In Sud Sudan road map cristiana contro la guerra

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Di Davide Maggiore

Nuovi appelli alla pace in Sud Sudan sono arrivati dalle Chiese del Paese durante il tempo di Pasqua. “Gesù è morto per noi, per far sì che ci riconciliassimo con Dio, con gli altri e con la società e io penso che tutti noi possiamo credere in questo e mettere da parte le nostre differenze”, ha detto durante la Messa pasquale l’arcivescovo cattolico di Juba, Paulino Lukudu Loro. Per il presule, citato dal “Sudan Tribune”, il conflitto che dura da metà dicembre tra l’esercito regolare, agli ordini del presidente Salva Kiir, e i ribelli fedeli al suo ex vice Riek Machar è dovuto a una “violenza politica”, fomentata da “pochi individui egoisti”, che hanno “potere e denaro”. Grazie a questi “possono manipolare i giovani” che, rimasti disoccupati, “possono essere facilmente comprati” e convinti a prendere le armi.

Cause economiche. La ragione ultima del conflitto, ha sostenuto l’arcivescovo, “è che stiamo perdendo di vista il fatto che abbiamo un solo Paese e se lo facciamo esplodere, se lo bruciamo, non avremo un posto dove fuggire”: mons. Lukudu Loro ha quindi invitato governo e opposizione “a lavorare verso un unico obiettivo, perché questo Paese abbia i servizi necessari per poter godere dei frutti delle sue risorse naturali”. Al momento dell’indipendenza, nel 2011, il 98% delle entrate statali dipendeva dal petrolio: il greggio è stato definito la causa della guerra e “una maledizione” nell’omelia di un secondo prelato, monsignor Thomas Oliha, amministratore apostolico della diocesi di Torit, che ha invitato i leader politici a distribuire equamente le risorse e a rendere possibile uno sviluppo equilibrato della nazione. Proprio una città petrolifera, Bentiu, nello Stato di Unity, durante la Settimana Santa è stata teatro di un massacro – diverse centinaia le vittime – perpetrato, secondo l’Onu, dalle forze ribelli che l’avevano strappata ai governativi. Una strage che ha seguito quella commessa a Bor, capoluogo del Jonglei: qui uomini armati avevano fatto irruzione in una base delle Nazioni Unite dove si erano rifugiati numerosi civili in fuga e i morti erano stati almeno 58. Nel suo messaggio pasquale, lo stesso mons. Oliha ha notato che dal 1955, nella regione che oggi è il Sud Sudan “sono state combattute due brutali guerre civili”, a cui si aggiungono i disordini attuali, ma “non c’è stato mai un tentativo di riconciliare la popolazione”. I fatti dello scorso dicembre, dunque, secondo l’amministratore apostolico di Torit, non hanno fatto altro che “spargere sale sulle ferite infette delle guerre civili precedenti”. Di fronte allo stallo dei colloqui di Addis Abeba e al fallimento del cessate-il-fuoco siglato a gennaio nella capitale etiope, ha scritto inoltre il presule, “la Chiesa chiede che sia creata una commissione indipendente per la Verità e la Riconciliazione” con il mandato di prendere in considerazione 60 anni di storia dell’odierno Sud Sudan.

Invito al dialogo. La pace “non è un processo facile, e richiede il perdono” anche secondo il reverendoMoses Deng Bol, vescovo della Chiesa episcopale della città di Wau, che nel messaggio inviato alla sua diocesi prima di Pasqua aveva anche chiesto a Kiir e Machar di “dialogare in buona fede”. Un altro esempio di come le diverse denominazioni cristiane locali siano unite nell’opporsi alla guerra è arrivato dalla dichiarazione pastorale del 9 aprile del Consiglio delle Chiese sudsudanesi e firmata, a nome dei presuli cattolici, dall’arcivescovo di Juba: il documento contiene un appello a inviare “aiuti umanitari nelle aree colpite”, ma anche l’invito a iniziare un “dialogo inclusivo” che permetta anche alla società civile, e non solo alle parti politiche, di esprimere il loro “punto di vista”. Un’ulteriore proposta è che il “nuovo patto” su cui fondare il Sud Sudan preveda “un sistema di governo federale per affrontare gli squilibri etnici e regionali”. Malgrado le pressioni, però, i negoziati ufficiali non hanno fatto passi avanti: l’unico segno di distensione è arrivato il 25 aprile con la scarcerazione, da parte del governo, di quattro leader politici arrestati all’inizio delle ostilità con l’accusa di sostegno ai ribelli: tra loro anche l’ex segretario generale del partito al potere, Pagan Amum, che si è impegnato a lavorare con le autorità e gli insorti per far “terminare questa guerra senza senso che sta uccidendo il nostro popolo”.

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