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“Questo non lo sapevo!”: Ascoli, una strana stella a cinque punte sul Palazzo Bonaparte, cosa significa?

DIOCESI – Prosegue la nuova rubrica, “Questo non lo sapevo”, curata da don Francesco Mangani, sacerdote della Diocesi di Ascoli Piceno. I lettori possono inviare le loro domande all’indirizzo e-mail settimanaleancora@gmail.com oppure scriverle come commento a questo articolo.

Di don Francesco Mangani

Ogni tanto, anche recentemente, mi hanno chiesto cosa rappresenti una strana e misteriosa stella incisa su un palazzo del centro storico di Ascoli, a pochi metri dal Duomo. “Cosa significa quella strana stella a cinque punte sul Palazzo Bonaparte?”

Condivido con voi una possibile interpretazione.

Nel cuore di Ascoli Piceno, a poche decine di metri dalla Cattedrale di Sant’Emidio, sorge il cosiddetto Palazzo Bonaparte, edificio che, al di là della sua eleganza architettonica, si configura come un vero e proprio documento teologico scolpito nella pietra. L’elemento che più salta all’occhio è una stella a cinque punte incisa sulla facciata, con strani simboli e iscrizioni.
Ma cosa vorrà mai significare?
Per capire meglio dobbiamo necessariamente partire dal suo committente: il canonico Francesco Calvi. Nel gennaio del 1507 egli acquistò l’edificio, già appartenente all’antica famiglia ascolana dei Bonaparte, trasferitasi in Toscana dopo il XIV secolo, e ne promosse il rinnovamento della facciata, probabilmente affidandolo a maestranze legate alla scuola di Francesco di Giorgio Martini o ad ambienti affini della cultura rinascimentale marchigiana. Un’iscrizione lo attesta: FRANCISCUS CALVUS CANONICUS ASCULANUS. MD7 ET DIE IANUARII.
Probabilmente il Calvi era una figura di rilievo proveniente da un contesto culturale elevato. In quel periodo pullulavano in Italia circoli di studiosi, artisti e intellettuali che si riunivano per discutere di teologia, filosofia, letteratura, arte e scienze.
Siamo infatti in pieno Rinascimento, epoca in cui la riscoperta del pensiero antico — mediata soprattutto attraverso il neoplatonismo — non si poneva in opposizione alla fede cristiana, ma veniva spesso integrata con categorie simboliche e riattualizzazioni di contenuti filosofici antichi. In tale clima, la diffusione delle opere, ad esempio del neoplatonico Marsilio Ficino, contribuì a plasmare ambienti ecclesiastici colti, nei quali la riflessione sull’uomo, sull’anima e su Dio assumeva un linguaggio simbolico variegato e originale.
Non è secondario, inoltre, il dato topografico: l’edificio è adiacente all’antico seminario cittadino — tra i primi sorti dopo il Concilio di Trento — e si colloca a poche decine di metri dalla Cattedrale. L’intero isolato era, di fatto, inserito nella proprietà e nella vita della Chiesa locale: pertanto è impossibile e assurdo pensare che tale “stella” possa essere stata concepita in ambienti estranei alla vita ecclesiale del tempo o, peggio ancora, realizzata con intenti esoterici e occulti.

Ermeneutica teologica della stella

La facciata del palazzetto costituisce dunque un vero e proprio palinsesto simbolico. Non potendo qui analizzarlo in toto, ci soffermeremo quindi sull’elemento più insolito: la stella a cinque punte inscritta in un cerchio, posta sopra una finestra tra i due portali principali. Non sono mancate interpretazioni inesatte. È necessario, pertanto, stabilire preliminarmente che questo simbolo non è né templare né rosacrociano, come in passato è stato ipotizzato; niente dunque a che vedere con l’occultismo o con altre componenti esoteriche. La nostra stella deve pertanto, come ogni simbolo, essere interpretata nel contesto storico-culturale in cui viene realizzata. Inserita nell’ampio corollario simbolico della facciata, esprime una sorta di speculum fidei, uno specchio della fede, in cui i vari elementi architettonici, iscrizioni e simboli concorrono a esprimere una visione unitaria dell’uomo e della sua relazione con Dio. In questo senso, il linguaggio simbolico adottato risponde a una precisa intenzionalità: tradurre in forma visibile il mistero cristiano nella sua dimensione battesimale, utilizzando alcuni elementi simbolici secondo una modalità tipica di una certa cultura rinascimentale che ha la sua genesi, come accennato, nel fermento accademico soprattutto neoplatonico.
Ma scendiamo più nel dettaglio.

Stella e cerchio: Dio e la creazione

La stella pentagonale è inscritta nel cerchio, simbolo della perfezione (Dio come unum), e richiama altresì la figura dell’uomo, secondo una tradizione che trova nel Rinascimento una sintesi visiva nell’“Uomo vitruviano” di Leonardo. Le cinque estremità, con quei piccoli cerchi, rappresentano i quattro elementi della creazione e quindi la natura umana, parte della creazione stessa. Tuttavia, in questo contesto simbolico, la stella ha soprattutto una valenza cristologica: l’uomo è interpretato sia come inserito in Dio (il cerchio), sia immerso nella luce di Cristo (la croce al centro reca infatti la scritta IESU). Cristo, Verbo incarnato, è il Logos, principio di tutte le cose e principio dell’umanità rinnovata dalla Pasqua. Per capire meglio cito una frase tratta dal Libro dei ventiquattro filosofi, testo medievale del XII secolo. Vi leggiamo: “Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”. Pertanto anche noi siamo simbolicamente il “centro” di Dio: siamo infatti manifestazione della sua presenza, in relazione mistica con la circonferenza, che ingloba tutto il creato, ma che è infinita, ineffabile, come il mistero stesso di Dio che ci abita.
Il numero cinque della stella rinvia inoltre alle cinque piaghe di Cristo; piaghe che rivelano il sacrificio d’amore del Logos incarnato. Un amore che sana, secondo la testimonianza profetica: “Dalle sue piaghe siamo stati guariti” (Is 53,5). In questa prospettiva, la stella diviene simbolo della redenzione operata attraverso la passione, morte e risurrezione di Gesù, fonte del rinnovamento ontologico dell’uomo mediante il battesimo, che lo abilita a una relazione nuova e filiale con Dio: “Abbà, Padre” (Gal 4,6). Con il battesimo diveniamo tempio vivente della presenza dello Spirito, all’interno del quale l’uomo cammina nella conoscenza della Verità divina, che a sua volta permea tutto il creato. I grandi mistici hanno compreso questa verità cosmica. Tra i tanti cito sant’Angela da Foligno (XIII secolo); il suo biografo racconta l’esperienza nella quale si sentì immersa nella pienezza di Dio presente in “tutto il mondo, vale a dire di là dal mare, di qua dal mare e l’abisso e il mare e il resto”. E continua con un’esclamazione che fa pensare: “L’anima, piena di ammirazione, gridò dicendo: ‘Questo mondo è pregno di Dio'”. “Pregno”: il mondo non è Dio, ma intriso della sua “logica”, del suo amore; pregno del Logos.

Il cuore e il centro: neoplatonismo e teologia battesimale

Particolarmente significativo è il dettaglio delle estremità: ci sono infatti i quattro piccoli cerchi, ma nella punta superiore della stella vi è un cuore. Il quattro, come già detto, rimanda alla dimensione cosmica e naturale dell’uomo (i quattro elementi), mentre il cuore ci introduce in una dimensione superiore, una “quintessenza”, una trasfigurazione dell’essere, interpretabile secondo una tradizione neoplatonica, in particolare plotiniana, mediata nel Rinascimento da Marsilio Ficino.
Nel pensiero neoplatonico, l’uomo è strutturato gerarchicamente (corpo, anima, intelletto), e il cuore rappresenta simbolicamente il centro unificante dell’anima, luogo dell’epistrophé, del ritorno all’Uno divino. In prospettiva cristiana, tale centro coincide con la dimensione battesimale: pensiamo al vicino Battistero, con al centro il fonte dove l’acqua diventa luce, lustrale per l’appunto, sorgente di conoscenza. Il fonte, posto al centro dello spazio sacro, diventa simbolo della rigenerazione; l’ottagono dell’architettura rimanda poi all’ottavo giorno, ossia il giorno eterno della salvezza; e infine la cupola, l’Unum, simbolo di Dio che ogni battezzato contempla alzando lo sguardo verso il Cielo.
Il cuore della stella, quindi, si configura come simbolo dell’“elemento nuovo”, reinterpretato in chiave cristiana: non è più una semplice quintessenza naturale, ma diventa principio soprannaturale di vita nuova, ossia segno della grazia santificante. La grazia battesimale illumina gli “occhi del cuore” (cf. Ef 1,18), rendendo possibile la conoscenza di Dio, quello sguardo verso l’Alto, attraverso un processo che integra ragione, fede ed esperienza.

Le iscrizioni: una teologia dell’Incarnazione

Il significato simbolico della stella è ulteriormente esplicitato dalle iscrizioni. Al centro si trova la croce con il nome IESU. Nella circonferenza interna si legge in greco:

AGOIS O THEOS
(= «il Santo di Dio»)

Nella fascia esterna in latino:

IN SOLO FILIO PATRIS CONFERENTIS PRO GENTE INCARNATIONE SPIRITUS SANCTI
(= «nel solo Figlio mandato dal Padre per gli uomini, incarnatosi per opera dello Spirito Santo»)

L’intera iscrizione si può dunque rendere così:
“Gesù, Santo di Dio: nel solo Figlio mandato dal Padre per gli uomini, incarnatosi per opera dello Spirito Santo”.

Si tratta di una chiara professione cristologica, centrata sul mistero dell’Incarnazione, principio della redenzione. Il simbolo architettonico diviene così una sintesi visiva della fede: il Verbo si fa carne per rinnovare l’uomo, e tale rinnovamento si attua sacramentalmente nel battesimo, attraverso l’azione dello Spirito.

La “mens” e l’interiorità: dinamica della conoscenza di Dio

Per concludere la lettura simbolica è fondamentale comprendere anche le due iscrizioni poste sugli stipiti all’ingresso del palazzo.
La prima iscrizione, presente due volte, all’ingresso ma anche sulla facciata, dice così: MANET MENTE REPOSITUM («rimane custodito nella mente/cuore») e introduce il tema dell’interiorità. La mens non è riducibile alla sola razionalità, ma per l’uomo antico comprende l’intero dinamismo cognitivo interiore: intelletto, volontà, memoria, affettività.
In questo senso, la mente illuminata dalla grazia intraprende l’itinerario verso Dio. Per fare un esempio, Bonaventura da Bagnoregio, nell’Itinerarium mentis in Deum, descrive la creazione come “vestigio” attraverso la cui contemplazione si giunge al Creatore. È dunque quanto troviamo scritto nel libro della Sapienza: “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature / per analogia si conosce l’autore” (Sap 13,5); dalle creature al Creatore, un cammino analogico.
L’altra iscrizione, all’interno, è più enigmatica e recita:

E GURGITE VASTO EVASIT MUS DUCE VIRTUTE
(= «da un profondo gorgo uscì un topo guidato dalla virtù (coraggio)»)

Questa iscrizione si presenta come una raffinata rielaborazione umanistica del celebre verso virgiliano tratto dall’Eneide di Virgilio — “rari nantes in gurgite vasto” (“pochi nuotatori dispersi nel vasto gorgo”) — e, rielaborata nel contesto rinascimentale, diviene un motto morale e spirituale dell’uomo che lotta per uscire dalla fogna dell’ignoranza. L’uomo, travolto spesso dal caos fangoso, è in grado di riemergere dal gorgo, guidato dalla virtù della fede. Una frase quindi che vuole simboleggiare il cammino interiore che conduce fuori dall’ignoranza e dalla non conoscenza di Dio, verso la luce della verità.
È possibile anche intravedervi un’eco della metafora paolina del combattimento della fede, nonché l’immagine pasquale: dalla discesa (morte) all’uscita (resurrezione).
La “virtus” è guida del processo: essa rimanda alle virtù teologali (fede, speranza, carità), culmine di ogni cammino spirituale.

Conclusione

Abbiamo compreso come la stella, in questo contesto, ci riporti alla luce del battesimo, all’itinerario di vera illuminazione che consiste nel riscoprire, con l’aiuto della Grazia, la presenza di Cristo in noi. Non dimentichiamo inoltre che la stella è anche simbolo di Cristo stesso. Come recita l’Exsultet nella notte di Pasqua, a proposito del cero acceso, simbolo della luce del Risorto, che possa: “illuminare l’oscurità di questa notte, risplenda di luce che mai si spegne. Salga a te come profumo soave, si confonda con le stelle del cielo. Lo trovi acceso la stella del mattino, questa stella che non conosce tramonto: Cristo, tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena”.

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