Scandalo Stamina mancano le scuse

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laboratorio
Di Emanuela Vinai
Sarebbe bello che adesso si cominciasse anche a chiedere scusa. All’indomani della conclusione delle indagini preliminari sul caso Stamina, le pagine dell’accusa sono così fitte di orrori che è divenuto impossibile ignorare la realtà dei reati contestati.
Così, anche coloro che per mesi hanno dato spago e spazio al dottor Dulcamara dei nostri giorni hanno la possibilità di informarsi e magari provare a pensare che non è l’audience che fa la differenza. Man mano che la verità dei particolari emerge dai pentimenti di chi, a vario titolo, ha partecipato a questa truffa abilmente orchestrata, ci si chiede come sia possibile guardare in viso gli innocenti, i bambini e i genitori, e ritenersi, ancora una volta, assolti da ogni responsabilità.
Servirebbero delle scuse, dopo i tanti “grazie” messi in fila coscienziosamente dalla senatrice Elena Cattaneo, cui va dato atto e merito di essersi schierata con decisione, insieme a pochi, contro il metodo Stamina.
E lo ha fatto in un contesto a forte rischio di impopolarità, in cui altri hanno preferito percorrere strade più defilate e sicure, salvo poi scoprirsi a giochi fatti.
Un’impressionante e incredibile catena di rimpalli, lacune normative, spinte mediatiche e onde emozionali hanno amplificato la promessa di una cura per chi le speranze le aveva perse da un pezzo. E quando parliamo di speranza non ci riferiamo solo a quella di guarigione, ma comprendiamo in questo termine anche quella fiducia che fino a non molto tempo fa si riservava alla medicina, alla scienza, ai medici.
Nella sofferenza la razionalità viene meno, è umano e naturale che sia così. Se a questo si somma la disistima e il sospetto verso tutto ciò che è visto come ostaggio di multinazionali del farmaco e di scelte politiche in senso ampio che sembrano ignorare la tutela della salute, ecco che il combinato composto, se opportunamente agitato, non può che deflagrare. Lasciando sul campo, come sempre accade, ferite difficili da rimarginare e, ahimè, anche dei morti.
Laddove la buona volontà si è mischiata all’incompetenza in materia, la magistratura ha pensato che fosse possibile intervenire quando tutto è perduto, dimenticando che la prima difesa da dare a chi non ha più nulla da perdere è proprio quella di evitare che finisca in pasto a chi di scrupoli non ne ha mai avuti. Si è financo arrivati a delegittimare un comitato scientifico che aveva tutte le carte in regola per affermare che così non è sperimentazione, ma abuso; che non si parla dello studio di un ricercatore versato in materia, ma degli esperimenti di un sedicente scienziato; che nel sistema nessun pasto è gratis e nel nostro collassato welfare, dove anche soltanto cambiare una cannula in giorno festivo è un problema insormontabile, dare la stura a milioni di euro di finanziamento per qualcosa che non esiste vuol dire toglierli a qualcun altro o a una ricerca meno pubblicizzata ma più efficace.
Le terapie con le staminali sono il nuovo Graal della ricerca e basta nominarle per accendere l’attenzione e il miraggio. Il giorno dopo il diluvio, si è capito che servono interlocutori seri e affidabili, che serve una rete di comunicazione e assistenza efficace, che serve una gestione mirata delle risorse e, soprattutto, che serve uno sguardo meno pietoso e più compassionevole su chi è solo di fronte all’irreparabile. Nel corto circuito mediatico che ha accompagnato la disperazione dei malati e delle famiglie insieme alla sovraesposizione di chi ha cavalcato abilmente il caso, oggi si contano solo gli sconfitti. E non è un bel contare.

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