Di Lucilio Santoni
Lo scorso anno è venuto a mancare un uomo di scienza, ma soprattutto un grande professore: Lucio Russo. Aveva scritto un libro preveggente: “Segmenti e bastoncini” (1998). Io ne ero rimasto affascinato. L’avevo invitato una prima volta al Liceo Scientifico “Rosetti” di San Benedetto. Poi lo invitai almeno altre due volte a parlare della scuola. Quando andai a trovarlo a casa, a Roma, mi disse, con un sorrisetto, che lui, fisico e matematico, abitava in via Keplero! L’ultima volta che lo incontrai aveva negli occhi un immedicabile dolore: sua figlia era morta da poco.
Il libro che ho nominato sopra lamentava una scuola sempre più povera di contenuti, sempre più facile e permissiva. Che rigettava il nozionismo, la grammatica, la letteratura e il latino perché elitari, e in generale le materie umanistiche perché “inutili” e non “spendibili” sul mercato del lavoro; e poi tendeva ad abolire i voti perché ritenuti meccanismo perverso di competizione e fonte di frustrazione. Vedeva una scuola sempre più mirata al benessere emotivo, che indeboliva le cosiddette “materie” per far posto alle varie “educazioni” (alimentare, stradale, affettiva, ecc.), che privilegiava le competenze rispetto alle conoscenze (troppo astratte), il saper fare rispetto al sapere, che non amava la “lezione frontale” perché costringe gli allievi a un ascolto passivo, che riteneva obsoleta la figura del “maestro”, meglio l’insegnante-amico e consigliere, il cui ruolo principale non è più la trasmissione di un sapere (e di una passione!), ma il sostegno psicologico.
E così è andata.
La scuola ha consapevolmente abbandonato la funzione più strettamente culturale. Forse considerando inevitabile e salutare tale abbandono, quasi fosse il prezzo da pagare per raggiungere obiettivi che parevano più remunerativi e necessari.
A tutto questo, oggi si aggiungono due elementi nuovi e sempre più impattanti: l’uso massiccio dei vari dispositivi digitali, sia a scuola che a casa, e l’intelligenza artificiale, nuova compagna e alleata (non solo degli studenti) sempre più attraente, seduttiva e innegabilmente performante.
Il risultato sembra essere il declino delle capacità cognitive e l’impoverimento del linguaggio. Declino e impoverimento dei quali siamo tutti responsabili. Come genitori, come docenti, come telecredenti.
A molti, questi cambiamenti sembreranno buoni e inevitabili. Ma chi ha uno sguardo critico sulle cose, credo debba porsi seriamente una domanda: su quale scuola possiamo puntare per tentare di salvare il salvabile?
Io ho una sola risposta: la parola, scritta e orale. A partire dalla lettura dei libri, passando per la scrittura, e arrivando al discorso fatto in pubblico. Leggere testi originali, magari anche poesie. E poi scrivere, possibilmente a mano, con una penna e un foglio. E poi parlarne, in classe, davanti a tutti. Coltivando quella qualità, tutta umana, essenziale, e che nessuna innovazione tecnologica, anche la più mirabolante, potrà mai toglierci: l’arte della parola. Se saremo capaci di questo, la scuola potrà davvero essere quel luogo unico che sta un po’ fuori dal mondo ma che ci insegna a stare al mondo. L’ora di lezione in classe come momento per custodire quell’arte. L’unica che ci fa rimanere umani.