Di Lucilio Santoni

In questi giorni tutti boccheggiano e si lamentano a causa del gran caldo. Anche questa condizione potrebbe chiamarsi inquietudine, poiché si tratta di un malessere che mette a repentaglio la nostra quiete. Incentivata certamente dai mass media di ogni tipo, che ci ricordano i numeri di quelli che sono già morti per caldo, e ci consigliano i metodi per far fronte all’arsura, non dimenticando di lanciare strali contro non ben identificati colpevoli di disastrosi cambiamenti climatici.

Si tratta, pertanto, di inquietudine, ma derivante da angoscia arida e lagnosa, che manca di uno sguardo verso l’alto, verso l’oltre e l’altrove: se sto male, è colpa di agenti esterni, provocati da gente cattiva che non ha a cuore il pianeta. Questo è il concetto che vogliamo sentirci dire e che i mass media ci elargiscono a piene mani.

E allora sarebbe il caso di proporre un altro punto di vista. Soprattutto proporre altre parole: quelle della poesia. Che si occupa sì dell’inquietudine, ma dell’inquietudine scaturita dalle domande dell’esistenza. Un’inquietudine feconda, che non dà la colpa a nessuno, che affonda le ragioni nella condizione umana, che lotta con la vita e la sua miseria, prendendosene cura. Ecco allora una poesia del 1911, intitolata “Afa di luglio” di Camillo Sbarbaro.

 

Afa di luglio. Il canto che non varia

delle cicale; il ciel tutto turchino;

intorno a me, nel gran prato supino,

due fili d’erba immobili nell’aria.

 

Un sopor dolce, una straordinaria

calma m’allenta i muscoli. Persino

dimentico di vivere. Mi chino

coi labbri ad una bocca immaginaria…

 

E sento come divenute enormi

le membra. Nel torpore che lo lega,

mi pare che il mio corpo si trasformi.

 

Forse in macigno. Rido. Poi mi butto

bocconi. Nell’immensa afa s’annega

con me la mia miseria, il mondo, tutto.

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