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Direttore Pompei: Il rincaro del pane, la storia dei forni del Castello di San Benedetto

Di Pietro Pompei

Il recente sciopero degli autotrasportatori contro il caro carburante, di questi giorni di ottobre 2026, ha causato interruzioni nelle forniture di semola, costringendo diversi pastifici e mulini, soprattutto al sud, a fermare la produzione e generando tensioni nella filiera agroalimentare.

In Italia, il pane è stato per secoli non soltanto un alimento fondamentale per la sopravvivenza, ma anche un indicatore delle condizioni sociali ed economiche, capace di innescare grandi rivolte popolari. Quando il prezzo del grano saliva o la farina scarseggiava, la fame trasformava la protesta in insurrezione.

Il Tumulto di San Martino a Milano, l’11 e il 12 novembre 1628, fu reso celebre da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. La rivolta scoppiò a causa della carestia e del rincaro del pane. La folla inferocita assaltò i forni cittadini, tra cui il celebre forno delle Grucce, dopo che i provvedimenti annonari e le decisioni delle autorità locali avevano esasperato artigiani e lavoratori poveri. Le rivolte del pane non erano semplici atti di teppismo, ma la risposta disperata alla rottura di un patto sociale: quando lo Stato e i poteri locali non riuscivano a garantire l’approvvigionamento dei beni essenziali, la tensione poteva sfociare in proteste e rivolte, segnando alcuni dei passaggi più drammatici della storia italiana.

E se qualcuno cerca nella storia del nostro Castello un legame con questi avvenimenti, troverà che proprio in occasione della festa del Patrono il fornaio pro tempore faceva dono di cento pagnotte ai componenti delle autorità cittadine.

Il pane, memoria di una tradizione familiare

Risentiremo l’antico profumo, quello delle notti insonni delle nostre madri che, nel preparare l’impasto, seguivano non soltanto un lavoro, ma un rito trasmesso di generazione in generazione. Se da un lato il progresso ci ha liberati da lavori pesanti, dall’altro ci ha privati di una parte della nostra umanità, allontanandoci dalla condivisione dei sacrifici compiuti dai membri della famiglia, soprattutto dalle madri.

Oggi tutto si risolve con un acquisto e, di conseguenza, il pane ha perso gran parte del suo valore. Sarà romantica nostalgia, ma quella massa lasciata a lievitare nella madia, la sera precedente, era circondata dal rispetto e dalla trepidazione di tutti i familiari, consapevoli di quanto fosse fondamentale per la propria vita il buon esito della fermentazione.

L’invocazione alla Provvidenza era consuetudine e, quando la pasta era pronta e veniva divisa sulla tavola del fornaio, la si incideva con il segno della Croce. Non apparirà allora ridicolo il gesto di baciare il pezzo di pane raccolto dopo una caduta. Era un segno di rispetto al quale siamo stati educati noi che apparteniamo alle generazioni di qualche decennio fa.

Il pane di oggi rischia di perdere significato nella sua uniformità e nella sua dimensione commerciale, smarrendo anche la dignità di alimento fondamentale per l’essere umano. Nella frenesia di volere sempre di più, abbiamo abituato il nostro palato a continui cambiamenti di gusto, alla ricerca di una soddisfazione che continua a sfuggirci.

L’età della Nutella, che ha caratterizzato un’intera generazione, è passata. Quella che stiamo vivendo è invece l’età che mi permetto di definire del «rigetto»: tutto ci nausea, siamo sempre sazi e spesso il cibo finisce nel secchio della spazzatura. In certi pranzi si offre una tragica fotografia di questa realtà.

Oggi siamo in grado di produrre duecento tipi di pane, eppure nessuno sembra avere il profumo e il sapore di quelle pagnotte sgraziate che venivano poste in grandi ceste e diventavano ancora più gustose quanto più erano rafferme.

Perché tanta differenza? Abbiamo messo al lavoro, a pieno ritmo, i discepoli di Freud per trovare una risposta, ma, a giudicare dalle notizie che riceviamo ogni giorno, non sembra che l’abbiano trovata. Il nostro è un mondo inquieto: più progrediamo, più vogliamo. L’orizzonte che si allarga davanti a noi, anziché farci gioire e permetterci di apprezzarlo, ci esaspera, perché non siamo capaci di porci un limite.

Ecco uno dei mali della nostra società: vogliamo sempre di più perché non siamo capaci di accontentarci. Non ci accorgiamo che, in questa smania, spesso costruiamo sulla sabbia, come ci ha ricordato di recente il Papa. Quando le nostre costruzioni crollano, rischiamo così di perdere ogni punto di riferimento.

Sant’Agostino, che conosceva profondamente l’animo umano senza aver studiato psicologia, aveva intuito che il cuore dell’uomo rimane inquieto finché non comprende che, nel tentativo di competere con Dio, è destinato alla sconfitta.

San Benedetto e il dono dell’Albula

La San Benedetto di oggi è anche un dono dell’Albula che, con le sue rovinose inondazioni e i detriti trasportati, ha contribuito a sottrarre al mare porzioni di terreno sulle quali è stato possibile costruire una città fiorente.

L’antico Castello era piccolo e povero, circondato verso le colline dalla selva Folcaria, che lasciava poco spazio alle terre coltivabili. L’approvvigionamento del grano fu sempre difficoltoso per i governanti e spesso si doveva ricorrere a forti indebitamenti per far fronte alle necessità.

In questo contesto appariva come un grande dono quello delle cento pagnotte che il fornaio elargiva ai vari componenti del Corpo consiliare del Castello, con qualche aggiunta per il Capitano della festa, proprio in occasione del 13 ottobre, ricorrenza di San Benedetto Martire, patrono della città.

Tutto questo oggi ci fa sorridere, abituati come siamo a un certo disprezzo del pane sulle nostre ricche tavole, dove viene spesso preferito a generi più rari e, quindi, più costosi, ma non sempre più nutrienti. Un atteggiamento che rischia di farci dimenticare il valore della semplice farina di grano, impastata e cotta, che ha contribuito allo sviluppo della nostra civiltà.

I forni e il pane del Castello di San Benedetto

Gli anni della carestia

È noto che, a partire dall’epoca dei Liberi Comuni, l’approvvigionamento dei generi alimentari essenziali, come il pane e la carne, rientrava tra le competenze del Comune, che ne deteneva l’esclusiva di vendita.

Dalle ricerche dello storico locale Giovanni Guidotti sappiamo che, dalla fine del Seicento, anche se probabilmente esistevano già in precedenza, nel nostro Castello erano attivi due forni: uno detto del Pan Venale e l’altro chiamato Casalendo delle Donne, o anche Cocole, e talvolta dei Particolari.

All’inizio del Settecento i due forni erano situati al piano terra del palazzo comunale, edificio che sorgeva in via del Castello, oggi via Rossini. Per garantire la fornitura del pane alla popolazione, venivano dati in affitto secondo determinate condizioni, raccolte nei cosiddetti «Capitoli del Fornaio».

L’assegnazione avveniva tramite un bando e l’affitto aveva durata annuale, con decorrenza dal 24 giugno, festa di San Giovanni Battista. Se l’asta andava deserta, il Comune provvedeva direttamente, nominando un deputato tra i consiglieri.

Il più importante dei due forni era quello Venale, destinato alla popolazione, mentre quello delle Donne serviva per cuocere il pane dei privati, detto anche casalingo.

Il compito del fornaio era gravoso, anche perché il nostro Castello dipendeva, per l’acquisto del grano, da altri Castelli che si trovavano, come il nostro, sotto la giurisdizione della città di Fermo.

Il XVIII secolo si rivelò particolarmente difficile per l’approvvigionamento del grano, a causa delle carestie che interessarono tutto lo Stato Pontificio. Per far fronte a queste difficoltà, papa Benedetto XIV, lo stesso che discusse la causa per il ripristino della festa del nostro Patrono, emanò la «Bolla del Libero Commercio», con la quale impose ai proprietari terrieri di destinare una percentuale del raccolto alle necessità delle popolazioni povere e del forno Venale, in misura commisurata ai bisogni.

Intanto, la popolazione del Castello aumentava, passando dai 700 abitanti dei primi anni del Settecento ai 3.000 dei primi dell’Ottocento. L’anno particolarmente difficile fu il 1764, quando alla preoccupazione per un possibile contagio della peste, che si stava diffondendo lungo la costa adriatica, si aggiunse una carestia che lasciò la popolazione senza pane per qualche tempo.

Scrive Guidotti: «Il fornaio, rimasto senza farina e minacciato, chiuse i battenti e di notte si assentò, abbandonando i forni e rendendosi irreperibile. Il Comune si trovò in grande imbarazzo. Escogitò urgentissimi provvedimenti… Inviò deputati a Fermo, ad Ancona, ad Acquaviva e altrove, per mare e per terra, a raccogliere granaglie: ciò per non far nascere sollevazioni e rovine».

Il grano veniva acquistato a qualsiasi prezzo che, a causa della penuria, era enormemente lievitato. Il Governatore, tuttavia, non permise di aumentare il prezzo del pane e il Comune si trovò così gravemente indebitato.

Continua lo storico: «Il Comune contrasse prestiti per gli acquisti e, quando poté, riaprì i forni sotto la sorveglianza di appositi incaricati del Consiglio, adottando “la pagnotta del mesticone”».

Si trattava di un grossolano miscuglio di diverse granaglie, tra cui il granoturco, che veniva venduto a pezzi del peso di sei once e mezzo al prezzo di un baiocco.

Sopraggiunti tempi migliori, il Governatore proibì l’uso della «pagnotta del mesticone» che, soprattutto durante la stagione calda, nuoceva alla salute della popolazione.

Alla fine del secolo la situazione si ripeté e si decise pertanto di aumentare il prezzo della pagnotta a due baiocchi per i forestieri residenti, per quelli di passaggio e per i locandieri.

Nel 1791 fu costruito il primo forno «casalingo» nella Marina, su progetto dell’architetto Augustoni, lo stesso che progettò la Nuova Pieve. Il forno era situato in via delle Fratte, oggi via Leopardi, all’angolo con via del Merlo, oggi via Volturno.

Tra il 1847 e il 1852 furono costruiti altri due forni dietro le mura occidentali, in via del Ponte, oggi via del Tesoro, e in via del Forno, oggi via Firenze. Con queste nuove strutture cessò l’utilizzo dell’antico forno del Pan Venale.

Gli ultimi due secoli della nostra storia hanno visto spesso il pane come protagonista. Dai moti sul macinato del 1868 all’anno di carestia del 1898, fino al 1914, vigilia della Prima guerra mondiale, la mancanza di pane e il conseguente aumento dei prezzi hanno segnato negativamente la nostra storia, spingendo spesso i popoli alla ribellione.

La «battaglia del grano», durante il periodo fascista, portò al razionamento della farina attraverso la tessera del pane, quasi sempre insufficiente a soddisfare le esigenze delle famiglie, spesso numerose. Anche da noi si diffuse il mercato nero, con le prevedibili conseguenze soprattutto a danno delle famiglie più povere.

Ci furono sequestri e arresti, ma si continuava a rischiare, perché la fame era nera. Proprio nella difesa della farina, destinata a sfamare una popolazione disperata durante l’ultima guerra, va ricordato il sacrificio della vita del maresciallo Nardone e del brigadiere Ceci.

Il mulino del Castello di San Benedetto

Alla storia del pane è legata quella dei mulini, costruiti in forme diverse in ogni parte del mondo e azionati dalla forza delle braccia degli uomini o degli animali, dalla spinta del vento o dall’acqua, prima dell’invenzione dei motori a vapore ed elettrici.

Anche il nostro Castello aveva il suo mulino ad acqua, piccolo ma sufficiente per le ridotte esigenze della popolazione. Era di proprietà della Chiesa di San Benedetto e sorgeva su terreni appartenenti alla stessa istituzione. Anche la conduttura dell’acqua era stata realizzata su quelle terre: l’acqua veniva prelevata dall’Albula e da alcune sorgenti vicine, all’altezza dell’attuale ponte sulla strada per Acquaviva Picena, a ovest.

La striscia di terra attraversata dal ruscello era chiamata Vallato e procedeva verso il mare parallelamente all’Albula. Il mulino sorgeva nei pressi dell’odierno Largo Fileni, lungo la via che dall’unica porta del Castello scendeva verso la Marina e si collegava, costeggiando le mura occidentali, con l’antica strada litoranea e con quella diretta verso l’interno.

Il mulino veniva dato in enfiteusi a un «molinaro» ed era sicuramente in funzione già prima del 1600, come si può rilevare dall’«Inventario» della Chiesa dell’anno 1711, lasciato dall’abate Polidori.

Il pane, simbolo di dignità e condivisione

In un periodo in cui si torna a parlare del pane, proponiamo alcune argute osservazioni di don Arturo Paoli, il prete dei poveri.

Il declassamento del pane crea un vuoto nella storia

Da oltre sessant’anni prete, per la prima volta, ospite di una canonica riportata allo splendore originario dopo un lungo restauro, mi sono trovato a occuparmi della gestione di una casa. Questa gestione, che non rappresenta per me un peso grazie alla generosa collaborazione delle famiglie vicine, mi offre tuttavia un’esperienza sgradita: occuparmi del pane.

Dalla mia infanzia e durante la mia permanenza a Lucca, conclusasi pochi anni dopo la fine dell’ultima guerra, il pane godeva di una posizione privilegiata nella nostra esistenza. «Guadagnarsi il pane» significava procurarsi tutto ciò che era necessario per vivere. Un nostro vicino, molto generoso, era per mia madre «buono come il pane». Chi si guadagnava il pane lavorando era considerato l’opposto dell’ozioso e dello sfruttatore.

Molti alimenti erano classificati come companatico, parola che significa «compagni del pane». Immaginavo che il pane si degnasse di accogliere nella propria compagnia gli altri alimenti, affinché anch’essi potessero godere della dignità di nutrire l’uomo.

«Guadagnarsi il pane» indicava anche l’emancipazione dalla famiglia d’origine, che ci manteneva fino a quando non fossimo riusciti a ottenere un’entrata, anche modesta, frutto del nostro lavoro.

Il nostro più grande poeta sperimentò quanto fosse duro ricevere il pane quando questo non rappresentava più il diritto conquistato attraverso il lavoro. Dante non era certamente un ozioso, ma la sua condizione di esule e forse anche quella di poeta privo di un’attività produttiva stabile lo portavano a cercare ospitalità nelle corti. Forse doveva anche far parte del gruppo dei giullari che allietavano i momenti di riposo dei fieri feudatari.

Così l’esule pellegrino ci confida la sua triste scoperta: «quanto sa di sal lo pane altrui» (Paradiso, XVII).

Alla donna straniera che lo supplica, insistendo fino a irritare i compagni di strada, Gesù risponde seccamente: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini» (Mt 15,26). Con queste parole indica il legame tra il pane e la sua missione di inviato del Padre.

La scena della moltiplicazione dei pani, raccontata nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, ha offerto al portoghese Belo, dichiaratamente marxista, lo spunto per una profonda riflessione sull’intuizione evangelica. In quella scena si può leggere un invito a superare le logiche del capitalismo: Gesù decide di distribuire i cinque pani d’orzo e i due pesci messi a disposizione da un ragazzo, riuscendo a sfamare migliaia di persone.

Il capitalismo rappresenta l’antitesi di questa scelta di Gesù, che moltiplica il pane per saziare la fame di tutti. Nel capitalismo, il denaro diventa oggetto di accumulazione e quindi un feticcio, separato dalla sua funzione concreta di soddisfare la fame, ossia un bisogno reale dell’uomo.

Questa mia riflessione sul pane è stata stimolata dal titolo di un articolo di Repubblica del 24 settembre, «Il pane è d’oro», che riferiva dell’aumento del prezzo di questo alimento.

La notizia ha rinnovato la mia sofferenza nel vivere in un’epoca in cui il pane, pur diventando «d’oro» per il suo prezzo, viene svalutato fino a finire nei cassonetti e a trasformarsi in rifiuto per decine di tonnellate.

Mi sembra che questo declassamento del pane costituisca un vuoto nella storia, una frattura nella memoria collettiva che ci ricorda il motivo profondo di tante rivoluzioni: il pane.

Nei Promessi sposi si racconta della folla infuriata di Milano, esasperata anche dalla dominazione spagnola, che assalta per prima cosa un forno gridando: «Pane, pane, pane!».

Mi è tornato alla memoria che Manzoni, con una nota quasi umoristica, descrive l’insegna milanese di un forno attraverso parole tanto «eteroclite, bisbetiche e selvatiche» quanto «el prestin di scanse» (cap. XII).

Per noi credenti, il pane diventa così il simbolo più alto della resistenza pacifica contro tutte le forme di violenza che sconvolgono la nostra storia e fanno apparire sempre più lontana la prospettiva di una lunga convivenza pacifica.

Gesù, prima di morire, si mise a tavola con i suoi discepoli «e prese il pane».

Redazione: