“Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica del dominio, del potere e della sopraffazione”. Lo ha detto don Christian Barone, docente alla Pontificia Università Gregoriana e autore di una guida alla lettura della “Magnifica humanitas”, intervenuto ieri al secondo appuntamento di “CambIAmenti”, il ciclo di webinar con cui l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio informatico della Cei si interrogano su come custodire l’umano nell’era dell’intelligenza artificiale. Il teologo ha messo in guardia dalla concentrazione di conoscenza e potere “nelle mani di poche persone”: un potere che “per la prima volta nella storia non è in mano agli Stati, ma si pone come un potere transnazionale al di sopra delle nazioni” e che fa capo a “poche aziende”. Disarmare l’IA, ha spiegato, “vuol dire anzitutto metterla al servizio del bene comune”. Quanto all’impiego in ambito bellico, don Barone ha richiamato le parole dell’enciclica di Leone XIV – “nessun algoritmo può rendere più giustificabile la guerra” – osservando che, quando il rapporto con gli altri “viene mediato in maniera impersonale da uno strumento, allora la guerra diventa più crudele e a farne le spese sono i civili”. Decisivo, per il sacerdote, il ruolo della politica, perché “il diritto manca attualmente di strumenti per regolamentare l’intelligenza artificiale”, anche se “purtroppo oggi la politica è spesso ostaggio dell’economia”. “Ognuno può fare la propria parte”, ha concluso: “la partecipazione è la chiave”.