(Foto Calvarese/SIR)

Di Mariasole Maggiolo e Emanuele Francescut

Una “semplice” domanda è riuscita a cambiare il nostro prossimo anno: “Te la sentiresti di vivere per un anno a Seul come volontario per la GMG 2027?” Non ci abbiamo messo molto a dire sì. Capire fino in fondo cosa significasse quel sì ha richiesto un po’ più di tempo. La proposta ci ha raggiunti per strade diverse, ma i sentimenti che abbiamo provato sono stati simili.

Una promessa da mantenere. C’è stato lo spaesamento – perché proprio noi, per una cosa così grande? – e insieme la sensazione che quella domanda non arrivasse dal nulla: da una parte c’era il desiderio di vivere, dopo la laurea, un’esperienza di servizio in un contesto nuovo; dall’altra c’era la promessa fatta a noi stessi a Lisbona, quando fu annunciata Seul come sede della prossima Gmg, di esserci in qualche modo. Il sì, per entrambi, è arrivato in pochi giorni: nato dalla sensazione che tutti i pezzi si stessero incastrando al posto giusto e dal sentirsi chiamati a qualcosa di grande. Col passare dei mesi, questo sì ha smesso di essere la risposta a una domanda. Non abbiamo fatto nulla di straordinario per essere qui eppure siamo stati chiamati. Qualcuno ha visto in noi delle potenzialità che forse noi stessi non vedevamo, e ha creduto che potessimo farcela. È questo sguardo che ci fa sentire all’altezza: se qualcuno ha creduto in noi, chi siamo noi per non credere in noi stessi? Ed è per questo che viviamo questo sì come una missione.

Un equilibrio nuovo. Ma dire sì a un anno intero significa anche fare i conti con tutto il resto. Significa lasciare la propria quotidianità per un ritmo completamente nuovo, in un luogo di cui non parliamo la lingua e non conosciamo la cultura, dove anche le cose semplici torneranno a essere difficili. Significa mettere in pausa gli studi e i nostri progetti lavorativi e sapere che vivremo tutti i momenti importanti – piccoli e grandi – delle persone a noi care attraverso i loro racconti e le videochiamate. Significa prendere consapevolezza che la vita qui andrà avanti e che sarà importante per noi trovare un equilibrio nuovo nelle relazioni, fatto di cura reciproca e bene che resta nonostante la distanza. Sarebbe da incoscienti dire che non ci fa un po’ paura.

Sperimentare, vivere, esserci. Eppure, accanto alle preoccupazioni, c’è un desiderio più forte: sperimentare, vivere, esserci. Perché un anno in Corea come volontari per il Comitato Organizzatore Locale (COL) è anche questo: sentirci parte di qualcosa di bello e di grande, farci contaminare dalle diverse culture, vedere da dentro come si costruisce un evento mondiale che coinvolgerà milioni di giovani. Consapevoli che vivremo una nuova esperienza di fede: un respiro ampio, quello della Chiesa universale. Cambieranno la lingua, i ritmi, gli spazi in cui viverla, ma siamo certi che proprio in questa universalità ci riscopriremo fratelli e sorelle tutti.

(Foto Calvarese/SIR)

L’essenziale in valigia. La nostra partenza è prevista per il 26 luglio 2026. In questi giorni inizieremo a preparare le valigie e, pensandoci bene, ci rendiamo conto di quanto sia difficile racchiudere in un paio di valigie tutto ciò che servirà per un anno e poco più. Spesso non ci si accorge di quante cose facciano parte della propria quotidianità e di quanto siano, in realtà, essenziali. Una volta atterrati all’aeroporto di Incheon, saremo accolti da una realtà completamente nuova e inizieremo a confrontarci con il servizio che ci è stato affidato. Saremo a disposizione del Col e, poco alla volta, troveremo il nostro spazio, mettendo a disposizione non solo le nostre competenze, ma anche il nostro modo di essere e di relazionarci con gli altri. Sarà interessante confrontarsi con un’organizzazione diversa dalla nostra, caratterizzata da regole, ritmi e modalità di lavoro differenti. Questa esperienza ci offrirà l’opportunità di ampliare il nostro sguardo, imparando a adattarci a nuovi contesti e ad accogliere prospettive diverse.

Tempo dei saluti. In questi mesi accompagnati dalla Pastorale giovanile nazionale abbiamo avuto modo di scoprire di più sulla cultura coreana, sulle Gmg e grazie a questo abbiamo iniziato a immaginarci qualcosa di quello che ci aspetterà. Ma il vero momento di realizzazione lo stiamo vivendo in questi giorni in cui sono cominciati i saluti di chi resta ad aspettarci. Ed è proprio nei saluti che una partenza diventa vera. Quando ci sentiamo scoraggiati, o sentiamo di non avere tutte le risposte, c’è una frase che ci ricorda perché lo stiamo facendo: il tema stesso di questa Gmg, “Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo”.

Entra a far parte della Community de L'Ancora (clicca qui) attraverso la quale potrai ricevere le notizie più importanti ed essere aggiornati, in tempo reale, sui prossimi appuntamenti che ti aspettano in Diocesi.

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com