Il “confessore preferito” di Papa Francesco. P. Luis Dri: “Ascoltare, perdonare, capire e stare attenti”

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Di Roberto Pensa

Grazie “per continuare a perdonare a secchiate di misericordia. Bisogna che la gente incontri nella Chiesa il vero messaggio di Gesù e non le rigidezze che inventiamo noi uomini”: questa espressione così semplice e diretta, ma allo stesso tempo così estremamente significativa, è stata scritta di suo pugno da Papa Francesco il 24 maggio 2015 in una lettera indirizzata a padre Luis Dri, parroco del santuario della Vergine di Pompei in Buenos Aires. Di questo frate Cappuccino 89enne (nato nel giorno di Pasqua e che compirà 90 anni lunedì 17 aprile, un giorno dopo Papa Benedetto XVI, come egli ama ricordare), Papa Bergoglio ha parlato spesso, indicandolo come il prototipo del dispensatore di misericordia, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “confessore preferito” di Papa Francesco. Non nel senso che Bergoglio si confessasse da lui (su questo, ad una nostra domanda, padre Luis ha preferito rispondere in modo elusivo), ma come esempio di confessore capace di accogliere e perdonare come faceva Gesù. La prima volta Papa Francesco l’aveva nominato il 6 marzo 2014, incontrando i parroci di Roma. Poi ancora l’11 maggio di quell’anno, nell’omelia per le ordinazioni sacerdotali. La “consacrazione” di padre Dri avviene nel libro intervista “Il nome di Dio è misericordia”, pubblicato nel gennaio 2016 e dedicato da Bergoglio ai temi dell’anno giubilare. “Ricordo un altro grande confessore – scrive Papa Francesco –, un padre cappuccino, che esercitava a Buenos Aires. Una volta venne ad incontrarmi, voleva parlare. Mi disse: ‘Ti chiedo aiuto, ho sempre tanta gente davanti al confessionale, gente di ogni tipo, umile e meno umile, ma anche tanti preti… Io perdono molto e a volte mi viene uno scrupolo, lo scrupolo di aver perdonato troppo’. Abbiamo parlato della misericordia e gli ho chiesto cosa facesse quando provava quello scrupolo. Mi ha risposto così: ‘Vado nella nostra cappellina, davanti al Tabernacolo e dico a Gesù: Signore perdonami perché ho perdonato troppo. Ma sei stato tu a darmi il cattivo esempio!’. Questo non lo dimenticherò mai – conclude Papa Bergoglio –. Quando un sacerdote vive la misericordia su se stesso, può donarla agli altri”. E poi sono seguite tante altre citazioni “a braccio”…

Ebbene, “la Vita Cattolica” ha appurato che padre Dri ha origini friulane. Nonostante alcune fuorvianti indicazioni nella prefazione al suo libro “Non avere paura di perdonare”, edito da Rai-Eri nel 2016 (lì si parlava di origini venete…), con la “complicità” del missionario friulano don Claudio Snidero, “fidei donum” in Argentina, abbiamo potuto appurare che le radici dei nonni paterni portano proprio in provincia di Udine. Eccoci, quindi, a caccia di una intervista. Non facile, perché la risposta della gentile telefonista del santuario di “Nueva Pompeya” è sempre quella: “Padre Luis è nel confessionale”, dove passa la gran parte delle sue giornate. Alla decima chiamata (la centralinista del santuario ormai mi chiama confidenzialmente per nome…) finalmente il primo contatto: “Padre Luis sta arrivando a ‘pasitos’”, vista la sua veneranda età, ci dicono.

Padre Luis, lei quindi ci conferma le sue origini friulane?
Ero molto piccolo quando morì mio padre, quindi delle mie origini friulane ho saputo più che altro dalle mie nonne, in particolare quella materna che visse fino a che avevo l’età di 4-5 anni. A volte so che le nonne si parlavano in friulano. E so che venivano dalla provincia di Udine, nell’estremo Nordest dell’Italia. Ma non mi rimane nessuna memoria materiale di questo e non mi ricordo di quale paese di preciso. La mia nonna paterna era una donna di Dio. Era sempre a disposizione degli altri, sia in casa che fuori. Raccontava mio padre che influenzò molto tutta la famiglia col suo sentimento cristiano molto ortodosso. Quando ero bambino, a Federaciòn nella provincia di Entre Rios, la fertile Mesopotamia dell’Argentina, vivevamo in campagna ed eravamo lontani dal paese, al punto che non si poteva nemmeno andare in chiesa per la Via Crucis. La facevamo in famiglia, come anche il Rosario. E questa fede la ricevemmo dalla nonna paterna che se l’era portata con sé dal Friuli.

Una fede davvero straordinaria, se ben 9 tra fratelli e sorelle siete tutti diventati o sacerdoti, o religiosi o suore…
Eravamo in 10, ma uno morì piccolo perché era nato ammalato. Un altro morì per un tumore cerebrale a 18 anni, quando era già entrato in Seminario. Tutti gli altri abbiamo avuto la grazia di dedicare la vita a Dio. Merito anche dei Cappuccini che hanno un convento e un collegio in quella provincia e che nella festa patronale e nella Settimana Santa venivano ad aiutare i sacerdoti diocesani. E siccome noi fratelli collaboravamo a servire messa ebbero l’occasione di proporci di entrare in Seminario.

Ha mai avuto la possibilità di venire in Friuli?
Solo da giovane, dopo l’ordinazione sono stato a Venezia per qualche giorno al convento cappuccino di S. Croce. Ero a un passo dal Friuli ma non sono andato oltre. Adesso sono vecchio e resta solo il rimpianto di non averlo fatto.

Padre Luis, come mai Papa Bergoglio la cita più di tutti i teologi che hanno riflettuto e studiato sul sacramento della Riconciliazione?
Penso che il Papa, e lo dico con estremo rispetto, stia perdendo la testa per queste cose che dice di me (risponde in modo scherzoso, ndr). Non sono un letterato ma un umile frate cresciuto in campagna. So che il Signore mi ha regalato molte cose. Quando Jorge Bergoglio era arcivescovo ausiliare di Buenos Aires andavo alla Messa crismale del Giovedì Santo e lo salutavo sempre. A volte, avevo qualche dubbio interiore perché confessavo molto e assolvevo quasi sempre, ma mi chiedevo se stessi facendo bene. Egli mi accolse sempre con grande amore e sollecitudine e mi impressionò la rettitudine delle sue risposte. In poche parole mi chiariva il panorama e la sua parola d’ordine era sempre: perdonare! Questo mi ha ridato forza più volte.

Quindi Papa Francesco lo conosce molto bene…
Adesso, grazie a Dio, non mi pento di averlo disturbato tante volte quando era arcivescovo di Buenos Aires. Ora quando gli scrivo mi risponde subito per posta o per posta elettronica.

Ha avuto modo anche di confessarlo?
Può essere, una delle tante volte che è venuto qui a Nuestra Señora de Pompeya. Ma adesso non me lo ricordo (sorride sornione, ndr).

Ha mai pensato che Bergoglio potesse diventare Papa?
In principio no. Poi, quando iniziò il Conclave e c’erano indiscrezioni che avesse molti voti ho cominciato a pensarlo, ma molto da lontano: un Papa argentino, americano, sembrava così improbabile! Quando comparve in bianco alla balconata di San Pietro fu una sorpresa immensa che mi lasciò emozionato nel profondo, in un modo che non so raccontare. Mi lasciò lì davanti alla televisione senza parole, piangendo per l’emozione.

Il Papa ha anche degli oppositori nella Chiesa…
Non mi preoccupano. Io sono totalmente d’accordo con le decisioni di Papa Francesco. Mi dispiace che alle volte egli non sia compreso realmente. Nel mio confessionale passano moltissime persone, anche con grandi responsabilità e pure membri del clero. Alcuni mi dicono che non lo capiscono, perché si rivolge o riceve alcuni che non lo meriterebbero. Ahi, che poco sentimento evangelico hanno queste persone! Meglio che criticare è guardare al Vangelo e scoprire a chi si rivolgeva Gesù. Il Papa è pastore di tutto il mondo, per chiamare tutti a conversione. Se non ricevesse anche i peccatori si perderebbe l’idea stessa della conversione. Allora Papa Francesco fa bene a tenere sempre la porta aperta.

In questi giorni abbiamo ascoltato terribili notizie di attentati in Svezia e in Egitto. Eventi che creano risentimento e pregiudizi nei confronti dei musulmani…
Mi sembra che più in generale stiamo perdendo la rotta dell’umanità e della fraternità. Anche qui nell’Argentina cattolica ascoltiamo con troppa facilità queste notizie che lasciano sempre più indifferenti, sia che ad essere colpiti siano dei bambini o un ospedale. Stiamo perdendo il senso del valore della vita umana. Nel confessionale ascolto vicende di famiglia che nemmeno tra gli animali si verificano. Io sono cresciuto in campagna e ho sempre visto che il gatto e la gatta hanno cura dei propri piccoli. Qui invece si lasciano, si abbandonano, si uccidono…

E c’è un crescente risentimento sociale, quasi un desiderio di vendetta…
Un terribile sentimento di vendetta che inizia in piccolo nelle singole persone e si riverbera in grande a livello mondiale. In questo momento, per esempio, abbiamo molta immigrazione dal Paraguay, dalla Bolivia, dal Perù, non tutta legale. Ma anche nelle nostre aggregazioni laicali cristiane non tutti accolgono volentieri i nuovi arrivati. Soprattutto i boliviani vengono molto qui al santuario di Pompeya, anche a sposarsi, perché sanno che li seguiamo con cordialità e rispettiamo le loro usanze. Ma non tutti i cristiani argentini li accettano, a volte per le usanze diverse, a volte per il differente livello di igiene personale.

Qual è il peccato che crea più dolore nel cuore dell’uomo di oggi?
Ci sono molte cose. Ad esempio l’aborto che è molto frequente in questo quartiere, soprattutto tra le adolescenti per problemi di famiglia. A volte sono aborti ripetuti. Si uccidono esseri umani. E poi c’è l’omosessualità, che in molti dicono essere un orientamento che non si può cambiare. Più in generale c’è la difficoltà a perdonare, a far cadere la rabbia e l’odio. Io assolvo, perdono, chiedo ai penitenti di pregare e di interrogarsi.

Che consiglio darebbe ai confessori? In Italia è sempre più difficile trovare le luci del confessionale accese….
Ai sacerdoti dico: per favore, il tempo migliore della vostra vita che potete dedicare agli altri è ascoltare, perdonare, capire, stare attenti. Non fatelo a orari, a situazioni predeterminate. Ogniqualvolta che qualcuno ha bisogno di essere ascoltato, vi prego, sacerdoti, dedicate tutte le ore che sono necessarie all’ascolto, come Gesù che mai fu indifferente e sempre fu in mezzo al popolo sofferente ascoltando, curando, animando e perdonando tutti.

Dal peccato e dalla morte quindi ci si può liberare!
Posso raccontare di molte esperienze di conversione. Qui abbiamo un luogo sopra l’altare dove si può salire con una scala per deporre ai piedi della Vergine tutte le sofferenze e le preoccupazioni. E la Madonna di Pompei compie meraviglie. Lo posso testimoniare personalmente. Da una decina di anni sono stato colpito da un tumore e mi sono affidato a Nuestra Señora de Pompeya. All’ultimo controllo i medici erano stupiti delle mie condizioni e mi hanno detto: “Questo non è normale, è opera dello Spirito Santo. Porteremo il suo caso ai convegni internazionali di medicina”. Non sento assolutamente nessun dolore. Niente di niente.

Che augurio vuole fare ai friulani per la prossima Pasqua?
Teniamo viva la fiducia. Nonostante il buio del presente, se alziamo gli occhi possiamo vedere un nuovo orizzonte che sta sorgendo. Quando si entra i crisi e ci sembra di aver toccato il fondo, Gesù Risorto ci accompagna insieme a Maria. Gesù non è rimasto sulla croce ma è resuscitato. Se abbiamo fede possiamo resuscitare con lui.

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