
Di Angelo Busetto
La figura del card. Gianfranco Ravasi, tante volte incontrata in tv e nelle pagine di libri e di innumerevoli articoli, si è concretizzata nell’atteggiamento di una persona cordiale e aperta, lucida di mente e lineare nell’esposizione. La folla che gremisce la cattedrale di Chioggia in occasione del Festival biblico, venerdì 29 maggio, lo accoglie con un applauso che alla fine dell’incontro diventa un lungo applauso. Introdotto dal direttore dei media vaticani, Andrea Tornielli, il card. Ravasi ha proposto una descrizione piana, precisa, coerente, di che cosa sia il limite secondo la Bibbia. Con autorevolezza pacata, ha disegnato due “tavole” per descrivere quel “limite” strutturale che ci definisce come creature. Secondo Wittgenstein, filosofo del Novecento, studiare l’uomo è come circoscrivere i contorni di un’isola, ma da qui “ho visto le frontiere dell’oceano”. Paradossalmente, è un limite dentro il quale Dio stesso si ritira per fare posto all’uomo creato.
È il limite che sospinge Adamo, l’uomo, nel desiderio dell’altro, dell’altra che gli viene donata in una corrispondenza perfetta al suo bisogno di relazione. È anche il limite che Adamo ed Eva oltrepassano invadendo il territorio di Dio e sprofondando nella solitudine. Sarà diversa la risposta che Dio, nel corso della storia successiva, darà attraverso il Figlio fatto uomo: il divino diventa creatura. Cristo raccoglie tutto il limite umano: paura, solitudine, tradimento, torture, silenzio di Dio, morte per asfissia; la sua ferita estrema diventa feritoia attraverso la quale passa la luce della risurrezione, e per noi il dono di una vita senza confini.
Nel limite di Gesù, il card. Ravasi fa brillare la bellezza della sua umanità, percepita perfino dai soldati inviati a catturarlo, i quali tornano indietro a mani vuote e dicono ai loro mandanti, i capi del popolo: “Non abbiamo sentito mai nessuno parlare come quest’uomo”.
A metà fra l’Adamo della Genesi e il nuovo Adamo, Cristo, incontriamo il racconto di Giobbe, che il cardinale definisce “uno dei dieci libri più preziosi dell’umanità”, dove viene descritta la maledizione del peccato e dell’abbandono di Dio.
Chi ci può salvare da questo limite estremo se non l’intervento di Dio? È lui che rovescia i potenti e innalza i piccoli. Il card. Ravasi propone una carrellata di personaggi che stanno tutti in ultima fila. Dio sceglie Giacobbe, Mosè, Geremia, Davide, i più difettosi e i più piccoli, e continua poi con Maria, la serva innalzata, con le beatitudini che esaltano i poveri, con la scelta di Pietro pescatore e di Paolo persecutore; quest’ultimo avverte il limite di una spina che gli brucia la carne, che non gli viene sottratta nonostante ripetute richieste; Dio gli dice: “Ti basta la mia grazia”.
Dovremo dunque pregare perché ci siano tolti i nostri limiti? Il card. Ravasi cita uno scrittore ateo, restio per tutta la vita a svelare il segreto della figlia segnata da gravi problemi di salute. In un racconto di Ennio Flaiano, Gesù ritorna sulla terra: tutti i malati gli corrono incontro e lui guarisce tutti, con grande clamore. Un giorno Gesù se ne va, solitario, in una strada deserta; incontra un padre con una figlioletta malata in carrozzina. Gesù si avvicina per guarirla. Il padre gli dice: “Non voglio che tu la guarisca, ma che la ami”. Gesù la bacia e la lascia com’è.
Nell’esperienza ordinaria e in quella drammatica che sperimentiamo in noi stessi e negli altri – conclude il vescovo Giampaolo Dianin – “i limiti sono benedetti perché fanno desiderare Dio, fanno amare la terra e amare gli altri”. Ci basta la sua grazia.




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