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FOTO Offida ringrazia i Cappuccini: quattro secoli di fede e una nuova strada. Il messaggio di speranza del Vescovo Gianpiero

OFFIDA – Domenica 6 settembre la comunità di Offida si è riunita per salutare i frati Cappuccini del Santuario del beato Bernardo. Con una santa Messa celebrata alle ore 19 e presieduta dal vescovo delle diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, mons. Gianpiero Palmieri, si è conclusa una presenza di quattrocento anni: i Cappuccini lasciano Offida.

Sono state molte le emozioni che hanno attraversato i fedeli. Momenti velati di tristezza e smarrimento si sono alternati a quelli, tipicamente francescani, di serenità e pace, nel ricordo del sostegno che i frati non hanno mai fatto mancare alla comunità.

La chiesa gremita ha accolto i fedeli accorsi per salutare e ringraziare padre Antonio Porfiri, padre Gabriele Giobbi e padre Dino Mascioni per il prezioso servizio svolto. Ora i religiosi si apprestano a vivere una nuova fase del loro cammino, sull’esempio del Serafico Santo: padre Antonio e padre Dino sono pronti a prestare servizio presso il Santuario della Madonna dell’Ambro, mentre padre Gabriele si trasferirà nel convento di Macerata.

Prima dell’inizio della celebrazione è stato letto un breve racconto della storia del convento e della chiesa, che oggi custodisce le spoglie del beato Bernardo da Offida.

Nella sua omelia, mons. Palmieri ha sottolineato l’importanza di avere fiducia nel Signore, che non abbandona mai i suoi figli, anche quando sono chiamati a vivere una nuova dimensione della Chiesa. Una Chiesa che, seguendo sempre l’esempio di Cristo, cambia “forma”, ma rimane fedele al Vangelo.

«Questa Eucaristia per noi è faticosa perché sappiamo bene che la presenza dei frati Cappuccini, non soltanto per il servizio al Santuario, ma anche per la vicinanza alla comunità nel momento del bisogno, è stata una presenza stabile fin dal 1600. I frati, insieme alle persone, hanno condiviso i momenti belli e quelli più tristi della storia, come quando i conventi sono stati chiusi a causa delle leggi emanate e gli istituti religiosi che appartenevano alla Chiesa sono passati nelle mani del demanio; alcuni tuttora sono dello Stato italiano.

Il nostro territorio è fortemente segnato dalla presenza dei francescani: Cappuccini, frati Minori e Conventuali. In questo momento, nel quale il mondo cambia velocemente, anche la Chiesa è chiamata a cambiare.

Oggi le famiglie fanno fatica a trasmettere la fede e ciò, in parte, causa anche la carenza delle vocazioni, sia maschili sia femminili. Se chiudono gli esercizi commerciali o i servizi pubblici, soprattutto nei paesi dell’interno, si creano momenti di smarrimento e di abbandono tra la popolazione; ma se chiude una chiesa, il colpo da affrontare è ancora più duro, perché essa è vista come un punto fermo e come un aiuto più profondo nei momenti bui.

La comunità di Offida vivrà questo cambiamento, che non significa che la Chiesa sia scomparsa o che la fede sia scomparsa, ma che essa acquista una nuova “forma”. La crescente secolarizzazione necessita di un cambiamento anche della Chiesa e dei fedeli, ma le strade del Signore e i suoi disegni sono imperscrutabili. Non sappiamo cosa ci riserva il futuro: a noi spetta il compito di affidarci a Lui e di continuare a trasmettere la fede.

Per esempio, mentre noi siamo chiamati ad affrontare la diminuzione delle vocazioni, i Paesi del Nord Europa vivono una nuova primavera della fede. In particolare, in Francia, i giovani e gli adulti che chiedono il Battesimo sono passati da tremila a circa trentottomila.

Dopo il Concilio, le vocazioni hanno iniziato il loro inesorabile declino, ma parallelamente sono fioriti movimenti e associazioni laicali: una novità, qualcosa che prima era inesistente o presente solo parzialmente.

Un tempo anche il più piccolo paese aveva un proprio parroco, ora non è più così. La società cambia e noi con essa e, quindi, dovremo impegnarci fortemente a vivere da cristiani questi tempi incerti, a trasmettere la fede e a vivere il Vangelo nella società secolarizzata».

Riprendendo il brano del Vangelo, il vescovo Gianpiero ha poi sottolineato come le prime comunità fossero chiamate a vivere e a prendere decisioni seguendo l’esempio di Cristo. Le prime comunità erano viste come mediatrici tra gli uomini e Dio e, quindi, ogni decisione che prendevano rappresentava ai loro occhi una decisione di Dio.

Il vescovo Palmieri ha poi aggiunto: «Se le comunità cristiane erano accoglienti, perdonavano e usavano la stessa misericordia che il Padre aveva usato per loro, allora la gente comprendeva che Dio era misericordioso.

San Francesco sapeva di avere bisogno del perdono del Signore, tanto che portò sempre l’abito da penitente».

L’omelia è proseguita con una breve riflessione sulla figura di san Francesco d’Assisi: «Aveva imparato il Vangelo dai lebbrosi: questo è ciò che egli ripeteva sempre. E il bacio di Cristo lo aveva ricevuto da uno di loro».

L’omelia si è poi conclusa con queste parole di speranza: «Questa sospensione della presenza dei Cappuccini potrebbe essere soltanto momentanea, come nei secoli passati è stata la chiusura del convento. Ricordate che la storia è nelle mani di Dio. Viviamo questi tempi custodendo e trasmettendo la fede, costruiamo comunità fedeli al Vangelo e manteniamo viva la speranza cristiana».

In seguito, il padre provinciale Filippo Caioni ha voluto salutare e ringraziare i frati Cappuccini che lasceranno il convento per andare a testimoniare la propria fede nei luoghi dove Dio vorrà.

«Mi sarebbe piaciuto partecipare a una cerimonia di accoglienza di giovani che intendevano abbracciare la vita religiosa, invece mi ritrovo a dover salutare i Cappuccini del Santuario.

In questa circostanza mi tornano alla mente le parole di san Francesco: “Tanto è il bene ch’io m’aspetto che ogni pena m’è diletto”. Questa era una frase di una canzone dell’epoca, cantata da un cavaliere; Francesco l’ha poi fatta sua e rivolta al Signore, immaginando che sia così grande la bellezza della vita eterna che ogni difficoltà per guadagnarla sia nulla al confronto.

Nei momenti difficili non abbandoniamo la speranza, non quella che viene dagli uomini, ma quella che viene da Dio. Così come nel famoso racconto del vaso di Pandora, dal vaso uscirono tutti i mali del mondo, ma in fondo restò la speranza.

Mi auguro che questo momento lasci spazio a qualcosa di nuovo, ad affrontare una “forma” di Chiesa diversa da quella convenzionale alla quale siamo abituati. Probabilmente lo Spirito, che è sempre molto creativo, ha in serbo qualcosa di nuovo che ora noi non possiamo comprendere».

Infine, anche il sindaco di Offida, Luigi Massa, ha voluto salutare i cari frati:

«Questo è sicuramente un giorno di tristezza, ma è anche un giorno pieno di gratitudine. Sono passati quattro secoli dall’insediamento dei Cappuccini, una presenza sempre preziosa che si è intrecciata con la quotidianità della comunità offidana, condividendone i momenti belli come quelli tristi.

Chi sperimenta il dono della fede, un dono che viene sempre da Dio, sa che la divina Provvidenza non abbandona mai nessuno e che i disegni di Dio sono per noi incomprensibili.

La gratitudine è sicuramente il sentimento che oggi ci pervade più di altri, perché tutto il servizio che i Cappuccini hanno svolto per Offida è davvero immenso. La loro storia si è legata alla nostra e niente e nessuno potrà mai cancellarla».

Al termine della celebrazione, tutti i presenti hanno potuto vivere un momento conviviale per salutare personalmente i Cappuccini prima della loro partenza.

Patrizia Neroni: