Di Ilaria Cocci e Paride Petrocchi
DIOCESI – Mercoledì 24 giugno, alle ore 21:00, il Ponte Tesino di Cossignano si è trasformato in un punto di partenza simbolico e spirituale. Centinaia di persone – sacerdoti, amministratori comunali e semplici fedeli – hanno imboccato la strada che porta al quartiere Santa Maria Goretti di Offida, camminando in silenzio o in preghiera sotto il cielo della notte picena. Era la quarta edizione di “In cammino con Maria Goretti”, la marcia contro la violenza sulle donne che ogni anno unisce le diocesi di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto.
Un’idea che è diventata missione
L’iniziativa nacque quattro anni fa nella parrocchia di Santa Maria Goretti di Offida, per ispirazione del compianto parroco Don Armeno Antonini, morto lo scorso anno.
Da un gesto parrocchiale semplice e raccolto, negli ultimi due anni la marcia ha assunto un respiro pienamente diocesano, coinvolgendo entrambe le comunità del Piceno in un cammino condiviso che è molto più di un tragitto fisico. Il percorso da Cossignano a Offida rappresenta simbolicamente il superamento di un confine: due diocesi che scelgono di camminare insieme verso un obiettivo comune, rifiutando di distogliere lo sguardo da una piaga che attraversa la nostra società a ogni livello.
I nomi che non si dimenticano
A dare il via alla marcia è stato Don Vincenzo Catani, che ha animato e guidato l’intera camminata narrando la storia di Santa Maria Goretti: la giovane contadina marchigiana che il 5 luglio 1902, a soli undici anni, scelse di morire piuttosto che cedere alla violenza, e che nel suo ultimo respiro chiese perdono per il suo aggressore.
Una storia di fede e di coraggio che non è leggenda devota, ma carne e sangue di questa terra.
Poi, nel silenzio della notte, sono risuonati i nomi. Uno ad uno. Con la loro provenienza. Erano le donne uccise nel 2026 – vittime di femminicidio, ciascuna restituita alla propria singolarità di persona, di storia, di vita interrotta. Un gesto liturgico e civile insieme, simile all’appello dei caduti: un modo per dire che nessuna di loro è solo una statistica.
I nomi: Monica (Modena), Linda (Napoli), Federica (Roma), Maria Teresa (Novara), Luigia (Udine), Assunta (Vibo Valentia), Luciana (Torino), Jlenia (Napoli), Zoe (Asti), Beatrice (Ragusa), Enrica (Torino), Silke (Firenze), Kaur (Mantova), Marianna (Milano), Maria (Genova), Daniela (Messina), Claudia (Catania), Valentina (Bergamo), Gherda (Palermo), Yan (Rovigo), Patrizia (Bari), Drita (Asti), Loredana (Alessandria), Adriana (Bologna), Stefania (Foggia), Milena (Piacenza), Veronica (Belluno), Sara (Napoli), Lyuba (Napoli), Vittoria Maria Rosa (Roma), Samanta (Ferrara) e Alessandra (Catania).
Le voci prima di partire
Prima ancora di muovere il primo passo, a Cossignano, due delle voci della serata hanno condiviso le loro emozioni.
Il Sindaco di Offida Luigi Massa ha voluto innanzitutto ringraziare Don Giuseppe Bianchini per l’invito, sottolineando come non sia affatto scontato: “Oltre al tema della fede e religioso, c’è un tema civile importante che questa occasione vuole stimolare. Purtroppo gli anni che viviamo sono segnati sempre di più dalla cronaca di episodi obiettivamente gravi, che ci narrano un aspetto culturale ancora molto forte. Si parla di non essere sopraffacente rispetto all’altro da sé — che può essere una donna, parliamo di femminicidio, ma può essere anche semplicemente l’altro. La cultura dell’accettazione e dell’apertura è fondamentale.”
Don Giuseppe Bianchini, parroco di Offida, ha raccolto e approfondito quella riflessione con una convinzione ferma: “Solo la proposta cristiana può umanizzare davvero la realtà del rispetto della coppia, della donna, dell’uomo, dell’altro — perché è una categoria decisiva. Confido che questi gesti siano costruttivi, non solo per la sensibilità, ma perché mettono in ballo quello che per noi credenti è l’aspetto fondativo: che Cristo abita l’umano ed è capace di far rinascere quelle volontà e capacità che il cuore della persona custodisce.” Con queste parole, il parroco ha dichiarato di voler continuare con gioia l’opera iniziata da Don Armeno, perché “è un gesto utile per tutti, per la nostra coscienza.”
Le voci lungo il cammino
Durante la marcia ha accompagnato i passi dei partecipanti anche la musica. Fra i brani ascoltati, “Papaoutai” di Stromae — quella canzone belga diventata un inno generazionale, il cui titolo significa “Papà dove sei?” — ha risuonato nell’aria come una domanda aperta: la violenza non è solo quella fisica, ma anche quella dell’abbandono, del vuoto, dell’assenza di chi avrebbe dovuto proteggere.
È stata poi letta ad alta voce una lettera che ha commosso i presenti: quella di Giovanna, una giovane donna romana che ha scritto a Papa Leone XIV sulla rivista Piazza San Pietro, con gli occhi lucidi, chiedendo spiegazione alla violenza che tanti uomini usano sulle donne che dicono di amare. La risposta del Papa — “Camminare insieme nel rispetto reciproco della propria umanità non è un sogno, ma l’unica realtà possibile per costruire un mondo di luce per tutti” — ha risuonato come un’eco perfetta del senso di quella marcia.
E poi è risuonata, nell’oscurità, la Preghiera di Ester. La regina biblica che si toglie le vesti di lusso, si umilia davanti a Dio e grida la sua solitudine: “Sono sola e non ho altri che te, Signore.” La voce di ogni donna che si trova sola davanti al pericolo, al sopruso, alla violenza del potere. Una preghiera antica che ha parlato, con straordinaria attualità, a ogni cuore presente.
Al grido di domanda di Ester – Don Vincenzo – ha fatto seguire la risposta, che dovrebbe essere di tutti e di ciascuno: “Eccomi, ci sono per te!”.
La meditazione del Vescovo
La marcia si è conclusa nella chiesa di Santa Maria Goretti, dove Mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo delle Diocesi del Piceno, ha offerto ai presenti una meditazione che ha toccato il cuore della serata.
“Tutte queste storie di dolore e di sofferenza, raccolte, riassunte e adunate nel Crocifisso” — ha detto il Vescovo — “questo dolore ormai è un dolore che Dio fa suo. E lo fa suo perché possa diventare il sangue, la voce eloquente di quello di Abele, perché possa arrivare fino al cielo.”
Palmieri ha poi riportato i presenti all’origine, al racconto della Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo.” Dio separa l’essere umano in uomo e donna affinché possano guardarsi alla stessa altezza degli occhi e dirsi “Tu sei carne della mia carne.” Un progetto di pari dignità, di tenerezza, di rispetto reciproco che la violenza tradisce e distrugge.
“C’è una stagione nuova e un mondo nuovo che si chiama Regno di Dio — ha concluso il Vescovo — che comincerà davvero quando impareremo a vivere nella riconciliazione e nella pace, tra uomini e donne, che imparano a guardarsi negli occhi, a rispettarsi e ad amarsi. E allora le storie che abbiamo sentito questa sera saranno solo brutte storie che verranno superate da una dimensione nuova, da uno sguardo d’amore, da uno sguardo di rispetto e di libertà.”
Un gesto semplice che vale più di mille parole
Quattro anni. Quattro edizioni. E ogni anno la stessa scelta: uscire di casa la sera, mettersi in cammino, camminare insieme in silenzio, meditazione e preghiera. Un gesto che in apparenza è piccolo, ma che porta con sé il peso di una comunità che non distoglie lo sguardo, che non si abitua, che continua a sognare un cambiamento reale.