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Papa Leone: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre

Benedetta Capelli – Città del Vaticano, Vatican News

Le parole a volte sono pesi da scaraventare via. E farlo vuol dire aver affrontato una strada tortuosa, perché già chiamare le cose con il proprio nome significa averle riconosciute nella loro ferocia e nel dolore che provocano. Dirle a voce alta è un passaggio in più perché è allora, in quel momento con commozione e davanti a tutti, che si inizia a depotenziarle.

Nelle tre storie che il Papa ascolta, nella veglia di preghiera nello stadio olimpico “Lluís Companys” di Barcellona, si percepisce che in quella strada tortuosa l’incontro con Gesù ha gettato luce nel buio. È “l’acqua”, come dice Leone XIV parlando in catalano e in spagnolo, che disseta completamente, è la mano che aiuta chi è all’angolo della strada mezzo morto.

A contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.

LEGGI QUI LE RISPOSTE DEL PAPA NELLA VEGLIA DI PREGHIERA

Gli anestetici

L’acqua torna nella storia del giovane Ferran che nella notte di Pasqua ha ricevuto il Battesimo. Racconta al Papa di aver vissuto cercando di raggiungere obiettivi precisi e di curare la sua immagine per non sentire “un vuoto immenso”. Un vuoto colmato, nella sua vita, dall’incontro con Dio. Chiede al Vescovo di Roma come tenere lo sguardo verso ciò che conta davvero quando tutto rema contro. Come scoprire la vera vocazione?

Il Pontefice si sofferma sull’inquietudine che si avverte, quel desiderio di verità e di felicità che ha bisogno di un orizzonte più ampio. È “un dono di Dio” che ci spinge a cercare, scavando in profondità. La raccomandazione del Pontefice è di “coltivare quella sana inquietudine.

Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società.

La paura del Vangelo

Papa Leone sottolinea che quando ci si ferma e si dà priorità alle cose importanti, cambia lo sguardo grazie al Vangelo e si sviluppa “un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro – afferma – e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli”.

Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.

Coltivare l’inquietudine

Ribadisce ancora la necessità di coltivare l’inquietudine proprio lì dove si è, con le persone che camminano accanto, nella realtà e nella società – afferma il Papa – in cui si scopre “il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede”.

Dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.

La malattia silenziosa

Nella seconda storia di Carmina che in alcuni momenti si ferma per la commozione c’è una parola che fa paura: depressione. Una malattia che spesso viene nascosta per vergogna, che porta con sé “oscurità, isolamento e un dolore immenso”. La ragazza ammette di aver provato ad uscire dalla malattia ma senza successo e una sera tenta il suicidio. “Sono qui – racconta – perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata”. “Come possiamo avere fiducia in Dio, quando – è la sua domanda – sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?”.

Papa Leone resta colpito dal racconto di questa ragazza, la ringrazia per il coraggio avuto nel dire quello che è successo, richiama i tanti personaggi del Vangelo che con Gesù hanno ripreso a vivere. Si sofferma poi sulla “malattia silenziosa” che è la depressione notando quanto la salute mentale sia in pericolo nelle società più avanzate perché si è diffusa una idea di crescita “che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali”.

Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.

Con Dio la vita rinasce sempre

La società, evidenzia il Papa, mette a tacere il dolore perché molti modelli culturali inneggiano alla perfezione e infatti “per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante”. La croce di Gesù – aggiunge il Pontefice – ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema. Ricorda poi la catechesi di Benedetto XVI sulle ultime ore di Gesù quando la sua sofferenza diventa preghiera e grido. Così bisogna agire, chiedere con insistenza, aprirsi con qualcuno “che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido”.

Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

Prigionieri del male

La terza testimonianza di Cecilia è incentrata sul perdono. Una bambina vive il dolore di vedere il padre che cerca di uccidere la madre e invece ferisce a morte un ragazzo intervenuto per difenderla. Il dolore di una madre che si getta nella droga e di una piccola di dieci anni costretta a vivere in un centro di accoglienza minorile. Solo l’amore di una famiglia affidataria riesce ad aprire quel cuore nel quale entra anche Gesù. Oggi però il dolore torna alla sensazione di sentirsi abbandonata da Dio e al perdono di un padre che ha fatto male. Papa Leone invita a guardare da un’altra prospettiva.

Dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?

Femminicidi, drammatica realtà

“Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, – spiega il Papa – caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi”. Necessario, aggiunge Leone, affrontare “questa drammatica realtà” che ha “ragioni antropogiche e culturali” sia in modo personale che come società. “Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità”.

Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.

A piccoli passi

Il perdono, afferma Papa Leone, è un “potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino”, va chiesto al Signore continuamente, “forse per tutta la vita”, perché “allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione”.

È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.

Disporre il cuore

C’è una indicazione importante, in conclusione della risposta del Papa, non è detto che con il perdono si torna alla situazione precedente né “vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza”. Ma qualcosa si può fare.

Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri.

“Siamo peccatori perdonati, – conclude Papa Leone – riconciliati e capaci di perdonare. Capaci di essere portatori di pace”.

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