DIOCESI – Nell’ambito del progetto su comunicazione ed informazione denominato “La foresta che cresce“, il giornale L’Ancora ha indetto un concorso rivolto agli studenti e alle studentesse delle Scuole Superiori del Territorio: ogni giovane che ha preso parte al progetto potrà scegliere una notizia della settimana precedente e commentarla con un articolo scritto singolarmente o a più mani. Tutti gli articoli verranno pubblicati, di volta in volta, sul giornale L’Ancora e durante il Meeting Nazionale dei Giornalisti e delle Giornaliste, che si terrà a San Benedetto del Tronto, verranno decretati i vincitori o le vincitrici.

Oggi pubblichiamo l’articolo scritto da Sabrina Abzova e Giulia Braccetti, studentesse della classe 3ª C del Liceo Scientifico “Rosetti” di San Benedetto del Tronto.

Di Sabrina Abzova e Giulia Braccetti

«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così, fatta di ingiustizie e mancanze di rispetto. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso di prendere la situazione in mano: ucciderò la mia insegnante». Con questo agghiacciante annuncio pubblicato su un canale Telegram, un giovane studente di tredici anni ha anticipato un gesto che ha lasciato tutti senza parole.

La tragedia è avvenuta a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, mentre i compagni entravano regolarmente in classe. Il ragazzo si è presentato con un abbigliamento che sembrava già voler comunicare qualcosa: pantaloni mimetici e una maglietta con la scritta “Vendetta“. Nello zaino non c’erano libri, ma una pistola scacciacani e un coltello.

Il gesto non è stato solo un atto di violenza, ma una vera e propria messa in scena. Tutto lascia pensare a qualcosa di preparato con anticipo. Mentre varcava la soglia della scuola per accoltellare la sua professoressa, il giovane stava già registrando tutto. Grazie a un cellulare appeso al collo e a un gruppo Telegram creato la sera precedente, l’aggressione è stata trasmessa in diretta streaming per un “pubblico” che lo attendeva online.

Ci troviamo di fronte a un caso in cui la realtà è degenerata, dove la violenza non è più solo un impulso, ma viene costruita, pianificata e condivisa per essere trasformata in un contenuto digitale. È il ritratto di un disagio profondo che cerca di farsi notare trasformando un atto orribile in uno spettacolo da mostrare sui social o sul web.

Secondo il sociologo Emile Durkheim, la società vive in un continuo rimpasto di “anomia”, ovvero una perdita delle norme morali che regolano il comportamento. Si può immaginare la società come un genitore che stringe la mano del figlio per non farlo cadere, ma che, correndo sempre più velocemente, lo costringe ad una corsa affannosa. In questa fretta, la società finisce per far perdere l’equilibrio invece di proteggerlo. Il ragazzo viene spinto da forze che non controlla, vittima di un sistema che premia la performance e l’eccellenza a tutti i costi, senza lasciare spazio alle fragilità.

I dati dimostrano che circa l’81% dei giovani dichiara di provare un profondo malessere psicologico, mentre il 65% di loro ritiene che la risposta delle istituzioni sia del tutto insufficiente. Questo malessere è alimentato da ciò che le ricerche OCSE confermano da tempo: gli investimenti nel settore dell’istruzione e della cultura sono sempre più in calo.

Famiglia e scuola dovrebbero essere i “ponti” necessari per diventare adulti capaci di vivere nel mondo esterno; quando tale funzione viene meno, il passaggio alla vita sociale diventa sempre più critico. 

Dall’analisi del fenomeno si possono individuare tre problemi fondamentali: la dittatura dell’apparire (i social impongono modelli estetici e comportamentali rigidi; il fallimento nel raggiungere tali standard genera un profondo senso di inferiorità); i vuoti di valore (si percepisce una drammatica carenza di figure adulte e genitori in grado di fornire l’esempio e guidare verso ciò di corretto); la rabbia sociale (si è consolidata l’idea che l‘unico modo per ottenere rispetto sia alzare la voce o ricorrere alla vendetta). In questo contesto, la docente colpita risulta essere una “vittima collaterale” di un sistema che ha smesso di funzionare.

In questa prospettiva, la legge non agisce per punire, ma per sostenere un processo di formazione. L’obiettivo è rieducare il ragazzo insegnandogli un modo diverso di vivere e di pensare, che sostituisca la violenza con consapevolezza.

Lo psicopedagogista Stefano Rossi afferma che “non è sbagliato rendere le scuole un luogo sicuro per ragazzi e genitori da un punto di vista fisico, però devono essere un luogo sicuro da un punto di vista emotivo. Il coltello diventa parola quando i ragazzi non hanno le parole per dire ciò che hanno nel cuore e quando non trovano un adulto in grado di accoglierle”.

Intanto la professoressa accoltellata, Chiara Mocchi, pronuncia parole di perdono e umanità: «Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte». La docente invita a non cedere alla paura e al risentimento, esprimendo il desiderio che l’episodio diventi un’occasione per costruire una scuola più attenta e una comunità unita. Perché, nonostante la gravità del gesto, gli adulti hanno il dovere, se non addirittura la missione, di stare accanto ai ragazzi, specialmente quelli in difficoltà.

 

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