DIOCESI – Pubblichiamo la Lectio delle Sorelle Clarisse del Monastero Santa Speranza di San Benedetto del Tronto.
Buona domenica a tutti e, soprattutto, buona solennità di tutti i Santi!
Cominciamo subito liberando la parola “santità” da una visione ristretta, piccola, che spesso l’ha accompagnata nelle nostre tradizioni: santo come separato, separato dagli uomini per essere di Dio, santo come colui che ce l’ha fatta. La santità, cioè, come destino di pochi eroi dello spirito, inaccessibile alla maggior parte di noi, come caratteristica di uomini e donne straordinari di cui dobbiamo provare a ricalcare le orme.
Ma ascoltiamo quanto scrive un uomo di Dio, teologo, poeta e scrittore dei nostri tempi: “Spesso pensiamo che la santità vada cercata nella direzione opposta al peccato e alla debolezza. Ma cosa sarebbe allora la santità? Sarebbe il contrario della mia vita – perché la mia, la nostra vita è debolezza, peccato, tentazione -! La santità, invece, non si trova in un luogo diverso dalla debolezza o dalla tentazione, ma proprio al loro interno […] La santità si esprime nel piccolo, nel quotidiano, nell’abituale. Il peccato è la banalità del male, la santità è la normalità del bene”.
Santità è diventare il Vangelo che ogni giorno ci raccontiamo; è perseverare, pur con fatica e con tutte le nostre debolezze, nella relazione con il Signore.
Chi è il santo, allora?
È la stessa domanda che, con altre parole, si pone il salmista: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?».
Ed è tutta la Parola di questa domenica che ci aiuta a rispondere.
Lo stesso salmista dice: «Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli», cioè chi sceglie ogni volta, nonostante cadute e cedimenti, di centrare la propria vita in Dio.
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse, San Giovanni scrive di coloro che hanno «impresso il sigillo sulla fronte […] centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli di Israele»; ma anche di «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua».
Tutti noi, cioè, che scegliamo di appartenere al Signore, di essere accompagnati da un Dio che ci educa, ci fa camminare nella vita, un Dio che tira fuori ciò che realmente siamo.
Un’appartenenza, la nostra a Dio, non da schiavi ma perché figli. Lo scrive San Giovanni, e ci aiuta così anche lui a rispondere alla domanda del salmista «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». Colui che si riconosce amato da Dio, che è consapevole di essere suo figlio, chi spera di poterlo incontrare faccia a faccia, chi ha fatto esperienza della misericordia di Dio e, pur con fatica, la riversa sugli altri.
Infine, il Vangelo. Sale il monte del Signore, sta nel suo luogo santo chi è beato. E il beato è colui che è in cammino, che avanza, un passo dopo l’altro, che si slancia in avanti con il desiderio di cercare e scegliere continuamente il Signore.
Beati i poveri in spirito, beati quelli che sono nel pianto, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i perseguitati…
Gesù non vuole dire che se sei povero, se sei sofferente, se sei perseguitato, allora sei nella gioia.
Chi è perseguitato è oggettivamente nella sofferenza; chi è affamato, vive una mancanza; chi è nel pianto sta vivendo una situazione di dolore, di angoscia.
E la nostra esperienza quotidiana ce lo ricorda bene.
Facciamo attenzione: sono beati i poveri, non la povertà; Dio è dalla parte di chi piange, non dalla parte del dolore…Dio è con chi è perseguitato, non dalla parte della persecuzione…sono beati gli uomini, non le situazioni! Gesù ci dice: sappi che tutte queste condizioni attirano lo sguardo di Dio su di te, la sua azione si orienta verso la tua sofferenza, la tua fame, il tuo pianto, il tuo essere perseguitato.
Allora beati tutti coloro che lasciano Dio regnare in loro, beati tutti coloro che si vantano di una storia che avanza non per le vittorie della forza ma per semine di giustizia e raccolti di pace!
Questa è santità!