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Leone XIV in Amazzonia. Mons. Quijano: “La foresta viene spartita senza ordine”

Di Andrea Regimenti

Dal luglio 2019 il Vicariato apostolico di Pucallpa, oltre 52 mila chilometri quadrati nell’Amazzonia peruviana, è guidato da mons. Augusto Martín Quijano Rodríguez, salesiano, nominato da Papa Francesco pochi mesi prima del Sinodo per l’Amazzonia. Domenica 15 novembre accoglierà Leone XIV nell’unica tappa amazzonica del viaggio in Perù. Il Sir gli ha chiesto che cosa significhi oggi essere Chiesa nella foresta e che cosa porterà la visita.

Monsignor Quijano, che cosa significa oggi essere Chiesa in Amazzonia? Quali caratteristiche deve avere una presenza ecclesiale in un territorio così diverso dal resto del Perù?
Essere Chiesa in Amazzonia significa essere un popolo che ascolta il popolo. È accompagnare processi sinodali che a volte mi sembrano difficili, ma che rendono il cammino più sereno che in altre realtà. È capire, come Chiesa, che tutto è davvero connesso, guardare il mondo in modo integrale e sapere che siamo comunità. La Chiesa dell’Amazzonia ha caratteristiche diverse da altre realtà. Mi auguro che la migrazione e il contatto con altre realtà, oggi più facili, non facciano perdere la gioia di riunirsi, la ricerca di spiritualità, le celebrazioni che non sono solo canto e parola ma anche danza, e che tengono sempre viva la speranza.

Quali sfide specifiche affronta la Chiesa nella sua missione in Amazzonia rispetto ad altre regioni del Paese?
Ci sono sfide molto grandi e preoccupanti, come la difesa della vita e la cura della casa comune. La foresta viene spartita per estrarne le ricchezze senza ordine, senza controllo, senza rispetto. Lo sviluppo e le sue proposte hanno via via eroso i valori più importanti dei popoli amazzonici, e si vuole costruire il popolo senza l’essere umano custode della vita e senza Dio. Molti popoli stanno perdendo la propria identità: a volte non c’è un’evoluzione culturale normale, ma condizionata, e allora manca la formazione di leader. D’altra parte sono pochi gli evangelizzatori, i sacerdoti, i discepoli missionari disposti a comprendere l’Amazzonia.

In questo contesto, quanto è importante costruire una Chiesa che parta dalle comunità locali e non solo dai grandi centri urbani?
Costruire la Chiesa a partire dalle comunità è importante perché si ripete ciò che accadde all’inizio del cristianesimo: l’incontro con Cristo suscita comunione, scoperta, dono di sé, amore, conversione, e così si proietta nel mondo. C’è anche un’altra ragione: le piccole comunità ci portano a conoscere l’essere umano così com’è, a scoprire che siamo tutti fratelli e che non siamo estranei al mondo, e soprattutto a conoscere i suoi bisogni.

Negli ultimi anni l’Amazzonia ha assunto un ruolo crescente nella riflessione della Chiesa universale. Questo ha portato a cambiamenti concreti nel modo di lavorare del Vicariato e nelle sue priorità pastorali?
Sono un vescovo nato con il Sinodo per l’Amazzonia, e ho capito che il progetto di Papa Francesco per la Chiesa nasceva da una realtà e non da un’idea. Per questo portare la Chiesa a guardare la realtà amazzonica significava condurla verso un cambiamento che riguardava la comunità, il popolo di Dio: siamo battezzati e tutti siamo chiamati a costruirla. In questi anni il Vicariato ha camminato con questa visione. Già prima, insieme agli altri vicariati, questo lavoro era cominciato in Amazzonia, e ora si può andare avanti su questa strada con maggiore sicurezza.

La visita a Pucallpa mette l’Amazzonia al centro del viaggio in Perù. Che significato ha per una Chiesa che affronta ogni giorno queste sfide e distanze enormi?
La visita del Papa è l’incontro del Papa con l’Amazzonia. Sentiamo che questa realtà è unita non solo dal bacino amazzonico, ma da una cultura, da una visione del mondo e da modi di vivere particolari. Inoltre, come frutto del Sinodo per l’Amazzonia, ci unisce la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), nella quale cerchiamo di vivere la fede in modo più comunitario ed ecclesiale. La visita del Papa significa che Dio è con noi: la Chiesa vuole avvicinarsi a tutte le realtà, vuole ascoltare i più poveri e vuole ascoltare la terra. Questo ci rafforza, ci unisce di più e ci fa sentire sicuri nella lotta per affrontare le sfide di ogni giorno.

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