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Un’America che mostra tutto, ma non vede più se stessa

(Foto SIR)

Di Andrea Regimenti

A Ground Zero si sorride davanti al vuoto. Alle spalle, l’acqua precipita nelle due enormi vasche dove venticinque anni fa sorgevano le Torri Gemelle. Qualcuno cerca un nome inciso nel bronzo, qualcuno lascia un fiore o una bandiera americana. Altri si mettono in posa, allungano il braccio, scattano un selfie. Poco distante si vendono calamite, modellini, portachiavi e magliette con la scritta “Never Forget”. Non dimenticare mai. Costano 37 dollari e 95 centesimi.

La memoria ha trovato posto anche sugli scaffali.

A Washington, invece, si è pensato di preparare un’altra scena. Il Pentagono aveva annunciato l’intenzione di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood. Il 3 dicembre dovrebbe essere fucilato. Sulla trasmissione si è discusso e a quanto pare alla fine è stata sospesa, ma qualcosa è già accaduto: la possibilità di trasformare un’esecuzione capitale in uno spettacolo pubblico è entrata nel dibattito americano. La scena è già delineata: un plotone, un condannato, una telecamera. Dall’altra parte dello schermo, gli spettatori.

Due immagini che non si possono equiparare, ma attraversate dalla stessa inquietudine. Nel luogo dove la morte ha lasciato un vuoto si cerca l’inquadratura migliore. Dove la morte invece deve ancora arrivare si pensa già a come mostrarla. Il dolore diventa anche un ricordo da acquistare, la punizione uno spettacolo da distribuire.

In mezzo c’è l’America, un Paese che ha fatto della rappresentazione di sé una delle proprie forme di identità.

Gli Stati Uniti hanno una storia relativamente breve come nazione, ma hanno costruito un’epica immensa. I pionieri, la frontiera, il West dei cowboy. La bandiera issata a Iwo Jima, Armstrong che posa il piede sulla Luna. Persino lo sport diventa rito nazionale, tra inni e giocatori celebrati come eroi. Immagini che hanno attraversato il mondo, offrendo a generazioni di americani un racconto nel quale riconoscersi.

Ogni grande racconto, però, sceglie cosa illuminare.

Dietro la conquista della frontiera ci sono i popoli nativi. Dietro la promessa di libertà, la schiavitù e la segregazione. Dietro il sogno di una terra aperta a tutti, generazioni di esclusi. New York continua a parlare centinaia di lingue, Los Angeles vive delle proprie comunità di immigrati, le grandi metropoli mescolano religioni e culture. Intanto la politica discute di muri, frontiere ed espulsioni. La Statua della Libertà guarda ancora verso il mare, mentre al confine con il Messico si alzano muri e barriere.

Un’America tende la mano. Un’altra decide a chi concederla.

Il 3 novembre gli elettori torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato. Donald Trump affronta il voto mentre le decisioni della sua amministrazione continuano a pesare sugli equilibri internazionali, dai rapporti con gli alleati ai conflitti, dai commerci alla sicurezza. La promessa di restituire grandezza agli Stati Uniti accompagna una politica che fa largo ricorso alla pressione economica e alla dimostrazione di forza. Eppure, la Costituzione americana nasce proprio dalla diffidenza verso un potere senza limiti. Una tensione che attraversa le istituzioni, la società e la stessa idea di libertà.

Una sentenza resta agli atti. Le immagini di un’esecuzione, una volta diffuse, sfuggono invece a chi le ha prodotte: possono essere estrapolate, rilanciate, trasformate in propaganda. Lo Stato deciderebbe di mostrare la propria forza, ma perderebbe ogni controllo su ciò che quella morte finirebbe per rappresentare.

La reazione della Chiesa cattolica è stata netta. Il cardinale Pietro Parolin ha condannato la spettacolarizzazione della morte. L’arcivescovo Paul Coakley, presidente dei vescovi americani, ha denunciato una promozione della cultura della morte. Timothy Broglio, ordinario militare degli Stati Uniti, ha invitato i soldati cattolici eventualmente coinvolti nel plotone d’esecuzione a chiedere l’esonero per ragioni di coscienza.

Il 10 ottobre Leone XIV, primo papa americano della storia, ha ribadito che la pena capitale è inammissibile perché contraria alla dignità umana. Senza riferirsi direttamente a Hasan, ha ricordato che giustizia e sicurezza possono essere garantite senza privare definitivamente una persona della possibilità di redimersi.

È il Papa nato negli Stati Uniti a richiamare il valore della vita mentre il governo del suo Paese valuta di mostrarne la fine. Non viene meno la gravità dei tredici omicidi commessi a Fort Hood, né il dolore delle famiglie. Ma c’è un principio che resiste anche davanti alla colpa più grave: la dignità umana non viene meno quando un uomo smette di essere innocente. E la giustizia non acquista maggiore forza dal numero di persone chiamate ad assistervi.

È qui che la vicenda supera il dibattito sulla pena capitale. Una democrazia può disporre di un potere senza essere obbligata a esibirlo. Può scegliere di non trasformare ogni atto in una dimostrazione pubblica. La distanza tra queste possibilità riguarda anche l’immagine che uno Stato intende offrire ai propri cittadini e al mondo.

L’America ha saputo costruire monumenti per custodire il dolore e simboli capaci di unire milioni di persone. Oggi le ferite della sua storia convivono con nuove divisioni, mentre la necessità di riaffermare la propria grandezza sembra farsi sempre più insistente. A venticinque anni dall’11 settembre, “Never Forget” resta una promessa incisa nella memoria nazionale. Ma ricordare non coincide con il continuare a mostrare. Un’immagine può sopravvivere per sempre senza conservare nulla del significato che aveva.

Forse è questa la distanza più difficile da colmare, per un Paese che ha affidato tanta parte della propria identità a ciò che il mondo poteva vedere: distinguere la forza dalla sua esibizione, la memoria dal suo consumo, la giustizia dallo spettacolo.

E se la grandezza di una nazione si misurasse anche da ciò che sceglie di non mostrare?

(Foto SIR)

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