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Una straordinaria figura di santo: il martire. (quarta ed ultima parte)

La tomba del martire e l’altare

Questa intimità fra il martire e Cristo è riscontrabile anche nell’architettura delle chiese. Quando i corpi dei martiri a cavallo  fra la fine dell’antichità e l’inizio del primo medio evo vennero traslati dai cimiteri extraurbani nelle città, vennero collocati in una posizione privilegiata, sotto gli altari, in modo tale che la morte del martire potesse essere sempre associata al sacrificio eucaristico lì celebrato. In una tale logica si mosse ad esempio il vescovo di Milano Ambrogio che fece trasportare in città e collocare i loro corpi sotto l’altare principale della cattedrale i santi Gervasio e Protasio

La tomba del martire e la comunità

La tomba del martire, collocata all’interno di una basilica, finiva per diventare una tomba pubblica, e anche questo a livello antropologico fu un gran sconvolgimento per l’epoca antica. Durante l’antichità infatti, la tomba aveva carattere quasi esclusivamente privato e familiare. Le necropoli erano costituite da una gran quantità di piccole “casette” dove venivano posti i corpi o le urne cinerarie dei componenti della famiglia ed eventualmente schiavi e liberti. Un primo “scossone” a questa tipologia di legame famiglia-morte fu dato dalle catacombe, i cimiteri non delle singole famiglie, ma della comunità, percepita come l’unica famiglia di Dio. Ancora più eclatante fu per certi versi il porre la tomba del martire in un contesto pubblico e cultuale.

La tomba del martire e la gerarchia ecclesiastica

Sulle tombe dei martiri si concentrò anche l’attenzione dei vescovi i quali ne valorizzavano l’importanza e ne auspicavano il culto. Uno straordinario esempio del legame martiri-gerarchia si può riscontrare nel Sancta Sanctorum, incluso oggi nel complesso della Scala Santa, e voluto dai pontefici come luogo per conservare le reliquie di importanti santi come Agnese e Lorenzo. In questo caso tuttavia non si tratta di un luogo pubblico, ma della cappella privata dei pontefici, dove ad esempio nel passato si celebrava la lavanda dei piedi del Giovedì Santo. Oltre al vescovo di Roma anche gli altri vescovi del mondo cristiano avevano un particolare legame con i martiri.

Il  martire patrono del vescovo

A titolo di esempio si può prendere il caso di San Paolino da Nola[1] e di San Felice[2]. Paolino da Nola fu prima governatore della Campania e in seguito, in analogia con quanto avvenne a numerosi personaggi che ricoprivano importanti cariche di governo nel mondo romano, lasciata la carica, divenne prima sacerdote e poi vescovo della città di Nola dove era venerato il prete, considerato martire, Felice. In suo onore fece ricostruire una nuova e più sontuosa chiesa e compose dei carmi. Il rapporto che Paolino aveva con Felice è simile a quello che nell’antichità c’era fra patrono e cliente, cioè fra un uomo potente e uno più debole in cerca di grazie e protezione. Si può dire che il martire era il patrono del vescovo che a sua volta era il patrono del popolo verso il quale il pastore esercitava una cura amorevole attraverso l’elemosina: in una società nella quale l’appartenenza alla comunità era espressa nella maniera più persuasiva sulla base del rapporto patrono-cliente e la distribuzione di doni era il simbolo tradizionale di tale rapporto, l’elemosina connessa al culto dei santi rappresentava molto più di una lodevole forma di assistenza per i poveri.[3]



[1] Ponzio Anicio Meropio Paolino Bordeaux, 355Nola, 22 giugno 431

[2] Felice di Nola, Nola, III secoloNola, 14 gennaio 313

[3] PETER BROWN, op. cit., p61

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Nicola Rosetti: