Per un amico speciale
Caro Marcello,
bastava pronunciare «1935» e il nostro incontro si trasformava immediatamente in un abbraccio. Erano i ricordi, quelli delle Barattelle, a riempire il silenzio e a restituirci il sapore di un tempo lontano.
«Vieni, Pietro, ti faccio vedere dove vivo», mi dicesti un giorno. In quell’occasione mi regalasti due pietre con la tua firma. Questa mattina le ho portate sul balcone, accanto ai miei vasi, e lì ho recitato una preghiera, fermandomi a lungo in meditazione.
Non avendo più, come tu dicevi, «la penna facile», mi affido alle parole di David Maria Turoldo:
«Penso che nessun’altra cosa ci conforti tanto come il ricordo di un amico: la memoria di lui, la gioia della sua confidenza e l’immenso sollievo di esserti tu confidato a lui con assoluta fiducia e tranquillità, appunto perché amico, e il desiderio di rivederlo, quasi per sentirlo vicino e udire la sua voce e continuare colloqui mai finiti.»
Con fatica cerco tue notizie e ritrovo quelle parole scritte in occasione dell’assegnazione del Gran Pavese Rossoblù.
Marcello Sgattoni nacque nel 1935 a San Benedetto del Tronto. Fin da bambino seguì il richiamo dell’arte e, per dieci anni, fu allievo del pittore Armando Marchegiani, che gli insegnò i fondamenti del disegno. Amava però ricordare che la sua vera accademia erano state la strada e la natura.
A venticinque anni si trasferì a Milano, vivendo un periodo breve ma intenso, durante il quale entrò in contatto con gli ambienti artistici della città e con le avanguardie del tempo, maturando il desiderio di esplorare nuovi linguaggi espressivi.
L’esperienza milanese segnò profondamente il suo percorso. Attraverso grandi sculture affrontò temi centrali della condizione umana, dalla violenza esercitata dall’uomo sulla natura alle difficoltà delle relazioni in una società sempre più distante dai valori essenziali.
Successivamente avvertì la necessità di isolarsi, intraprendendo un progressivo distacco dai circuiti ufficiali dell’arte, fino a raggiungere una sorta di volontario esilio.
Nel frattempo sperimentò materiali diversi: zolle, legno, pietre, fascine, ferro, cemento, terracotta e mattoni, spesso animati da colori intensi e vibranti.
Verso la fine degli anni Novanta diede vita alla «Pietraia dei Poeti», un museo a cielo aperto, libero da barriere, destinato a custodire in modo permanente le sue opere.
San Benedetto del Tronto, la città che gli diede i natali e gli conferì il Gran Pavese Rossoblù, conserva ancora oggi numerose testimonianze del suo impegno civile e artistico. Tra queste, il monumento ai Caduti per la Libertà in viale Secondo Moretti, quello dedicato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il Cristo Risorto nel civico cimitero.
L’ultima telefonata che abbiamo condiviso riguardava la mia proposta di realizzare un monumento dedicato al naufrago mai ritrovato.
So che ti avrebbe fatto piacere e, per questo, desidero aggiungere ancora le parole del poeta che tanto ho amato.
In attesa che l’amico torni
Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna,
essere soli come la luna;
né come sia dolce il colloquio
e l’attesa di qualcuno.
Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera
e come un fiore parla a un altro fiore.
E poi ancora il silenzio,
la vertigine dei pensieri,
la gioia di abbracciare la terra intera
e di pregare,
ma dentro, in silenzio.
Tu non sai questa voglia
di danzare nella notte
e di sentire l’anima scendere
nelle sue profondità.
Marcello, tu invece lo sai.
E io continuo a pregare il Padre Nostro, sperando che un giorno mi venga riservato un posto accanto a te.