“Galimberti si presenta come colui che ha studiato le parole di Gesù e viene a insegnarle ai cristiani. Questa posizione di autorità rende i suoi errori ancora più gravi. Perché chi si pone come maestro ha il doppio dovere di non sbagliare. Se poi sbaglia su punti che un cristiano qualsiasi, che va a messa la domenica e ascolta le letture, saprebbe correggere al volo, allora la sua credibilità ne esce seriamente danneggiata”.

Lo scrive mons. Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, in un appello relativo al volume di Umberto Galimberti “Le parole di Gesù” (Feltrinelli, 2023). Il teologo contesta tre affermazioni del filosofo: che Gesù non si sia mai definito Figlio di Dio, che il titolo compaia nei Vangeli in bocca a Pilato, e che la religione cristiana sia stata fondata da Paolo. Su ciascun punto oppone i testi: in Marco 14,61-62 Gesù risponde “Io lo sono” alla domanda del Sommo Sacerdote; in Giovanni 10,36 afferma esplicitamente “Sono Figlio di Dio”. Quanto a Pilato, nei quattro Vangeli il procuratore romano non pronuncia mai quel titolo. L’unica tesi di Galimberti condivisa da mons. Staglianò – “la salvezza è di qua” – viene però ricondotta nel suo contesto: “Ridurre tutto al ‘di qua’ significa amputare il messaggio evangelico di una parte essenziale”. L’appello finale è a “una critica del cristianesimo informata, accurata, leale”, non “una caricatura costruita con citazioni tagliate e adattate”.

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