Di Pietro Pompei
Il romanziere tedesco Heinrich Böll era solito scrivere: “Siamo nati per ricordare”. Il seme della memoria si depone in noi a partire dalla seconda ora di vita. E, a pensarci bene, anche il Cristianesimo si regge tutto sulla memoria, anzi, su quel “fate questo in memoria di me” che Gesù ha detto nell’ultima Cena ai suoi Apostoli.
“Chi non ha memoria – scriveva Enzo Biagi – non ha il senso dell’esistenza”. Il vero “ricordare” è un “riportare al cuore” e quindi rinnovare, rendere più vivo.
È quanto ci invita a fare la solennità del Corpus Domini. È, anche, quanto ci ricorda San Giovanni Paolo II nella Enciclica “Ecclesia de Eucharistia”, quando afferma che “la Chiesa vive dell’Eucaristia… Il Divin Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza” (n.1).
Memoria di ciò che ci fa vivere. Dice Gesù: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”. Facciamo memoria di un fatto. E l’Eucaristia è un fatto. È un Dio che si dona come cibo per soddisfare la nostra fame. Si offre come forza per il nostro cammino.
Non si tratta di fare memoria di una cosa morta, l’Eucaristia, per chi partecipa con fede e non per abitudine, è una memoria che spinge a fare sempre nuove cose, ad impegnarsi. L’Eucaristia, più che spingere a ripetere, stimola ad inventare, ad essere persone nuove!
Celebrando l’Eucaristia diventiamo anche noi dono! La nostra vita diventi la vita di Cristo. Viviamo la nostra vita in modo tale che diventi quello che celebriamo. Diventi, soprattutto, testimonianza che attira! La nostra partecipazione attiva e convinta all’Eucaristia diventi davvero energia di vita nuova nella società.
Un po’ di storia della Festa del Corpus Domini
(Come ancora viene chiamata la Solennità del Corpo e del Sangue del Signore )- trova le sue origini nella Gallia belgica dove dopo il 1100 fiorì una rigogliosa devozione Eucaristica, tanto che San Francesco chiamò quella regione «amica » (amica del corpo del Signore).
Tutto avvenne in conseguenza di mistiche rivelazioni alla beata Giuliana di Rétine, Priora del Monastero di Monte Cornelio presso Liegi (1193-1258). Si racconta che «nell’estasi della sua preghiera, vedeva il disco lunare tutto raggiante di candida luce, tranne che da un lato, dove una linea oscura sembrava deformarlo; e intese da Dio che quella visione significava la Chiesa presente, nella quale mancava ancora una solennità in onore del SS. Sacramento» (M. Righetti, «Storia liturgica II», pag. 329).
La festa venne introdotta dal Vescovo di Liegi nel 1246 e Papa Urbano IV, antico Arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, la estese a tutta la Chiesa il giorno 11 agosto 1264, forse anche in conseguenza del miracolo di Bolsena. La bolla del Papa non parlava di una processione, ma in qualche modo la suggeriva, in quanto invitava i fedeli ad esprimere la loro devozione all’Eucaristia con canti e inni gioiosi. E a partire dal 1265 in Germania, Austria e Francia si ha testimonianza delle prime processioni; in Italia intorno alla metà del XIV sec.
Le processioni eucaristiche si svilupparono soprattutto attraverso il valido contributo delle Confraternite del SS. Sacramento che, sorte nella seconda metà del secolo XIII si diffusero nei secoli seguenti. Nella nostra città era presente da molto prima del 1593, presso la Pieve di S.Benedetto Martire, come si può dedurre dal doc. XL dell’Archivio Vescovile di Ripatransone.
La Processione caratterizzò quindi sempre più, anche dal punto di vista popolare, la ricorrenza del Corpus Domini. Può essere curioso sapere che inizialmente l’oggetto liturgico attraverso il quale l’Eucaristia veniva portata in processione era chiamato reliquiario, perché ne aveva la forma, molto simile a quello che ancora adesso è l’ostensorio ambrosiano. Col passare del tempo esso assunse la tipica forma a raggiera, secondo l’uso del rito romano.
L’impostazione tradizionale di questa festa rimase immutata sino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II i cui nuovi libri liturgici interpretarono il rito della processione dentro la più ampia consapevolezza della celebrazione eucaristica.
L’introduzione generale e il capitolo IV del libro Comunione e Culto Eucaristico fuori dalla Messa, parlando della processione, mettono in evidenza i seguenti aspetti: la celebrazione dell’Eucaristia nel sacrificio della messa è veramente l’origine e il fine del culto che ad essa viene reso fuori della messa; è preferibile che la processione eucaristica si faccia immediatamente dopo la messa nella quale viene consacrata l’ostia da portarsi poi in processione; il popolo cristiano in essa (la processione) rende pubblica testimonianza di fede e adorazione verso il SS. Sacramento.
Invitare i fedeli a parteciparvi significa sottolineare l’unità della Chiesa che trova nella Eucaristia il suo punto di partenza e di arrivo e la missione del Vescovo come il «liturgo» per eccellenza della sua Chiesa.
La solennità del Corpus Domini richiede di porre particolare attenzione alle nuove generazioni che non si sentono particolarmente attratte verso il rito liturgico della processione. Se volessimo rivolgerci nei loro confronti in modo pedagogico dovremmo forse ripartire dall’Eucaristia celebrata e portarli progressivamente verso il culto eucaristico fuori dalla messa.
Impegniamoci quindi per celebrare al meglio e proficuamente la solennità del Corpus Domimi. L’augurio è che le nostre comunità e tutti i suoi componenti diventino, come San Francesco diceva a proposito della diocesi di Liegi, amiche del Corpo del Signore.




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