Di Fulgence Muteba Mugalu
Della complessa situazione della Rdc, con la Chiesa che condivide le sofferenze della popolazione, della solidarietà concreta che ne sostiene la resilienza e della fiamma della speranza ancora accesa nonostante tutto, parla mons. Fulgence Muteba Mugalu, arcivescovo metropolita di Lubumbashi e presidente della Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco)
Da decenni la Repubblica Democratica del Congo vive in un ciclo di guerre e violenze che continua a colpire soprattutto le province orientali. La caduta di Goma e Bukavu ha aggravato una situazione già drammatica, segnata da insicurezza, sfollamenti di massa, emergenze umanitarie, sfruttamento illegale delle risorse naturali e diffuse violazioni dei diritti umani. Nell’est del Paese operano numerosi gruppi armati, spesso sostenuti da interessi esterni e alimentati dal controllo di miniere, traffici illegali e altre attività economiche. Allo stesso tempo, l’esercito congolese è impegnato su più fronti senza essere ancora riuscito a ristabilire una pace stabile e duratura. Anche nelle aree controllate dal governo la popolazione soffre le conseguenze di una crisi profonda. Corruzione, cattiva governance, debolezza delle istituzioni e scarse prospettive economiche alimentano povertà e disoccupazione. È una contraddizione dolorosa: un Paese straordinariamente ricco di risorse naturali continua a essere tra i più poveri del mondo. A questa realtà si è aggiunto il ritorno dell’Ebola, che continua a colpire diverse province del Paese. Le difficoltà del sistema sanitario e la persistenza di pratiche culturali che favoriscono il contagio rendono ancora più complessa la risposta all’emergenza. Davvero il cuore dell’Africa continua a sanguinare.
La Chiesa condivide le sofferenze del popolo congolese. Sacerdoti, religiosi e operatori pastorali sono spesso esposti alla violenza, soprattutto nelle zone controllate dai gruppi armati. Molti fedeli vivono da sfollati o rifugiati e numerose strutture ecclesiali hanno subito gravi danni. Nonostante tutto, la Chiesa continua a essere un punto di riferimento essenziale. Attraverso le scuole, gli ospedali e le opere sociali garantisce servizi fondamentali a milioni di persone. Al tempo stesso esercita la propria missione profetica, annunciando il Vangelo, denunciando le ingiustizie e richiamando le autorità alle loro responsabilità. La Chiesa promuove con convinzione la pace, il dialogo e il buon governo. In collaborazione con la Chiesa di Cristo in Congo (ECC), che riunisce le principali comunità protestanti, ha lanciato il Patto per la pace e la convivenza nella Repubblica Democratica del Congo e nella regione dei Grandi Laghi. L’obiettivo è affrontare le cause profonde del conflitto attraverso un dialogo inclusivo tra i congolesi e con i Paesi della regione. Di fronte a tante prove, il popolo congolese continua a dimostrare una straordinaria capacità di resilienza. Creativo, coraggioso e tenace, non si arrende. Per questo merita sostegno e vicinanza concreta. Le Chiese sorelle, tra cui la Chiesa italiana, accompagnano da tempo il cammino del popolo congolese. Oggi, però, è necessario rafforzare l’aiuto umanitario e sostenere con maggiore decisione tutte le iniziative di pace e riconciliazione. Occorre inoltre mantenere alta l’attenzione internazionale sul rispetto dei diritti umani, sulla democrazia e sulla gestione trasparente delle risorse naturali. Nonostante le ferite della guerra e della povertà, la speranza non si è spenta. Essa si alimenta anzitutto nella fede profonda del popolo congolese, nella sua capacità di resistere alle avversità e nella volontà di preservare l’unità nazionale. Un’altra ragione di speranza è rappresentata dalle immense ricchezze umane e naturali del Paese. Una popolazione giovane e dinamica, insieme a risorse straordinarie, potrebbe aprire la strada a uno sviluppo integrale e duraturo. Purtroppo, proprio queste ricchezze sono spesso all’origine delle contese e delle violenze che affliggono il Congo. Troppo spesso il mondo guarda al Congo per ciò che possiede, non per le persone che lo abitano. Eppure sono proprio i suoi abitanti la sua più grande ricchezza. Per questo continuiamo a credere che la pace sia possibile e che il futuro del Congo possa essere diverso.