(Foto SIR/IA)

Di Riccardo Benotti

Mentre la diplomazia vaticana torna a muoversi – il 25 agosto mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, ha incontrato a Mosca il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ribadendo che “questa guerra deve finire” e che “il conflitto non può essere risolto con mezzi militari” -, la Chiesa celebra oggi il vescovo di Ippona. La coincidenza non è soltanto di calendario. “Anche chi fa la guerra in fondo desidera la pace, ma la vuole a modo suo. Anche il peggiore dei tiranni vuole la pace, ma la vuole alle sue condizioni”, osserva p. Giuseppe Caruso, priore del convento di Sant’Agostino a Palermo e docente di patrologia all’Istituto patristico Augustinianum. È la diagnosi che Agostino consegna a La città di Dio e che torna a interrogare i tavoli negoziali proprio mentre sulla cattedra di Pietro siede il primo Papa agostiniano della storia.

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Dalla guerra giusta all’appello alla diplomazia
Ne La città di Dio, ricorda p. Caruso, Agostino “scrive che la pace è il desiderio di tutti”, al punto che una delle descrizioni del Paradiso è proprio la pace: “Un contesto dove tutto ormai è pacificato”. Quanto alla guerra giusta, invece, per il vescovo di Ippona è “fonte di grande imbarazzo”: alle prese con le guerre bibliche elabora i due pilastri dell’autorità legittima e del carattere difensivo, “quindi mai una guerra di aggressione, mai una guerra imperialistica”. Ma quando guarda alle guerre della sua epoca, Agostino “ritiene che non si debbano fare” e agli uomini di potere indica “sempre la via della pace attraverso la diplomazia”. Quando la formula riemerse nel dibattito italiano ai tempi della prima guerra del Golfo, rilanciata dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, la patrologa Elena Cavalcanti replicò con una serie di articoli: era, ricorda p. Caruso, “un modo strumentale di leggere Agostino”. Anche le guerre giuste, del resto, “non sono prive di sofferenza e di distruzione, quindi vanno evitate”. Senza illusioni: Agostino “non crede che nel mondo ci sarà mai una pace totale, però è quello verso cui bisogna andare”. Confratello di Prevost negli anni del generalato – “abbiamo vissuto molto vicini per tanto tempo” -, l’agostiniano riconosce in Leone XIV “la capacità di mediare, di cercare la mediazione, anche dentro la Chiesa”: “È il nostro modo di fare i superiori. Credo che abbia portato questa esperienza nel suo essere Pontefice”. Il resto sta in una frase della Lettera 229: Maioris est gloriae ipsa bella verbo occidere, quam homines ferro. È di maggiore gloria uccidere le guerre stesse con la parola, che gli uomini con la spada.

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Interiorità e comunione: la risposta all’inquietudine
L’altro versante della lezione agostiniana comincia molto più in basso, nell’inquietudine che il santo ha attraversato per primo. “Molte persone la vivono, anche se tendono a negarla, e cercano una risoluzione molte volte nel posto sbagliato”, spiega il priore. I surrogati hanno nomi riconoscibili: i like, la visibilità, il potere, il denaro. “Questi appetiti così fondamentali a volte mascherano una fame diversa, che è la fame di essere accolti, amati, e la certezza di valere per qualcuno”. Resta da capire quanto quello sguardo regga in un’economia dell’attenzione che orienta i desideri. “Oggi è un po’ più difficile, ma non è mai stato facile – risponde -. C’è sempre un modo per distrarsi”. Da qui i due assi del pensiero: “I tratti di Agostino sono fondamentalmente due, l’interiorità e la comunione, e sono intimamente collegati, perché nell’interiorità l’uomo incontra Dio, o incontra il suo desiderio di Dio”. Chi ha scoperto “il proprio valore, ma anche il valore degli altri”, aggiunge, “è particolarmente propenso a un’autentica comunione”. Il religioso richiama una formula agostiniana: bisogna amare un amico “o perché Dio vive in lui, o perché Dio viva in lui”. Nessun proselitismo, precisa, ma la convinzione che “tutti cerchiamo una completezza che le cose non ci possono dare”. Agostino, conclude, “risolve la sua inquietudine quando si scopre amato, si scopre cercato, scopre che c’è un amore che lo ha preceduto e lo accompagna”.

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