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Grande partecipazione per la presentazione del libro sulla vita di Samba, “Eravamo due ragazzi” di Antonella Roncarolo

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Una traversata estenuante che parte dal Gambia; l’incertezza di un viaggio che solca il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e il Niger; poi la via del deserto che conduce alle coste della Libia; infine l’odissea nel Mar Mediterraneo e la promessa di un futuro da costruire. Di tutto questo si parla nel romanzo “Eravamo due ragazzi” di Antonella Roncarolo, che è stato presentato Sabato 23 Maggio 2026, alle ore 10:30, presso il cineteatro “San Filippo Neri” a San Benedetto del Tronto.

Oltre all’autrice, erano presenti all’evento mons. Gianpiero Palmieri, vicepresidente della CEI e vescovo delle Diocesi del Piceno, don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, e Samba Manneh, protagonista del libro.

Non solo la cronaca di una rotta migratoria

L’opera, intensa e penetrante, narra la storia vera di Samba, giovane gambiano di 28 anni giunto in Italia dieci anni fa ed accolto dalla Caritas diocesana di San Benedetto del Tronto. Ma non è tutto qui: la vicenda del singolo assurge a sineddoche della condizione di tutti i migranti. Attraverso il deserto, le prigioni disumane in Libia e il pericoloso attraversamento del Mare Nostrum, l’autrice non ci mostra solo la cronaca di una rotta migratoria. Ci regala un ritratto intimo fatto di paura e amicizia, fame e dignità, dolore e coraggio, speranza e resilienza, che non sono solo quelli del protagonista, bensì diventano la voce di migliaia di persone che lasciano il loro Paese nella speranza di un futuro migliore, costringendo così il lettore a riflettere sul significato profondo di accoglienza e coraggio.

Un racconto che dà voce a chi spesso non ne ha

A rompere il ghiaccio è stata l’autrice Antonella Roncarolo, la quale ha sottolineato l’urgenza di dare voce a chi troppo spesso viene ridotto a un semplice numero nelle statistiche e strumentalizzato dalla politica.

“Questo romanzo, come tanti miei libri, nasce da un incontro e dalla mia rete di affetti. Ero andata alla Caritas perché volevo fare volontariato e mi è stato chiesto di scrivere un libro che raccontasse la bellezza e la storia di questi ragazzi, soprattutto quella di uno di loro. Una storia che va raccontata perché è la storia di molti ed è un inno alla dignità umana“, ricordando come il protagonista sia il simbolo di tanti migranti che lasciano la loro terra per un’opportunità di rinascita.

Per me, scrivere quest’opera è stato un dono: mi ha insegnato ad avere uno sguardo diverso sul mondo, ad avere un ascolto diverso sull’uomo, alla ricerca di quella luce che c’è all’interno di ognuno di noi. Una luce che va vista, riconosciuta ed ascoltata. Una luce da cui lasciarsi illuminare”.

Una storia per dire che il dolore non è l’ultima parola

E la luce di Samba Manneh ha illuminato davvero tutti i presenti, attraverso il suo sorriso contagioso e la sua testimonianza, sia diretta sia riportata nel libro. Il momento più toccante è stato quello in cui un giovane, giunto da poco tempo alla Caritas, ha letto un passo del romanzo:

“Ho promesso a Ebrima che sarei arrivato. E ce l’ho fatta. Ma non c’è giorno in cui non pensi a lui. A quello che avremmo potuto fare. Ai sogni che non ha potuto vivere. Alla vita che gli hanno rubato con una pallottola in una strada di Tripoli, mentre andava a comprare il pane.
Questa storia l’ho raccontata per lui. Per mio padre. Per mia madre. Per tutti quelli che sono rimasti nel deserto, nel mare, nelle prigioni della Libia. Per quelli che non ce l’hanno fatta e per quelli che ce l’hanno fatta. Perché sappiano che non sono soli. Che la loro storia conta. Che il dolore non è l’ultima parola“.

Chiaamti a facilitare l’incontro tra i migranti e la comunità

Durante il dibattito che è seguito, moderato dal giornalista Marco Sprecacè, il direttore don Marco Pagniello ha affermato:

“Il libro è una toccante testimonianza di cosa significhi lasciare la propria terra d’origine per inseguire un sogno. In questo romanzo, incontriamo un volto, una persona. Abbiamo tanto bisogno di questo, perché, finché leggiamo e ascoltiamo in tv i numeri e gli episodi dell’immigrazione, è un conto; quando invece incontriamo le persone, il discorso cambia. Per questo motivo, a tutti i volontari – che ringrazio di cuore per tutto quello che fanno – dico che, oltre a fare cose concrete, come cucinare o insegnare l’Italiano,  il più grande servizio che possiamo fare è quello di facilitare l’incontro tra i migranti e la comunità. I giudizi,  o peggio i pregiudizi, infatti, se ne vanno soltanto quando diamo un volto alle storie, soltanto quando riusciamo a capire che cosa c’è dietro quel volto e quella storia.

In quest’opera si parla di emozioni, del desiderio di costruire una vita diversa, di relazioni interrotte. E questo ci fa pensare anche alle tante vite interrotte, ai tanti sogni interrotti, alle tante ingiustizie e anche alla nostra ipocrisia, all’ipocrisia di questo tempo. Eppure, in tutta questa steppa, assistiamo chiaramente alla fioritura di tanti fili d’erba, che sono le storie belle e buone di accoglienza e solidarietà. Storie che ci  mostrano chiaramente che il bene sarà l’ultima parola sulla storia“.

Forse il sogno di Dio è meno lontano di quello che immaginiamo

Dello stesso avviso anche mons. Gianpiero Palmieri, il quale ha affermato: “In mezzo a tanto dolore, a tanta fatica, a tanta ingiustizia, ci sono pagine di autentica bellezza, di solidarietà. Qualcosa che sa di Dio. Gesti in cui l’umanità, nella sua capacità di creare fraternità, si esprime. Prima di tutto, sicuramente, l’amicizia tra Samba e Ebrima. Ma anche l’accoglienza che Samba ha ricevuto e gli incontri che ha fatto qui a San Benedetto.

Credo che tutte queste pagine ci facciano molto bene, perché fanno capire che Dio l’ha salvato nei nostri cuori, nella nostra lingua. E proprio perché siamo salvati da Lui, veniamo custoditi nella nostra umanità. Forse il sogno di Dio, quello di una società di molti popoli che vivono in pace, è meno lontano di quello che immaginiamo.

Ma per fare questo occorre un impegno da parte nostra: quello di sottrarre questo tema dall’agone politico-partitico, perché è francamente insopportabile che finisca in questo tipo di pastoie“.

I numeri della solidarietà

Nell’ultima parte della mattinata è stato lasciato spazio anche ai numeri. Fernando Palestini e Nedo Tiburtini, rispettivamente vicedirettore e tesoriere della Caritas diocesana di San Benedetto del Tronto, hanno fornito alcuni dati: nell’anno 2025 sono state 1082 le persone ascoltate, 28.394 i pasti serviti alla mensa diocesana, 838 gli interventi di igiene personale, 1295 gli interventi di sostegno alimentare, 678 le cure dentistiche erogate, 50 le visite ginecologiche, 18 quelle cardiologiche, 303 le confezioni di farmaci distribuiti, 25 i presidi sanitari consegnati, 43 i posti letto occupati, 358 gli interventi di sostegno alla mobilità e ben 3037 gli interventi di consegna del vestiario.

Tra i progetti portati avanti, sono stati ricordati “La terra degli ortolani“, un intervento innovativo che trasforma l’agricoltura in uno strumento di riscatto per disoccupati e senza fissa dimora, e i laboratori didattici-solidali, con il quale si interviene nel territorio dell’Ambito Territoriale 21 per contrastare la povertà educativa e supportare i minori con fragilità economiche o disturbi dell’apprendimento.

L’ultimo numero fornito restituisce un bel quadro della comunità diocesana sambenedettese: sono state ben 25.600 le ore donate dagli 80 volontari della Caritas, aiutati da 3 professionisti esterni e dai giovani del Servizio Civile (2 fino a Maggio 2025 e 4 fino a Dicembre 2025).

Una biblioteca per curare le ferite dell’anima di tutti

La presentazione ha registrato una grande partecipazione di pubblico, confermando l’attenzione del territorio verso la tematica dell’immigrazione. Il messaggio lanciato è chiaro: conoscere i volti e le storie dei migranti è il primo passo fondamentale per costruire relazioni di fraternità, basate sul dialogo, sulla fiducia, sull’inclusione.

Al termine dell’evento, il direttore della Caritas diocesana di San Benedetto del Tronto, don Gianni Croci, ha annunciato:

Accogliere non significa solo dare un piatto di pasta o una maglietta pulita. Significa dare dignità ad ogni persona. Per questo sogniamo e desideriamo realizzare una biblioteca, perché la povertà più feroce è quella educativa, quella che ti toglie le parole per difenderti: si tratta solo di un piccolo segno con cui vogliamo curare le ferite dell’anima di tutti”.

 

 

 

Carletta Di Blasio: