Di Luca Antonini
DIOCESI – Nell’Oasi di Carpineto, immersa nel verde e nel silenzio, dal 3 al 5 luglio 2026 i diaconi permanenti, i candidati al diaconato e le loro famiglie delle due Diocesi Picene hanno vissuto alcuni giorni di Esercizi spirituali. Un tempo sottratto al servizio e alla fretta quotidiana, per tornare all’essenziale: stare davanti al Signore, ascoltare la sua Parola e lasciarsi raggiungere dalla grazia.
A guidare le meditazioni è stato il Vescovo Gianpiero Palmieri. L’intero itinerario si è raccolto attorno a un’immagine evangelica intensa: riscoprirsi poveri e nudi davanti a Dio. Non una povertà cercata per mortificare la persona, ma quella verità interiore che nasce quando cadono le difese, le pretese e il bisogno di affermarsi. Solo allora diventa possibile affidarsi, accogliere la vita come dono e servire senza appropriarsi del ministero.
Il silenzio di Carpineto ha favorito questo ritorno al cuore. Le giornate sono state scandite dalla preghiera, dall’ascolto delle meditazioni, dalla celebrazione dell’Eucaristia e da tempi personali di raccoglimento. Nella fraternità semplice dei pasti, degli incontri e della liturgia, diaconi, candidati, spose e familiari hanno potuto condividere la stessa chiamata e riconoscere che il ministero non si porta mai da soli.
La prima tappa ha invitato a distinguere la voce dello Spirito dalle spinte della “carne”, intesa in senso biblico come la fragilità dell’uomo ripiegato su se stesso. Affermarsi, giustificarsi, difendersi e salvarsi da soli possono occupare anche la vita religiosa e il servizio ecclesiale. Gli Esercizi hanno aperto invece uno spazio libero, nel quale lasciare affiorare ciò che abita il cuore e permettere allo Spirito Santo, invocato come “Padre dei poveri”, di trasformare ferite, rigidità e paure in una sorgente di pace.
La figura di Nicodemo ha accompagnato il cammino della rinascita. Egli si avvicina a Gesù nella notte, con domande sincere ma ancora prigioniero delle proprie sicurezze. Il Signore gli annuncia che non basta aggiustare l’uomo vecchio: occorre nascere dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito. È il movimento profondo di ogni vocazione cristiana: riconoscere che la salvezza non nasce dalle proprie capacità, ma dall’accoglienza di una vita nuova ricevuta da Dio.
Un’altra immagine decisiva è stata quella della nudità e del rivestimento. La liturgia dell’ordinazione diaconale, con la prostrazione, l’imposizione delle mani e la vestizione, è stata riletta nella sua radice battesimale: morire e rinascere con Cristo. Il ministero ordinato non pone al di sopra del popolo di Dio, ma è una forma concreta con cui vivere il Battesimo e aiutare tutti i battezzati a seguire il Signore. L’indemoniato di Gerasa, l’adultera e Pietro hanno mostrato volti diversi della nudità umana: la perdita di sé, l’esposizione della colpa, il fallimento. Proprio lì Cristo incontra, libera e riveste di dignità.
Nella lavanda dei piedi, poi, Gesù si è mostrato come il Signore che depone le vesti, si abbassa e accetta di diventare povero per donare vita ai suoi. Prima ancora di essere chiamati a servire, i discepoli devono lasciarsi servire e lavare da Lui. Accogliere il ministero significa perciò permettere a Cristo di entrare nelle zone sporche e fragili della propria esistenza, ricevere il suo perdono e imparare da Lui la reciprocità del servizio.
Una delle meditazioni si è svolta nel Monastero di Sant’Onofrio ed è stata guidata dall’Abbadessa Madre Sophia Gitahi. A partire dal libro degli Atti degli Apostoli, Madre Sophia ha aiutato i partecipanti a guardare la comunità cristiana nella sua concretezza. Anche la prima Chiesa conosce tensioni, bisogni inascoltati e mormorazioni. Gli apostoli, però, non negano il problema: convocano la comunità, discernono e cercano una risposta giusta. La fragilità, quando viene ascoltata senza pregiudizi, può diventare il luogo in cui lo Spirito apre vie nuove di comunione e di servizio.
In questo orizzonte è emersa con forza la dimensione familiare della vocazione diaconale. Per un uomo sposato, la chiamata al diaconato raggiunge la coppia e coinvolge l’intera famiglia. Le fatiche del ministero non possono essere tenute fuori dalla relazione coniugale, perché il giogo si porta insieme. Anche il diacono celibe o il candidato hanno bisogno di una comunità reale con cui condividere il cammino: non è bene che il ministro sia solo.
Gli Esercizi si sono così trasformati in un’esperienza di Chiesa: una Chiesa che non presume di avere già tutte le risposte, ma si riconosce povera; una Chiesa che ascolta la Parola, le persone e la realtà; una Chiesa che discerne, si lascia correggere e cammina sotto la guida dello Spirito.
Nel silenzio e nella bellezza dell’Oasi di Carpineto, i partecipanti hanno potuto riscoprire che la nudità davanti al Signore non è vergogna, ma libertà. Quando non c’è più nulla da difendere, ci si può affidare. Quando ci si riconosce poveri, si diventa capaci di ricevere. E quando ci si lascia lavare e rivestire da Cristo, il servizio torna a essere ciò che è fin dall’inizio: una risposta grata all’amore ricevuto.







0 commenti