X

Tra cielo e piazza

Di Lucilio Santoni

Un grande scrittore ebbe a dire: “la cultura moderna ci ha abituati molto bene a girare nella gabbia del pianeta, ma ci ha fatto dimenticare di guardare in cielo e saper vedere angeli e arcangeli”.

Il fenomeno cui assistiamo oggi è l’invasione delle coscienze, coscienze che si fanno sempre più fragili e squilibrate affettivamente. L’invasione avviene da parte di voci che parlano da ogni direzione senza indicare i fondamenti spirituali. Un chiasso senza indicazioni né significati, soprattutto nei mezzi di comunicazione, corrode la condizione umana che si fa sempre più debole, sempre più attaccabile dalle malattie dell’anima.

Tali malattie riguardano la perdita della possibilità di scegliere liberamente i sentieri dinanzi a noi. In questa fragilità in cui siamo immersi, le voci che gridano di più sono quelle che tendono a invadere la coscienza, che colonizzano il tema radicale e bruciante della scelta fra bene e male, in una prospettiva non libera ma dipendente da pseudo valori imposti dal mercato.

L’uomo oggi sembra vivere a metà. Si è perduto il grande concetto cristiano di persona, che sussiste solo se hai dei rapporti con l’altro. Dall’illuminismo in poi la persona si è ritratta nell’individuo, e oggi nell’individualismo.

La cosa migliore che ci viene proposta è l’aggregazione, cioè (dal latino) la formazione di un gregge.

Nelle città si istituiscono centri di aggregazione. Invece, la città è il luogo del popolo: la polis.

E il cuore della città è la sua atopia, ovvero la sua eccentricità. Non esiste centro, ma solo un illocalizzabile cuore pulsante, e solo un popolo di corpi e anime può abitarlo. È la città stessa ad essere luogo vivibile, luogo comune nel quale poter stare insieme. Qualsiasi altro centro, che sia quello cosiddetto storico, o quello delle compere, o quello degli affari, è un luogo imposto al fine di una aggregazione. E ogni aggregazione dovrà prima o poi muovere guerra a coloro che la circondano, per conquistare nuovi territori, per aumentare il proprio potere, visto che questo è l’unico suo obiettivo. Invece in una comunità ci si prende cura di ogni singolo mattone, di ogni singolo individuo, di ogni singolo sussurro.

Si tessono trame a non finire per collegare oggetti, spazi e anime. Si individuano i percorsi di senso che già esistono, e sono molteplici, nella città. Sono percorsi non tracciati, certo, su nessuna pianta o carta stradale, ma esistono e danno significato a tutta la vita urbana. Sono percorsi affettivi, a volte sotterranei, a volte aerei, e passano per strade impensabili, abitazioni, persone, sguardi, rumori; passano per tutti quei luoghi che costituiscono l’immensa memoria che riguarda la storia vicina e lontana della città. La comunità è il miglior medicamento contro la solitudine.

È talmente vero che l’uomo aborre la solitudine, che un grande psichiatra ha scritto che perfino i fantasmi del delirio sono preferibili al ritrovarsi lucidi, e soli. E allora l’unico modo di non ritrovarci soli è difendere la grandezza dell’essere umano e prendersi cura della sua miseria. Magari iniziando con l’aprire una finestra e guardare il cielo; oppure scendere in piazza e osservare con tenerezza i volti di chi ci circonda; dedicare un fragile minuto di silenzio all’immensità del creato.

 

Redazione: