alla politica che deve essere l’espressione più alta della carità, che conduce tutti ad occuparsi della vita comune con giustizia e verità”.
Dall’affresco di insieme, che cosa sta più a cuore ai vescovi italiani?
“Da una parte il desiderio di recuperare l’immagine bella di Chiesa che il Papa sta presentando e dall’altra anche la preoccupazione di una Chiesa che è chiamata ad essere sempre più una Chiesa dei poveri, la Chiesa di quelli che fanno fatica, di quelli che sono provati”.
E cosa vi ha chiesto Papa Francesco?
“Ha lanciato l’augurio a vivere nella gioia. Nella gioia della presenza del Risorto che ci accompagna e che è Lui che vuole continuare ad annunciare il Vangelo e a portare la lieta notizia. Significa quindi infondere speranza, infondere negli altri fiducia. Essere portatori di una lieta notizia”.
Metterete mano a riforme importanti per la Cei. Verso quale Chiesa italiana si vuole andare?
“Prendere in mano lo statuto vuol dire rivederne le finalità e la missione e quindi il compito e il servizio che la Cei è chiamata a svolgere per la Chiesa italiana alla luce della situazione in cui sta vivendo. Per questo credo che sia una cosa doverosa: il compito di essere sempre attenti ai tempi in cui si vive, è una necessità che questo Papa ci esorta a fare con spirito nuovo”.
Ma i cuori dei vescovi italiani sono pronti ad accogliere il nuovo che avanza?
“La mia impressione dagli interventi fatti ieri è che ci sia una vera disponibilità di fronte al Papa e alla sua proposta. Ci potrà essere qualcuno non pienamente d’accordo. D’altronde anche il Papa ha detto che nella Chiesa e nella Conferenza episcopale bisogna discutere con molta franchezza. Diceva: non veniamo qui a far salotto. Si viene per affrontare i problemi veri che chiedono passione, la stessa passione di Cristo. Si può quindi intervenire anche con idee diverse ma sempre con questa carità e la finalità comune di far trionfare la Chiesa di Cristo”.
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