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Lucilio Santoni: “Antoni Gaudí oltre lo spazio e il tempo”

Di Lucilio Santoni

“Sopra la torre del Gesù ci sarà una croce e in questa croce ci sarà l’Agnello di Dio, che varrà come punto di riferimento luminoso per tutta la città”. Ecco l’ultimo volere di Antoni Gaudì, che dedicò oltre quarant’anni alla Sagrada Família, gli ultimi dodici quasi esclusivamente. Iniziata nel 1882, l’opera sta per essere completata. La data è il 10 giugno 2026, a cento anni dalla morte del grande architetto. Ma veramente completata? O forse è solo l’ennesimo tentativo? Del resto, Gaudì lo diceva: “il mio cliente non ha alcuna fretta!”. La Sagrada Familia non è solo una basilica; è un cantiere che si rifiuta di chiudere, come se l’idea stessa di completamento le sia estranea. Un corpo, più che un edificio. E la sacralità di tale corpo non può essere confinata nel vestito di una forma compiuta. Richiede tempo, insiste sullo stupore, lavora con ciò che manca. Perché forse Antoni Gaudí non ha mai desiderato altro: non finire. Costruire uno spazio in cui la domanda persista, per meglio indagare il segreto del mondo. E allora quel corpo ci prende per mano e ci porta fuori, a guardare in alto, a sentire il cosmo pulsare attorno a noi, a sentirci parte viva di un’immensa vita. Che patisce, che soffre, ma che nasce. Il mondo spesso si contorce come una partoriente, dice Isaia, ma per produrre nuovi semi: è in continua gestazione, porta un altro mondo nel grembo. La terra risuona di un pianto mai finito, ma l’Agnello di Dio ci chiede di non smarrire il cuore, di non camminare a capo chino, a occhi bassi. Nella quotidianità siamo tentati di guardare solo alle cose immediate, forse per non inciampare nelle macerie che ci circondano, ma se non risolleviamo il capo non arriveremo mai alla vita verticale. Cioè uomini e donne in piedi, a testa alta, verso i raggi di luce: “l’architettura è l’organizzazione della luce” diceva ancora Gaudì. E chissà che non abbia pensato a lui Papa Leone quando, scrivendo la “Magnifica Humanitas”, parla del “saggio architetto” (236).

Contemplando la Sagrada Familia, impariamo che bisogna fare attenzione ai piccoli dettagli della realtà e a ciò che ci supera infinitamente: “esisterà pur sempre anche qui un pezzetto di cielo che si potrà guardare, e abbastanza spazio dentro di me per poter congiungere le mani nella preghiera”, scriveva Etty Hillesum.

In una società ossessionata dal prodotto finito, Gaudí lavora sull’incompiuto. Lo chiamano “l’architetto di Dio”. Ma non perché volesse illustrare il divino, bensì lavorare con il silenzio, senza garanzie, per un cliente allo stesso tempo assoluto e muto. Dentro un progetto che resiste al completamento, come a rifiutare i tempi umani.

In quelle torri, davvero, facciamo esperienza della vita che è dentro l’infinito e dell’infinito che è dentro la vita: l’eterno brilla nell’istante e l’istante si insinua nell’eterno.

 

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