DIOCESI – Giovedì 23 aprile, nella splendida cornice dell’Auditorium “Emidio Neroni”, nella precedente chiesa di San Giovanni ad Templum e San Francesco di Paola, oggi della Fondazione Carisap, si è svolto il convegno organizzato dalle due Diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, dedicato ai rapporti tra Chiesa Picena e Fascismo negli anni 1943-’44.

“Ringrazio ciascuno dei relatori che sono qui e tutti i presenti, per la curiosità storica – ha detto l’Arcivescovo Gianpiero Palmieri introducendo i lavori, in un auditorium letteralmente gremito – pur avendo una capienza di 250 persone – tanto che molti erano in piedi ad ascoltare. Questa curiosità è fondamentale per riuscire a interpretare i fatti che oggi qui ci vengono narrati e ci permette di collocare quel 1943-’44 nel vero contesto, al di là di schieramenti di parte, ma per coglierlo per quello che è davvero: un movimento di popolo. Allora vorrei sottolineare come nasce questa ricerca: da tre segnali – ha continuato Mons. Palmieri – il primo, che mi riguarda, è nella cripta della cattedrale, lì dove Mons. Squintani, il vescovo dell’epoca, termina nel 1954 i mosaici da lui commissionati nella cripta, fa scrivere: Vescovo mio successore, di quello che vedi in questa cripta non toccare niente, se vuoi avere i favori di Sant’Emidio”.

Il vescovo Palmieri ha continuato: “Il secondo elemento è che ho scoperto che nel Ventennio c’erano almeno 40 preti indagati, considerati pericolosi. Erano pedinati, controllati;

Il terzo elemento che ha sollecitato la ricerca è che, in un convegno due anni fa, venne raccontata una relazione dei carabinieri dell’allora comandante Tommaseo, in cui venne fuori che l’80 per cento dei soldati delle caserme ascolane partecipò alla Liberazione. Allora c’è stato un movimento di popolo, veramente. Al vescovo Ambrogio Squintani viene riconosciuto il fatto che Ascoli non venisse bombardata perché dichiarata “Città ospedaliera o infermieristica”. Fu proprio il prelato, per salvare Ascoli, a ottenere questa connotazione dal Vaticano, tanto che Ascoli Piceno verrà effettivamente risparmiata dai bombardamenti. Cosa che purtroppo non risparmiò invece San Benedetto del Tronto”.

Tante le autorità presenti e più volte è stato ribadito che il convegno è stato voluto dal vescovo Palmieri proprio a distanza ravvicinata col 25 aprile, ricorrenza della Festa della Liberazione dal nazifascismo, proprio per farne occasione e spunto di riflessione sulla tragedia della guerra e del tanto bene fatto dalla Chiesa picena in questo frangente.

Presente l’assessore alla pubblica istruzione Donatella Giuseppina Ferretti, che ha portato i saluti del sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti. “Un tema questo molto interessante da approfondire – ha sottolineato – In quei giorni insorsero civili e militari. Si costituì la Banda San Marco, un gruppo di partigiani. Ascoli è stata reattiva nei confronti dell’occupazione nazifascista e questo ci deve rendere orgogliosi”.

Il viceprefetto vicario Gianluca Braga: “Mi unisco ai ringraziamenti per il vescovo Palmieri per aver voluto questo convegno. È importante la memoria collettiva della comunità”.

Per l’ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ha parlato Davide Falcioni: “Ricordo don Sante Nespeca e Orsini, che ebbero un ruolo molto importante nell’accoglienza dei partigiani”.

Il prof. Andrea Riccardi, storico accademico: “Siamo in un tempo difficile: la pace ha perso la sua centralità. Ci siamo dimenticati il senso più profondo della guerra. Siamo un tempo senza storia”.

Il professore cita Umberto Eco e la Bibbia ebraica per dire che “l’anima è la memoria. Facciamo fatica a guardare il futuro o forse ne abbiamo paura. Nel ’65 Paolo VI andò all’ONU e ricordò che cosa rappresenta la guerra: non più la guerra! Qui ad Ascoli la memoria è stata affidata a un mosaico, grazie a Mons. Squintani. Raffigura la Messa sui monti partigiani e tanti ricordi di ciò che è stata Ascoli nei tempi del Ventennio. Un mosaico per ricordare Ascoli in tempo di guerra. Dobbiamo meditare su ciò che sta accadendo oggi.

Mons. Squintani, nel 1937 nominato vescovo, era antifascista. La guerra non è mai voluta dai cattolici. La Chiesa accoglie, nasconde, aiuta. La Chiesa è compagna del popolo italiano come nessun’altra istituzione. La Chiesa è stata vicina al popolo durante la guerra. Vescovi e clero divennero l’ossatura del popolo. Il genio della Chiesa fu costruire spazi di pace dentro la guerra”.

Il relatore Giuseppe Di Bello, storico, ha spiegato i cambiamenti delle diocesi in tempo di guerra. Il vescovo Ferri era in carica a Montalto, poi assumerà “in persona episcopi” anche Ripatransone. “Ai tempi c’erano rappresaglie e vendette, il clero faceva sempre opera di pacificazione. In quei momenti erano quasi scomparsi i carabinieri. Tutti si rivolgevano all’unica certezza: il clero. Mons. Montini accettò la proposta del vescovo di fare di Ascoli una città infermieristica.

Il popolo pensò che Sant’Emidio avesse salvato la città, infatti ci fu un terremoto il 3 ottobre del 1943, con epicentro tra Offida e Castignano, in cui Ascoli restò illesa. La città fece un voto al Santo. Il vescovo Squintani, in questi frangenti drammatici, cercò di salvare gli ebrei; ci furono anche alcune conversioni e battesimi”.

È stata la volta di Mons. Vincenzo Catani, storico e archivista della Diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto: “Vi parlo di preti che sanno amare fino alla fine. Porto qui una lettera inedita del vescovo Ferri indirizzata a Mussolini. Gli dice di smetterla. Invoca, riguardo al clero, di essere lasciato libero nel ministero!”.

“Prendo spunto dal libro di don Primo Mazzolari intitolato: I preti sanno morire. Mons. Ferri scrive ai vescovi esortandoli a non lasciare il loro posto, cosa che avverrà a prescindere. 729 preti sono stati uccisi nel periodo della Resistenza. Ricordiamoli. Dal ’40-’46. Oppure sono morti in guerra come cappellani militari.

Don Aldo Mei di Lucca, arrestato e torturato perché aveva nascosto un giovane ebreo, amministrato i sacramenti ai partigiani e nascosto la radio, aveva 33 anni. Alcuni sono stati uccisi dai comunisti, non solo dai fascisti. Non c’è colore. Il cugino di Mons. Chiaretti, don Concezio, era il Venerdì Santo del ’43: fu catturato insieme ad altri uomini come rappresaglia. Erano le 15.30 del Venerdì Santo quando venne ucciso, come Gesù.

A Lapedona voglio ricordare don Amelio Loi: fu fatto prigioniero in Russia e per tanti mesi è stato con i prigionieri; quando lo riconobbero come prete, ammalato di TBC non fu curato di proposito… morì che aveva appena 31 anni. A Montalto, siamo nel 1944, c’è un prete, don Delfino Angelici. Fu stroncato dalla mitraglia di un tedesco che voleva entrare in seminario, perché vi erano nascoste un centinaio di ragazze sfollate da Torino. Don Delfino non farà passare il tedesco, ma verrà mitragliato. Vivrà solo una settimana, ferito a morte, tra atroci sofferenze. Morirà perdonando.

A Montemonaco, vorrei ricordare anche don Ruggero Micioni. Arriva un plotone di tedeschi che ucciderà 23 partigiani, dai 16 ai 26 anni e un quarantenne. Verrà preso don Ruggero. Avevano rastrellato tutti gli uomini del paese. Era stato ucciso un capitano tedesco, quindi i tedeschi volevano uccidere 120 persone, ma si accontentarono di 23 persone.

Don Giuseppe Amici e don Giuseppe Cimini rivestirono i corpi devastati a Tofe. Erano tutti giovani dai 16 ai 26 anni”.

È la volta della relatrice Barbara Rucci, insegnante, storica ed esperta sindacale: “Abbiamo fatto una ricerca, la direzione non la diamo noi, ma sono i documenti che parlano. Abbiamo trovato vari documenti di Mons. Squintani nell’arco temporale 1945-1948. Ci sono lettere che parlano della commissione del mosaico, della sua genesi. Fu scelto il pittore Pietro Gaudenzi e la Scuola dei Mosaici del Vaticano. “I mosaici (che ho commissionato, scriverà Mons. Squintani, nda) ricordano gli atti di bontà del clero nostro, voglio ricordarli e farli ricordare. Sarà il ricordo del secolo XX in Cattedrale, nella quale si innesta la protezione del Santo Patrono. Il popolo si è salvato da un terremoto, ha fatto un voto”.

L’ultimo relatore, architetto Michele Picciolo: “Ambrogio Squintani, vescovo, vuole abbellire la cripta in onore al patrono, che aveva salvato la città. Sono 60 mq con tessere di vetro. Le volte furono affidate ad altri mosaicisti, il disegno a Pietro Gaudenzi, artista accademico d’Italia. Il mosaico della cripta del Duomo di Ascoli è stato inaugurato nel 1954. C’è raffigurato anche lo scampato pericolo dal terremoto. Fu realizzato a Roma e poi montato ad Ascoli. Rappresenta la processione di ringraziamento per il terremoto del 1943 e tutte le opere di bene compiute dal clero ascolano durante la II Guerra mondiale: l’aiuto ai poveri, la protezione dei fuggiaschi, l’assistenza ai prigionieri ed altri gesti di solidarietà e pietà cristiana fino al sacrificio.

I mosaici soffrono di una risalita di umidità e sono stati restaurati nel 1992, 2012; già adesso presentano una qualche sofferenza di conservazione”.

Mons. Palmieri ha concluso il convegno proponendo di cercare nuovi documenti sul vescovo Squintani, che dopo aver fatto così tanto del bene alla città di Ascoli improvvisamente se ne allontanò, ritornando nel suo paesino vicino Cremona.

Mons. Palmieri ha spiegato che tanti documenti vaticani prima secretati oggi possono essere consultati e sarebbe interessante scoprire le ragioni di tale allontanamento oppure altre notizie su questo vescovo tanto prodigo di iniziativa in tempo di guerra.

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