Di Paride Petrocchi, Fraternità Le Grain de blé
C’è un momento nella vita in cui ci si ferma, si guarda indietro e si capisce che tutto — le ferite, le illusioni, le attese disattese — ha avuto un senso. È esattamente ciò che Arisa racconta in “Magica Favola“, il brano portato a Sanremo 2026: un viaggio introspettivo che attraversa le stagioni dell’anima, dai 10 ai 40 anni, senza filtri e senza paura.
Il filo sopra il vuoto
La vita, suggerisce Arisa, è camminare “sopra il filo senza rete”. Heidegger direbbe che siamo stati “gettati” nell’esistenza senza istruzioni: ogni passo è un atto di volontà pura. Ma il brano non resta nella vertigine — la supera. La favola non è fuga dal reale, è la scelta consapevole di abitarlo con grazia, trasformando il caos in un “romantico disordine” da attraversare, non da eliminare.
La bambina che ritorna
Il cuore del brano è un paradosso bello: a 40 anni si torna bambini, non per regressione, ma per rinascita. È ciò che Nietzsche chiamava il “fanciullo” dell’Oltreuomo — colui che, dopo aver attraversato il dolore, sa dire “sì” alla vita con meraviglia rinnovata. La “bambina innocente” non è chi non ha sofferto, ma chi ha imparato a perdonare sé stessa.
Dall’Eros al dono
Il viaggio interiore di Arisa segna anche una trasformazione dell’amore: dal desiderio di ricevere all’identità del dare. Come diceva la Vanoni — citata da Arisa stessa — “io sono tutto l’amore che ho dato”. L’arcobaleno smette di essere qualcosa da inseguire fuori di sé: diventa una luce interiore, scoperta solo dopo la tempesta.
La pace come “fine” della favola
Il brano culmina in una conquista silenziosa: “non ho paura nemmeno di me”. È la pace di chi ha fatto i conti con ogni fase della propria storia, senza cancellare nulla. In chiave spirituale, risuona con Agostino: il cuore è inquieto finché non riposa in ciò che è più profondo di sé. La magica favola non è altrove – è già qui, dentro.




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