Mons. Viganò: “Papa Francesco nel villaggio globale”

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Viganò“Sembra molto chiara la percezione che il Pontefice ha delle sue passioni e competenze comunicative. Ci troviamo infatti dinanzi a un Papa che non teme assolutamente di sottolineare la distanza tra la cultura nella quale è cresciuto, quella tipografica che ha modellato il pensiero lineare dall’andamento argomentativo, e la cultura cosiddetta digitale nella quale si trova a vivere il pontificato e che ha affrontato sin dalle prime parole pronunciate la sera subito dopo l’elezione in Conclave. Ha inizio così un nuovo stile comunicativo, non proprio facile da interpretare in modo appropriato”. Lo afferma mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto per la segreteria vaticana per la Comunicazione e direttore del Ctv, sul numero de “L’Osservatore romano” datato 16 luglio, in un articolo dal titolo “Francesco nel villaggio globale”. “Il suo modo di presentarsi – scrive Viganò in riferimento a Papa Francesco – avvia infatti un vivace dibattito che giunge anche a posizioni radicali, di chi lascia cioè intendere un uso strategico della comunicazione da parte del Pontefice”, il quale peraltro ha parlato di se stesso come di una persona “antica”, rimasta “all’età della pietra”, riferendosi proprio al rapporto coi moderni mezzi di comunicazione. “Ma allora cosa possiede lo stile comunicativo di Papa Francesco da renderlo così irresistibile?”, si domanda il prefetto.

“Credo che la chiave per comprendere la pratica comunicativa di Papa Francesco vada ricercata a partire dagli studi ormai classici sul rapporto tra oralità e scrittura”, aggiunge mons. Viganò. “Lo stile del Pontefice si pone” come “uno stile ridondante, capace di comprendere la forza determinante della contestualità – il richiamo all’ermeneutica durante la conferenza stampa nel viaggio di ritorno dal Sud America è stato preciso – e la concretezza. Il richiamo continuo alla concretezza nei suoi interventi, come in quello ai giovani in Paraguay, appartiene al suo stile comunicativo”. “Del resto è proprio di una cultura orale che la conoscenza non sia mai astratta, ma sempre vicina all’esperienza umana, concreta appunto”. “Abbiamo appena affermato che è strano che Papa Francesco abbia uno stile ridondante essendo figlio della cultura del libro, nella quale l’argomentazione muove i propri passi attraverso le subordinazioni rendendo il discorso scritto preciso, ma riducendo inevitabilmente l’empatia con il proprio interlocutore. Tutt’altro che negativa, la ridondanza appare piuttosto come intrinseca esigenza di chi comunica oralmente, chiamato a procedere a velocità pedonale sui sentieri della parola e con un incedere zigzagante, attraverso cioè una frequente ripetizione di ciò che ha già detto. La ridondanza e la ripetizione servono, come è stato osservato, a ‘mantenere saldamente sul tracciato sia l’oratore che l’ascoltatore’”.

Nell’articolo sull’“Osservatore”, Viganò annota ancora: “Quando si parla a una folla bisogna poi mettere in conto che possano sfuggire alcune parole, sia per problemi legati ai sistemi di amplificazione sia per il contesto di ascolto che può portare alla distrazione momentanea. Ecco perché torna a vantaggio ripetere lo stesso concetto anche due o tre volte, come è accaduto nell’incontro con i giovani ad Asunción. Così possiamo dire che assistiamo sempre più spesso a uno straordinario incontro tra un Papa ‘bisnonno’ e migliaia di giovani, in occasioni che generano legami con gruppi molto ampi e contribuiscono a creare il villaggio globale descritto da McLuhan”.

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