Ringraziamo il diacono Emanuele Imbrescia per la preziosa collaborazione.

È appena iniziato, alle ore 11.00, presso il Centro “La Pace” di Benevento, l’edizione 2026 dell’Incontro dei Vescovi delle Aree Interne, in programma oggi, lunedì 31 agosto, e domani, martedì 1° settembre.

Ascoltare i territori, condividere le buone prassi e individuare nuove prospettive per le comunità delle Aree interne: sono questi gli obiettivi al centro del consueto appuntamento che riunisce a Benevento i vescovi provenienti dalle diverse regioni italiane. Un incontro che si inserisce nel percorso avviato dalla Chiesa italiana per riflettere insieme sulle sfide pastorali, sociali e demografiche che attraversano le zone più fragili del Paese.

Sono circa 30 i vescovi chiamati a confrontarsi sulle profonde trasformazioni che interessano territori spesso segnati dallo spopolamento e dall’invecchiamento della popolazione, ma che conservano al tempo stesso un importante patrimonio di relazioni, esperienze e risorse umane.

Presente anche Mons. Gianpiero Palmieri, vicepresidente della Cei e Vescovo delle diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto.

Come ricordato nei giorni scorsi da mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, «mossi dalla sollecitudine per le comunità che vivono in questi territori, dal 2021 ogni anno, a Benevento, s’incontrano vescovi provenienti da tutte le regioni d’Italia per intessere un dialogo capace di delineare alcune linee di pastorale».

In questo percorso, la Cei ha inoltre avviato un coordinamento unitario delle diverse iniziative dedicate alle Aree interne, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali.

Il convegno è appena iniziato

Dopo gli arrivi, l’accoglienza e la sistemazione dei partecipanti, i lavori sono ufficialmente iniziati alle 11.00 con il saluto di S.E.R. mons. Michele Autuoro, arcivescovo di Benevento.

Il programma proseguirà alle 11.30 con la prima sessione, dal titolo “Tra memoria e futuro”. Sono previsti la sintesi di mons. Felice Accrocca, arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, e la relazione di mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina-Sezze-Priverno, prima del confronto in aula.

Alle 13.00 è in programma il pranzo.

Nel pomeriggio, alle 16.00, spazio alla tavola rotonda “In ascolto dei territori e scambio di buone prassi”, momento dedicato alla condivisione delle esperienze e dei percorsi maturati nelle diverse realtà locali.

Dopo la pausa delle 17.00, i partecipanti torneranno al lavoro alle 17.30 per una riflessione in gruppi. La prima giornata si concluderà con la Santa Messa con Vespro alle ore 19.00, seguita dalla cena alle 20.00 e dalla serata di fraternità delle 21.00.

Domani la conclusione con il cardinale Zuppi

La seconda giornata, martedì 1° settembre, si aprirà alle 7.30 con la Santa Messa con Lodi. Alle 9.45 sono previsti i lavori in assemblea e nei gruppi.

Alle 12.00, l’intervento conclusivo sarà affidato al cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, che proporrà una riflessione sul tema “Nuove prospettive per continuare il cammino”.

I lavori si concluderanno con il pranzo delle 13.00.

Il documento

Nel 2025, 141 tra cardinali, arcivescovi, vescovi e abati hanno sottoscritto una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”, chiedendo di invertire con realismo e senso del bene comune l’attuale narrazione delle Aree interne.

L’invito rivolto alle istituzioni e ai soggetti coinvolti è quello di sostenere le buone pratiche già presenti sui territori e di costruire un percorso plurale e condiviso, capace di generare – come sottolineato nel documento – «un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico».

È da questo confronto che prende avvio, proprio in queste ore a Benevento, una nuova tappa del cammino delle Chiese italiane accanto alle comunità delle Aree interne.

Il testo delle lettera

Nella difficile fase in cui siamo immersi è indubbio che nel Paese si stia allargando la forbice delle disuguaglianze e dei divari, mentre le differenze non riescono a diventare risorse, tanto da lasciare le società locali – e in particolare i piccoli centri periferici – alle prese con nuove solitudini e dolorosi abbandoni. Sullo sfondo, assistiamo alla più grave eclissi partecipativa mai vissuta. S’impone, dunque, una diversa narrazione della realtà, capace nel contempo di manifestare una chiara volontà di collaborazione e di sostegno autentico ed equilibrato, al fine di favorire le resistenze virtuose in atto nelle cosiddette Aree Interne, dove purtroppo anche il senso di comunità è messo a rischio dalle continue emergenze, dalla scarsa consapevolezza e dalla rassegnazione.
La recente pubblicazione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, che aggiorna la Strategia Nazionale per questi territori, delinea per l’ennesima volta il quadro di una situazione allarmante, soprattutto per il calo demografico e lo spopolamento, ritenuti nella sostanza una condanna definitiva, tale da far scrivere agli esperti che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive» (p. 45). Nel testo, vengono a un certo punto indicati alcuni obiettivi che, però, per la stragrande maggioranza delle aree interne, risultano irraggiungibili per mancanza di «combinazione tra attrattività verso le nuove generazioni e condizioni favorevoli alle scelte di genitorialità» (ivi). Sono molti gli indicatori che fanno prevedere all’ISTAT un destino delle aree interne che, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo 4 della Strategia nazionale s’intitola: «Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile». In definitiva, un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori. Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse». In sintesi, il sostegno per una morte felice.
In questo quadro complesso – e preoccupante! –, la comunità ecclesiale resta una delle poche realtà presenti ancora in modo capillare sul territorio nazionale. Già nel maggio 2019 i vescovi della Metropolia beneventana sottoscrissero un documento (Mezzanotte del Mezzogiorno? Lettera agli Amministratori) che metteva a fuoco il persistente e grave ritardo nello sviluppo delle cosiddette “aree interne”. Prese avvio allora un percorso che ha avuto i suoi sviluppi. Via via s’è andata difatti manifestando in maniera crescente anche l’esigenza di mettere a fuoco la questione da un punto di vista più strettamente pastorale: è per questo che, dal 2021 ogni anno, a Benevento, s’incontrano vescovi provenienti da tutte le regioni d’Italia al fine di avviare un confronto con l’obiettivo, se non di enucleare una pastorale per le aree interne, almeno di abbozzarne qualche linea.
Va inoltre precisato che la stessa Caritas italiana, facendo seguito alle richieste delle Caritas diocesane, sta avviando un coordinamento nazionale per le aree interne, pure con l’intento di sostenere le realtà territoriali nell’elaborazione di progetti che promuovano la coesione sociale e favoriscano la “restanza”, ovvero la possibilità concreta per le persone, soprattutto i giovani, di scegliere di rimanere e costruire il proprio futuro nei luoghi in cui sono nati: un lavoro frutto di un processo dal basso, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali.
Anche diversi interventi promossi con i fondi dell’8xmille testimoniano questa attenzione concreta: attivazione di una rete d’infermieri e operatori sociosanitari di comunità, servizi di taxi sociale, valorizzazione delle risorse esistenti per favorire occupazione e imprenditorialità locale.
Come vescovi e pastori di moltissime comunità fragili e abbandonate, quindi, non possiamo e non vogliamo rassegnarci alla prospettiva adombrata dal Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne; risuonano anzi ancor più forti, dentro di noi, le parole del profeta: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele» (Ez 3,17). Non possiamo del resto non considerare come, nel corso degli anni, documenti e decreti governativi e regionali siano finiti in un ingorgo di dispositivi legislativi per lo più inapplicati, non di rado utili soltanto a consolidare la distribuzione di finanziamenti secondo logiche politico-elettorali, mettendo spesso le piccole realtà in contrasto tra loro e finendo per considerare come progetti strutturali piccoli interventi stagionali.
Chiediamo perciò che venga esplorata con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne. Sollecitiamo le forze politiche e i soggetti coinvolti a incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo, valorizzando un sistema di competenze convergenti, utilizzate non più per marcare differenze, ma per accorciare le distanze tra le diverse realtà nel Paese. Chiediamo altresì di avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico.
Riteniamo, inoltre, che si debba ribaltare la definizione delle aree interne, passando da un’esclusiva visione quantitativa dello spazio e del tempo – in cui è ancora il concetto di lontananza centro-periferia a creare subalternità – a una narrazione che lasci emergere una visione qualitativa delle storie, della cultura e della vita di certi luoghi: si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale; s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina.
In questi luoghi in cui la vita rischia di finire, essa può invece assumere una qualità superiore: guardarli con lo stesso spirito con cui ci si pone al capezzale di un morente sarebbe – oltre che segno di grave miopia politica – un torto fatto alla Nazione intera, poiché un territorio non presidiato dall’uomo è sottoposto a una pressione maggiore delle forze della natura, con il rischio – per nulla ipotetico – di favorire nuovi e sempre più vasti disastri ambientali, senza contare il rischio della perdita di parte di quell’immenso patrimonio artistico-architettonico che fa dell’Italia intera un museo a cielo aperto.
Ci auguriamo che queste nostre riflessioni, frutto di esperienze maturate sul campo, che offriamo in spirito di serena collaborazione, siano fatte oggetto di attenta riflessione da parte del Governo e del Parlamento. Per questo, saremmo lieti di poter esporre le nostre riflessioni in un dialogo sereno e costruttivo, qualora ciò si ritenesse opportuno.

Con vivissima cordialità.

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