DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.

Vi ricordate la profezia contenuta nel libro del profeta Isaia? «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi».

Queste stesse parole le ritroviamo all’inizio del Vangelo di Matteo. Le pronuncia l’angelo, in sogno, a Giuseppe riguardo il bambino che Maria, sua sposa, darà alla luce.

Quindi Gesù è chiamato fin dall’inizio “Dio con noi”, un nome che sintetizza tutta la sua missione, che dice la sua identità più profonda.

Questa medesima immagine è ripresa nel testo evangelico di questa domenica. Le ultime parole di Gesù, che costituiscono anche la chiusura del vangelo di Matteo sono: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Una Parola, quindi, quella del vangelo di Matteo, che si apre e si chiude con una grande certezza: Dio è con noi!

Può sembrare strano, però, che questa affermazione sia centrale nella liturgia di questa domenica. Oggi, infatti, celebriamo l’Ascensione al cielo di Gesù, il momento in cui Gesù lascia i suoi per ritornare al Padre.

Come conciliare allora queste due immagini? Un Dio che è sempre con noi e un Dio che ci lascia per far ritorno al Padre?

La presenza del Risorto con i suoi discepoli, con noi oggi, è una presenza diversa.

È finito il tempo degli incontri e dei nomi, il tempo del pane e del pesce condivisi, il tempo delle strade percorse insieme e inizia il tempo della presenza del Signore in modo nuovo, del vivere la relazione con il Signore in modo più profondo, il tempo de «Io sono con voi tutti i giorni … fino alla fine del mondo». Io sono con voi, alla radice della vostra vita, nell’intimo del vostro essere e esistere.

L’Ascensione del Signore diventa allora una festa che chiama in causa la nostra maturità di fede.

Da una relazione bisognosa continuamente di un volto, di un corpo da toccare, di una voce da udire, la liturgia di oggi chiede alla nostra vita di cristiani il passaggio, lo scatto ad una relazione adulta nella fede, la relazione con un Dio che ti riempie totalmente il cuore, la vita, la mente.

L’ascensione al cielo di Gesù, quindi il suo distacco da noi come uomo visibile, in carne e ossa, segna la sua entrata nella Chiesa, in cui d’ora innanzi può essere incontrato. Non parliamo certamente di un edificio fatto di mattoni o cemento…parliamo di un Gesù che è presente nella sua Parola, nei Sacramenti, nei suoi predicatori, nei suoi testimoni, nei suoi martiri, nell’amore reciproco di ognuno di noi, nel volto di ogni fratello che si fa presente nella nostra vita…

Sentiamo allora per noi le parole che i due uomini in bianche vesti rivolgono agli apostoli smarriti nel guardare il cielo in cui Gesù stava scomparendo: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Davvero non possiamo stare a guardare il cielo, perché non troveremo lassù il Signore e perché lui non vuole che perdiamo tempo ad omaggiarlo come si fa con i potenti del mondo. Occorre invece che ci spendiamo fino ai confini della terra perché, animati dal suo Spirito, possiamo renderlo presente non nominandolo o parlando di lui, ma dando testimonianza della sua vita e del suo amore in ciò che siamo, in ciò che gli altri possono vedere e toccare.

Così Dio agisce nel mondo: silenzioso, discreto, umile, condividendo ogni potere con quelli che ama, facendo spazio perché tutto e tutti abbiano la possibilità di vivere, amare.

Non se ne va il Signore, resta presente, fino a che un giorno si compirà ogni promessa e alla fine della storia tutto sarà in lui, che è il perfetto compimento di tutte le cose.

 

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