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Rabbi Marans (Ajc): “Non siamo al punto zero. Il dialogo continua, soprattutto nei momenti di difficoltà”

Rabbi Noam Marans, American Jewish Committee (AJC) (Foto Biagioni/sir).

Di M. Chiara Biagioni

“La costruzione della pace non è una responsabilità esclusiva dei politici, così come non lo è delle religioni. Richiede uno sforzo comune, soprattutto in un contesto così complesso come quello del Medio Oriente”. Ne è convinto il Rabbino Noam Marans, direttore degli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee (Ajc). Il Sir lo ha incontrato a Roma dove si trova in questi giorni per una serie di incontri in Vaticano e alla Conferenza episcopale Italiana. Il rabbino ha alle spalle una vasta esperienza di sensibilizzazione e promozione del dialogo interreligioso a livello globale. È partner ufficiale del dialogo tra l’ebraismo mondiale e il Vaticano, il Patriarcato ecumenico, il Consiglio ecumenico delle Chiese, l’Alleanza evangelica mondiale e altri organismi. Ha partecipato a numerose udienze con Papa Francesco ed è stato il principale oratore ebreo nei programmi convocati dal pontefice su ambiente e istruzione.

Rabbi Noam Marans e Lisa Palmieri dell’ American Jewish Committee (AJC) (Foto Biagioni/sir).

Rabbino, qui a Roma lei ha avuto un programma fitto di incontri sia in Vaticano sia con la Cei. Come sono andati?

Sono qui, come faccio regolarmente, per incontrare i miei interlocutori, consolidare e ampliare le relazioni, con l’obiettivo di rafforzare i rapporti tra cattolici ed ebrei. Se si osserva il lungo percorso della riconciliazione tra cattolici ed ebrei, si vede chiaramente che continua a procedere in una direzione positiva e di crescita. Questo non significa che lungo il cammino non ci siano sfide.

È un po’ come il mercato azionario: non cresce mai in linea retta. Sale, ma attraversa anche momenti di oscillazione.

Noi siamo in relazione da decenni e, proprio per questo, siamo in grado di affrontare insieme anche le difficoltà che emergono nel tempo, perché i benefici di questo rapporto per entrambi i popoli sono enormi.

Molti ritengono che, dopo il 7 ottobre, il dialogo sia morto e che i rapporti tra il mondo ebraico e le Chiese cristiane siano tornati al punto zero. È davvero così?

No, e la ragione è quella che ho già spiegato rispondendo alla prima domanda. Se si lascia che l’impatto immediato di una crisi definisca la percezione di un rapporto costruito nel corso di decenni, allora qualcuno potrebbe sostenere che il dialogo sia arrivato al punto zero. Ma io non la vedo così. Siamo rimasti in costante contatto. Abbiamo continuato a confrontarci e, anzi, ci siamo parlati ancora di più proprio nei momenti di difficoltà, non di meno. Non siamo persone che si sono appena conosciute: tutti i protagonisti di questo dialogo si conoscono da tempo e affrontano apertamente e con onestà le questioni più difficili.

Naturalmente ci sono stati momenti di tensione, soprattutto a causa delle diverse valutazioni su quella che oggi viene definita una “guerra giusta”.

Ci spieghi meglio.

Nessuno ha mai messo in discussione il diritto di Israele all’autodifesa. La Chiesa cattolica lo ha riconosciuto. Le discussioni sono sorte successivamente, con il protrarsi del conflitto e di fronte alla terribile e disumana prigionia degli ostaggi. Israele, dal suo punto di vista, stava facendo tutto il possibile per liberarli e, nello stesso tempo, affrontava una guerra su sette fronti, alimentata dall’Iran. Persone ragionevoli possono avere opinioni diverse su come affrontare una situazione tanto complessa e drammatica. Mi auguro, però, che non vi fossero divergenze nel riconoscere la natura profondamente tragica della situazione e le difficoltà che Israele si trovava ad affrontare.

I leader politici stanno dimostrando di avere un’estrema difficoltà a risolvere il conflitto su un tavolo di negoziato. In questo contesto così complesso quale ruolo possono svolgere i leader religiosi?

La leadership religiosa è fondamentale per la risoluzione di questo conflitto. Non si tratta, per sua natura, di un conflitto religioso: è un conflitto territoriale e politico. Tuttavia, troppo spesso la religione è stata strumentalizzata per alimentarlo.

Per questo è indispensabile una leadership religiosa capace di costruire relazioni solide e di denunciare con chiarezza ogni abuso della religione in questo contesto.

E questa responsabilità non ricade su un solo popolo: riguarda tutti. Inoltre, i leader politici passano, mentre le religioni attraversano i secoli. Esse custodiscono valori che ci insegnano a riconoscere la dignità e l’immagine divina presenti in ogni essere umano, ad avere empatia per tutte le creature di Dio, a ricorrere alla guerra soltanto come estrema risorsa e a perseguire la pace come autentico imperativo religioso. La mia organizzazione, l’AJC, ha lavorato per decenni al dialogo interreligioso nei Paesi del Golfo. Personalmente ho compiuto tre missioni interreligiose nella regione prima della firma degli Accordi di Abramo. Tutto questo è stato possibile grazie a leader religiosi che hanno compreso la necessità di costruire una nuova narrazione, senza attendere necessariamente l’iniziativa della politica.

Dopo il 7 ottobre, in Europa, e anche in Italia, si è registrato un forte aumento degli episodi di antisemitismo. Ha un messaggio particolare da rivolgere ai leader cristiani europei?

Anzitutto, nessun leader può permettersi di rimanere in silenzio. Ogni episodio di antisemitismo deve essere denunciato con chiarezza.

Nessuna manifestazione di odio antiebraico può passare inosservata o essere minimizzata da chi esercita una responsabilità pubblica. Per il cattolicesimo e, più in generale, per il cristianesimo, questa responsabilità è ancora più significativa, sia per il peso della storia sia per l’impegno assunto nel combattere l’antisemitismo ovunque esso si manifesti e qualunque ne sia l’origine. Credo che questo sia, in fondo, lo spirito stesso di “Nostra Aetate”.

Ci può fare esempi concreti di questo impegno?

Nel mio Paese, gli Stati Uniti, la Chiesa cattolica sta svolgendo un ruolo essenziale nel contrasto all’antisemitismo. La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha espresso in modo chiaro e inequivocabile il proprio impegno nella lotta contro l’antisemitismo pubblicando un testo dal titolo “Traslate Hate. Stopping antisemitism starts with understanding it”. Ha preso come base il glossario elaborato dall’American Jewish Committee e vi ha affiancato l’insegnamento della Chiesa cattolica sui principali temi. Per fare un esempio, il volume affronta l’antica accusa di deicidio — l’idea che il popolo ebraico sia collettivamente responsabile della morte di Gesù — che per secoli ha alimentato l’antisemitismo cristiano. L’American Jewish Committee ne illustra le radici come classico stereotipo antiebraico, mentre la parte cattolica richiama con chiarezza l’insegnamento di Nostra Aetate, che respinge definitivamente questa accusa. Un progetto simile è stato realizzato anche dalla Conferenza Episcopale Italiana che si è impegnata insieme alle comunità ebraiche italiane in importanti progetti di educazione e conoscenza dell’ebraismo.

Il “viaggio” del dialogo ora continua con Papa Leone?

Fin dall’inizio del suo Pontificato, Papa Leone ha dato priorità alle relazioni interreligiose in generale e, in particolare, ai rapporti tra cattolici ed ebrei. Lo ha dimostrato già il giorno della sua elezione, quando ha inviato una lettera a me e ad altri leader ebrei nel mondo, riaffermando il suo impegno nei confronti di Nostra Aetate e del dialogo. Il giorno successivo alla Messa inaugurale si è rivolto nuovamente alla comunità ebraica con parole attente e ben ponderate, riconoscendo che esistono delle sfide e ribadendo il suo impegno ad affrontarle. Lo stesso spirito è emerso anche in occasione del sessantesimo anniversario di “Nostra Aetate”. Si, certamente il viaggio va avanti.

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