Il Papa ai gitani: diritti e doveri nella convivenza

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PapaDi Giovanni Pasqualin Traversa
Un abbraccio accogliente, quello di Papa Francesco al popolo dei gitani in Aula Paolo VI, e un invito a “voltare pagina”, abbandonando, da un lato, pregiudizi e diffidenze; assumendo, dall’altro, il ruolo di protagonisti del proprio presente e del proprio futuro integrandosi nella società e rispettandone le leggi perché i diritti vanno di pari passo con i doveri.
Nella festa di musiche, danze e variopinti costumi gitani che ha riempito oggi, 26 ottobre, l’Aula Paolo VI, Papa Francesco ha ricevuto 5mila rappresentanti del popolo nomade (rom, sinti e altri gruppi itineranti) provenienti da venti Paesi d’Europa, Africa e Asia. L’udienza ha concluso il pellegrinaggio dei gitani – promosso dal Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti, insieme a Comunità di Sant’Egidio, diocesi di Roma e Fondazione Migrantes nel 50° dalla storica visita di Paolo VI al campo nomadi di Pomezia (Roma) – che ha visto, sabato 24 ottobre, la Via Crucis al Colosseo presieduta dal cardinale vicario Agostino Vallini. Ieri la Messa al Santuario del Divino Amore presieduta dal cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del suddetto dicastero vaticano, che salutando il Papa ha introdotto l’incontro odierno, seconda udienza privata al popolo dei nomadi dopo quella concessa da Benedetto XVI nel giugno 2011.
Tra diritti e doveri. Ad accogliere Francesco la danza di un gruppo di bambini della comunità rom di Mazara del Vallo, seguita da canti e testimonianze, tra cui quella di una giovane serba, Maria. “Conosco le difficoltà del vostro popolo” che contrastano “col diritto di ogni persona ad una vita dignitosa, a un lavoro dignitoso, all’istruzione e all’assistenza sanitaria”, ha esordito il Papa ricordando le sue visite ad alcune parrocchie della periferia romana. Difficoltà che “interpellano non soltanto la Chiesa, ma anche le autorità locali”. Di qui il monito: “L’ordine morale e quello sociale impongono che ogni essere umano possa godere dei diritti fondamentali e debba rispondere ai propri doveri. Su questa base è possibile costruire una convivenza pacifica, in cui le diverse culture e tradizioni custodiscono i rispettivi valori in atteggiamento non di chiusura e contrapposizione, ma di dialogo e integrazione”.
Accorato l’appello di Francesco per dire basta alle tragedie di bambini morti di freddo o tra le fiamme o vittime di persone depravate, o di giovani e donne coinvolti nel traffico di droga o di esseri umani. “Vorrei che anche per il vostro popolo si desse inizio a una nuova storia. Che si volti pagina! È arrivato il tempo di sradicare pregiudizi secolari, preconcetti e reciproche diffidenze che spesso sono alla base della discriminazione, del razzismo e della xenofobia”. Di qui l’invito a permettere che “il Vangelo della misericordia scuota le nostre coscienze”.
Ma il Papa non fa sconti a nessuno e ai gitani chiede di non dare “ai mezzi di comunicazione e all’opinione pubblica occasioni per parlare male di voi”. “Voi stessi – afferma – siete i protagonisti del vostro presente e del vostro futuro. Come tutti i cittadini, potete contribuire al benessere e al progresso della società rispettandone le leggi, adempiendo ai vostri doveri e integrandovi anche attraverso l’emancipazione delle nuove generazioni”. Anzitutto non impedendo ai bambini di andare a scuola perché l’istruzione è un loro diritto e permette ai giovani di diventare cittadini attivi; quindi impegnandosi a costruire “periferie più umane” e “legami di fraternità e condivisione”. “Avete questa responsabilità, è anche compito vostro”, puntualizza. L’invito, inoltre a essere “buoni cristiani, evitando tutto ciò che non è degno di questo nome: falsità, truffe, imbrogli, liti”. Dopo avere chiesto alle istituzioni civili “l’impegno di garantire adeguati percorsi formativi per i giovani gitani, dando la possibilità anche alle famiglie che vivono in condizioni più disagiate di beneficiare di un adeguato inserimento scolastico e lavorativo”, Francesco affida il popolo dei gitani a Maria e pone sul capo della statua della “Madonna degli zingari” e del Bambino Gesù due coroncine dorate, ripetendo il gesto compiuto 50 anni fa da Paolo VI.

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